Niente è vero, solo il cattivo umore è vero

12 luglio 2017

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, un giorno mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, ossia perché il mio umore reagisce come se questa realtà oggettiva non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? Di norma nella genesi del nostro umore sono coinvolte diverse componenti che si combinano fra loro in modo imperscrutabile. Per esempio se me ne sto seduto in giardino considero queste componenti: la brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio, quattordici piante vive, una morta, due in via di avvizzimento, la signora del palazzo di fronte che sbraita all’indirizzo di un cane che abbaia ininterrottamente da due mesi, le punture di zanzara che fioriscono sulle mie gambe e sulle mie braccia, il cielo limpido, l’erba infestante che cresce in mezzo al ghiaino, il canto delle cicale. Componenti questi che possono avere segno + o segno – e la cui somma fa il totale. Tuttavia un calcolo del genere vale per gli animali, ma non per gli uomini. Soprattutto non per me. Il meccanismo che contribuisce a costruire il mio cattivo umore è il seguente. La brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio mi ricorda le agghiaccianti, infinite estati solitarie di quando ero bambino e la testa mi tuonava in un vuoto ancestrale. Le quattordici piante vive, quella morta, e le due in via di avvizzimento sono il segno che nell’arte del giardinaggio, come in tutte le forme d’arte in cui mi sono cimentato, sono destinato al fallimento (tempo due settimane e il numero delle piante morte supererà quello delle piante vive). La signora esasperata dall’abbaiare del cane è la materializzazione di ciò che accade di norma nella mia testa (c’è un cane che abbaia ossessivamente, nella mia testa). Le punture di zanzara, il cielo limpido, l’erba infestante, il canto delle cicale mi riportano col ricordo alla parte disabitata e selvaggia di un’isola greca che visitai all’età di diciott’anni, a una madonnina sul bordo della strada che digradava verso il mare, agli occhi della madonnina fatti con due pietruzze bianche, i quali, nel biancore della luce mediterranea e nell’ampio silenzio soffice di quel vuoto terracqueo mi restituì l’impressione della più vasta, totale, assoluta solitudine concepibile in natura, all’atto di vandalismo che compì uno dei ragazzi che erano con me il quale scagliò una pietra contro la madonnina spaccando il vetro che proteggeva quegli occhi gelidi. Tutto questo accade mentre me ne sto seduto in giardino convinto di non essere immerso in una fase particolarmente riflessiva né drammatica né emozionante, ma in uno stato che giudicherei neutro. Eppure, ecco, è così che prospera il mio cattivo umore. Non è quasi mai in connessione con la realtà che mi circonda, o se lo è, lo è solo perché quella realtà è il treno sul quale salto per arrivare a nuove e più remote destinazioni. Tutto questo, mi hanno spiegato, avviene per delle infinitesimali produzioni di sostanze chimiche, per questioni “organiche”, “cromosomiche”, “genetiche”. Quindi il cane, le estati di quando ero ragazzino, la madonnina con gli occhi di pietra, non sono altro che delle entità molecolari, ioni, miscele. Niente è vero, nessuna realtà. Solo il cattivo umore è vero.

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