Storia senza capo né coda

30 dicembre 2016

Una sera di molti anni fa, da ragazzi, nei giorni intorno a Natale, affacciandoci alla finestra notammo una macchina sconosciuta parcheggiata davanti al cancello. La macchina aveva la portiera semiaperta e la chiave inserita nel cruscotto. Uscimmo di casa. La guardammo e la riguardammo, finché non decidemmo che per prima cosa avremmo dovuto aprire del tutto la portiera. Poi salimmo in macchina (eravamo in quattro). Poi quello fra noi che abitava nella casa davanti alla quale avevamo trovato la macchina girò la chiave e mise in moto (nessuno di noi aveva la patente). Poi, applicando le sue poche nozioni di guida, tolse il freno a mano e spinse sull’acceleratore, e la macchina partì. Facemmo il giro dell’isolato e tutto andò liscio. Infine, quello tra noi che si era preso la briga di guidare portò di nuovo la macchina davanti al cancello e la parcheggiò così come l’avevamo trovata. Tutto a posto. A quel punto risalimmo in casa e chiamammo la polizia. Quello tra noi che abitava nella casa davanti alla quale avevamo trovato la macchina, e che si era preso la briga di guidarla, disse al 113 che avevamo trovato una macchina con la portiera aperta e la chiave inserita eccetera, che forse la macchina era stata rubata, che forse era servita – chissà – per fare una rapina, che forse poi coloro che avevano fatto la rapina l’avevano abbandonata. Ma la polizia disse che in zona non era stata segnalata alcuna rapina. Perciò doveva trattarsi di un semplice furto d’auto, disse la polizia, e forse i tizi che avevano rubato l’auto dovevano averci ripensato, o forse non erano dei ladri professionisti, forse erano degli imbranati al primo tentativo di furto d’auto. Tutto poteva essere. Il fatto però è che a quel punto la polizia sembrava stesse descrivendo per filo e per segno la bravata che avevamo compiuto noi. Solo che noi non avevamo rubato l’auto. Noi avevamo solamente fatto un giro dell’isolato. Noi l’auto l’avevamo – per così dire – presa in prestito. Noi ci eravamo fatti quattro risate zigzagando per le strade deserte del quartiere. Niente di più. Fatto sta che la polizia ci disse che avrebbero mandato qualcuno. Ma quando la volante arrivò, la macchina non c’era più. Al che pensammo che forse quella non era una macchina rubata, che forse non era servita per fare una rapina, che forse il padrone si era semplicemente fidato, aveva lasciato la macchina davanti a un passo carrabile (trovare parcheggio in zona era effettivamente un problema) con la portiera aperta e le chiavi inserite nel cruscotto, aveva salutato un amico, o era andato a comprare le sigarette (‘Chi vuoi che si prenda la rogna di rubare uno scassone del genere?’, doveva aver pensato), poi era tornato, era risalito in macchina e se n’era andato senza accorgersi di nulla. I poliziotti ascoltarono la nostra versione. Dopodiché abbassarono gli occhi, con aria grave, acci­gliati, e tacquero. Per qualche minuto ce la facemmo sotto. Pensammo di essere stati scoperti. Pensammo che tutto sommato avevamo compiuto noi stessi il reato che stavamo denunciando. E tutto era un bel paradosso dal quale non sapevamo come uscire. Ma per fortuna non era successo niente, l’unica conseguenza del nostro giro dell’isolato era che il contachilometri di quella macchina ora segnava un chilometro in più. Nessuno di certo se ne sarebbe accorto. Dopo qualche minuto i poliziotti se ne andarono, e noi tornammo a sedere tutti e quattro sul divano, spalla contro spalla, infilammo una videocassetta e guardammo un film. Credemmo di aver sognato la macchina, il giro a zig zag tra le strade deserte del quartiere, le quattro risate, la polizia e tutto il resto, e ci dimenticammo della storia per i quasi trent’anni anni a seguire. Ora eccola qua: una storia senza capo né coda, non c’è che dire.

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