Evergreen

10 maggio 2016

Da un mese a questa parte ho un nuovo ufficio. La finestra dell’ufficio si affaccia su un enorme parcheggio per macchine e camion, il parcheggio è sempre mezzo vuoto, nonostante ciò le macchine e i camion che vi sono parcheggiati rispettano una disposizione geometrica, una forma che ricorda un po’ due ali di falco. La finestra è alle mie spalle, ogni tanto mi volto a guardare, e l’impressione che ho è che da quando lavoro qui, le macchine e i camion parcheggiati siano sempre gli stessi, nella stessa posizione e nello stesso numero. Il parcheggio è uno spazio vuoto, ma la neutralità dello spazio è vana, perché tutto lascia un segno, e il segno è sempre lo stesso, come un corpo che appare sempre uguale, sebbene a una visione microscopica sia riconoscibile il processo perpetuo di ricambio cellulare. Nel parcheggio le cellule-macchine muoiono e rinascono, si rinnovano, all’apparenza le due enormi ali di falco invece restano immutate. Nel parcheggio c’è anche un container verde con una scritta bianca: EVERGREEN. E un container azzurro, senza scritte. Sul muro di cinta del parcheggio sono appesi degli pneumatici, uno ogni due metri, servono – credo – a evitare che le macchine cozzino con i paraurti contro il muro, che tuttavia è grigio e non ha niente di pregevole. Solo che nessuno parcheggia mai con il paraurti rivolto al muro di cinta, tutti invece parcheggiano all’interno della forma che ricorda le ali del falco. Mi hanno raccontato che anni fa un uomo anziano è morto sulla terrazza dell’edificio che ospita il mio nuovo ufficio. Lo hanno cercato per venti giorni, i famigliari si sono rivolti anche a «Chi l’ha visto?». L’uomo, preso dallo spirito dell’esploratore, si è avventurato sulle scale esterne dell’edificio, è salito sul tetto, è inciampato, ha battuto la testa ed è, appunto, morto. Considerato che la terrazza dell’edificio che ospita il mio nuovo ufficio affaccia sull’enorme parcheggio per macchine e camion, immagino che l’uomo, prima di morire, abbia scorto le due ali del falco, immagino che questa sia stata la sua visione, la stessa che mi viene incontro quando mi volto a guardare, l’ultima che lui si è portato dietro dal mondo dei vivi.

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