La più grande pecca sociale della mia epoca

La settimana scorsa sono stato in ospedale per fare una visita. Quando entri in un ospedale per fare una visita, arrivi e nessuno ti spiega cosa devi fare, allora cominci a chiedere a chiunque, devi capire quali sono le procedure che ti permetteranno di fare la visita. Ogni ospedale ne ha una. Spesso, nello stesso ospedale, ogni reparto ha una procedura diversa. Spesso, non esiste neppure una procedura, ma una consuetudine, che è altra cosa. Tuttavia, né la procedura né la consuetudine sono regolamentate, ossia non è scritto da nessuna parte cosa devi fare quando entri in un ospedale per fare una visita, né c’è qualcuno che sia demandato a spiegarti cosa devi fare. Sei alla mercé di te stesso, sei in avanscoperta, devi vivere l’avventura, perché non esistono le istruzioni per l’uso dell’ospedale. Più o meno la stessa cosa mi capitò quando misi piede per la prima volta nell’università. Mi ero iscritto a Lettere, avevo pagato la prima rata. Ok. E poi? Adesso? Non c’era un vademecum – “Come si frequenta l’Università” –, un libretto che mi spiegasse quando e come fare il piano di studi, quali corsi seguire se intendevo laurearmi in un certo indirizzo, come ci si iscrive ad un esame. Neanche lì c’erano le istruzioni per l’uso. Così, data anche la mia scarsa propensione a socializzare, vagai per tutto il primo anno cercando di capire cosa doveva fare materialmente, in che consiste, giorno per giorno, frequentare l’università. E mi sentii molto stupido. Molto più stupido di quanto mi sia mai sentito in vita mia. La cosa che più mi atterriva da bambino pensando alla vita adulta era che nessuno mi avrebbe spiegato, per esempio, come si compra una macchina, come si ottengono dei documenti, come si pagano le tasse. Eppure ogni oggetto che acquistiamo, perfino il più insignificante, è dotato di informazioni essenziali, lo è per obbligo di legge. L’ospedale, l’università, la vita adulta, no. Niente e nessuno ti spiegherà il loro funzionamento di base. La sopravvivenza in questi contesti è demandata alla tua capacità di reperire informazioni, in barba al tuo carattere, alla tua abilità nel “domandare”, alla tua faccia tosta. Questa a me pare la più grande pecca sociale della mia epoca, l’imperfezione più macroscopica della collettività umana nel ventunesimo secolo, un gigantesco diritto negato la cui negazione – paradossalmente – non è percepita come tale da nessuno, eccetto che dalle persone timide e socialmente renitenti come me.

 

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1 commento
  1. Diego ha detto:

    La ringrazio perché condivido quasi ogni riga. Vedo però che nelle conclusioni “universalizza” alquanto il suo malcontento che io tenderei a circoscrivere alla peculiarità del vivere in un paese chiamato ITALIA. Siamo sicuri che un mite e riservato cittadino, che so, danese sarebbe stato altrettanto ostaggio della sua timidezza di fronte al muro di ingarbugliate prassi rese tali forse proprio per scoraggiare lui e incoraggiare le nature più prevaricatrici? A discapito dell’arricchimento collettivo grazie al contributo generale più diffuso e capillare possibile? Chissà…
    Grazie cercherò i suoi libri
    Diego

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