Le celebri rovine che ci portiamo dentro

6 luglio 2016

Tre volte, solo ieri, mi è stato chiesto: “Che fai ad agosto?”; tre volte, solo ieri, non ho saputo come rispondere. Perché il problema che m’attanaglia non è tanto che farò ad agosto. Il mio problema è che quando mi chiedono “Che fai ad agosto?”, io, dentro di me, mi metto a pensare al perché nessuno mi fa mai la stessa domanda per tutti gli altri mesi dell’anno, o – che so – per le settimane a venire, o magari per i prossimi giorni, o per le ore. Ossia nessuno mi chiede, per esempio, “Che fai mercoledì?”, alludendo al fatto che ha in mente di propormi di uscire magari insieme, o di invitarmi a casa sua a mangiare ravioli, o a bere in un bar all’ora del tramonto, o a fare quattro pettegolezzi per le strade di Roma, cosicché io provo una bruciante vergogna, sentendomi gravare sulla faccia il sorriso d’attesa di queste persone che invece vogliono sapere che faccio ad agosto, senza in realtà volerlo sapere veramente.

Il problema principale di questo tempo è, credo, che la gente fa domande dalle quali non desidera affatto avere in cambio delle risposte. La gente fa domande tanto per farle, per occupare il tempo, perché è affaticata e ha gli occhi vitrei, perché ha paura del silenzio. Più di tutto perché ha paura del silenzio. Perché quando ci si ritrova in due da qualche parte, su un ballatoio a fumare una sigaretta, o in una sala d’attesa, o davanti al distributore automatico del caffè, ciò che pesa più di tutto non è il fardello gramo della vita, l’inconcepibile sensazione di vuoto che sfonda le pareti dello stomaco, le celebri rovine che ci portiamo dentro sperando nella visita di qualche misericordioso turista americano, ciò che pesa più di tutto è non avere niente da dire all’altro, e così continuiamo a mettere in fila una lunga serie di conversazioni vuote, decoriamo il niente, un niente eterno, che quando viene agosto, poi, è più niente del niente.

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2 Risposte to “Le celebri rovine che ci portiamo dentro”

  1. LaLetteraVi Says:

    anche un “come stai?” a volte è una domanda fatta senza alcuna voglia di ricevere una risposta che non sia un “bene” di circostanza.


  2. Quella domanda viene posta secondo me per un motivo “altro”, che ha molto a che fare con l’esistenza in sé. E’ come quando ti chiedono: “Che fai a Capodanno, che fai a Pasqua, ecc.”, cioè quei momenti dell’anno in cui vige l’imperativo categorico di fare qualcosa di diverso dalla routine oppure sei un povero sfigato. Te lo chiedono per assicurarsi che anche tu sia “normale”, per poter anche dimostrare che loro sono normali.
    Abisso di tristezza, la condizione umana.


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