Il solitario del genere di cui faccio parte io

8 agosto 2017

Quando arriva l’estate, e in particolare quando arriva questa fase “acuta” dell’estate, e la gente che affolla la città si rarefà come una scoreggia nell’aria, io – che tendenzialmente sono un solitario – dovrei sentirmi a mio agio, bearmi del vuoto metafisico, del silenzio e dell’espansione. E invece no, invece sento un malessere costante, un malessere che è dato proprio da questo silenzio e da questa ipersolitudine. È un’assurdità, ma il solitario del genere di cui faccio parte io trova ragione della propria misantropia nello stare in mezzo agli altri. E quando invece si ritrova a stare da solo, non sta bene come immaginava, perché gli viene meno il motivo della sua aspirazione. Ieri, per esempio, in ufficio si parlava della Norvegia, un’impiegata diceva che vorrebbe vivere in Norvegia, nella foresta, con la lepre polare, il lemming, l’alce, l’orso e il lupo, diceva quant’è bello fare passeggiate solitarie con venti gradi sotto zero (QUANT’È BELLO), e mentre l’impiegata diceva questo, nella mia mente continuavano ad affiorare immagini di affollatissimi, sudatissimi concerti rock. Il mio desiderio di solitudine esiste solo in contrapposizione, non vale in senso assoluto. Il solitario del genere di cui faccio parte io è tre cose: un finto solitario, un malato di noia e un rompicoglioni siderale.

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