L’animale sfinito

3 dicembre 2015

Mi fermo alle sette davanti a una tappezzeria dove il semaforo è eternamente rosso, il giorno penetra nella vetrina, un uomo apre lo sportello di una macchina cucitrice per metterci sotto una nuova striscia fresca di taglio, tocca dolcemente la pelle, piazza una sedia di fronte alla macchina, si siede tranquillamente e si concentra. La pelle scricchiola nel mattino silenzioso.

Un parrucchiere di Cardiff dà la possibilità ai clienti di farsi shampoo, taglio e messa in piega su una poltrona speciale chiamata “poltrona del silenzio”, dove – promette – nessuno durante il lavoro rivolgerà loro la parola.

Franz Jung nella sua autobiografia ha scritto: “I tre anni che dovetti ancora trascorrere a Neisse dopo la morte di mia sorella rappresentano un ammasso desolato di ricordi contraddistinti da un denominatore comune: il timor panico di restare solo, un’incapacità crescente ad adattarmi e muovermi secondo le regole, come facevano gli altri ogni giorno. La riluttanza ad aprirsi al prossimo, a parlare o addirittura a vedersi rivolgere la parola. Uno dei grossi errori che si possono commettere nella valutazione di simili comportamenti consiste nel leggervi i germi di una rivolta. Io invece vi vedo l’animale sfinito che si rintana e sbuffa di rabbia se qualcuno si avvicina”.

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