La noia

13 giugno 2017

Quando da ragazzo leggevo i classici, ciò che sommamente ammiravo in quegli scrittori non erano tanto le loro pagine migliori, bensì le loro pagine noiose. Mi sembrava che la noia fosse una proprietà di quei romanzi, il vero attributo che li distingueva dagli altri romanzi che invece classici non erano. Con questo non voglio dire che non trovassi pagine noiose nei romanzi che invece classici non erano. Ne trovavo eccome. Ma le pagine di noia dei veri classici erano fatte di una noia, come dire, di qualità superiore. Così immaginavo che per imparare a far bene gli scrittori bisognasse innanzitutto imparare a scrivere una bella pagina noiosa, una pagina tale da suscitare gloriosi, satollanti sbadigli. Ho ripensato a questo l’altro ieri, quando sono andato al CAF per presentare la dichiarazione dei redditi, e mi sono seduto per aspettare il mio turno. C’erano tre anziane provviste di una manifesta, atavica pazienza e un tale che per ingannare il tempo faceva a voce alta battute che non facevano ridere. Così, per ammazzare la noia che mi procurava l’attesa, mi sono messo a leggere le riviste. Le riviste avevano titoli come Intimità, Confidenze, Confessioni. Ma poco dopo mi sono annoiato. Mi sono guardato intorno, le tre anziane sembravano totalmente imbevute della loro pazienza, sembravano tre grossi cetrioli sotto aceto, mentre il tale che per ingannare il tempo faceva a voce alta battute che non facevano ridere continuava – lui solo – a ridere delle proprie battute. Ora, poiché non c’è, credo, posto più noioso di un CAF, mi sono chiesto come avrebbe fatto un grande scrittore, uno scrittore di romanzi classici, a tirare giù una pagina noiosa, una bella pagina gonfia di quella ghiotta, elegante, depurata noia sull’attesa in un CAF. Poi mi sono ricordato di David Foster Wallace, il quale, in una pagina de Il re pallido (Einaudi, Traduzione di Giovanna Granato) – romanzo che ha la smisurata ambizione di descrivere la sfibrante noia provata durante un’esperienza lavorativa da agente tributario – ha scritto: «Il punto per quanto riguarda il libro di memorie è che ho imparato, durante quel periodo all’Agenzia, qualcosa sulla noia, l’informazione e le complessità fuori luogo. Ho imparato a sorvolare la noia come fosse un paesaggio, con le pianure, le foreste e le infinite zone incolte. L’ho imparato ampiamente, puntigliosamente nel mio anno di interruzione. E da allora mi accorgo sempre, quando lavoro, mi diverto, sto con gli amici e perfino nell’intimità della vita familiare, che le persone viventi non parlano granché della noia. Di quelle parti della vita che sono e devono essere noiose. Perché questo silenzio? Forse perché l’argomento è, di per sé, noioso… solo che così ci ritroviamo al punto di partenza, che è barboso e fastidioso. Io, però, ritengo che potrebbe esserci di più… enormemente di più, proprio qui davanti a noi, nascosto dalla sua stessa mole».

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