Piccone-party

1 febbraio 2017

Cercando una casa nuova, più grande di quella in cui abito da sette anni, passo i fine settimana a visitare appartamenti. Uno degli ultimi appartamenti che ho visitato era grande, molto più grande di quanto non sia quello in cui abito da sette anni. Aveva però le pareti dipinte di blu, color vinaccia, rosa vivo, grigio topo e viola, aveva le porte coperte dai graffiti, come le porte dei bagni della scuola, e aveva i sanitari sfondati. Al che ho pensato alla cosa che mi ha detto tempo fa una persona con cui lavoro. Questa persona mi ha chiesto se da giovane avessi mai partecipato a un “piccone-party”. Gli ho chiesto cosa fosse un “piccone-party”, e lui mi ha spiegato che è un party che si fa nelle case che si affittano da studenti, case dalle quali si è stati sfrattati e che bisogna lasciare in fretta: si invitano venti amici, la regola di base è che ciascuno porta qualcosa. “Da mangiare?”, ho chiesto io ingenuamente. “Qualcosa con cui abbattere le pareti”, ha specificato lui. Al che gli ho detto che no, non ho mai partecipato a un piccone-party, anche perché – ho spiegato – non sono mai stato uno studente fuori sede, e ai tempi della gloria non conoscevo dei fuori sede, e anche se li avessi conosciuti sono troppo rispettoso delle cose altrui, e soprattutto non ho mai avuto venti amici tutti nello stesso momento, e mi fanno paura i picconi, e sono così imbranato che temo perfino che potrei farmi male a maneggiarne uno, e poi temo i rumori violenti, la polizia, le denunce penali e gli alterchi rissosi. Perciò non ho mai partecipato a un piccone-party. Allora, mentre visitavo l’appartamento con le pareti colorate, le porte imbrattate e i sanitari sfondati, mi sono lasciato scappare la frase: “Qui dev’esserci stato un piccone-party”, e l’agente immobiliare ha annuito gravemente e ha detto: “Eh, mi sa”.

Qualche giorno dopo ho raccontato la cosa al mio collega, il quale ha stretto i denti e, forse pentito per l’immagine che poteva aver dato di sé, ha precisato: “Io non ho mai detto di aver partecipato a un piccone-party; ne ho semplicemente sentito parlare”.

In un’intervista che fece al comandante supremo delle forze statunitensi in Vietnam, generale Westmoreland, Goffredo Parise chiese: “Lei ha pronunciato una frase famosa, così famosa che a tutt’oggi rimane la sua unica dichiarazione politica sulla guerra in corso. Questa frase è: «Bisogna distruggere il Nord per vincere al Sud». È veramente persuaso che questo sia giusto? Giusto non soltanto da un punto di vista militare, ma anche politico, per non dire umano?”. Il generale Westmoreland rispose: “Non ho mai detto questo, la frase mi è stata attribuita dalla propaganda comunista ed è falsa”.

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