Il punto dell’esistenza in cui ti insegneranno a porre la morte

Stamattina mio figlio guardava in tv un episodio dei Pokémon, a un certo punto gli ho fatto una domanda semplice: i Pokémon muoiono? Mio figlio ha risposto che non muoiono, evolvono, mi ha spiegato che non muoiono neppure durante i combattimenti, ma solo se vengono aggrediti. Ho pensato alle cose che guardavo in tv da bambino. Nei cartoni animati a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta la morte era spesso un requisito che innescava la storia, era una condizione pregressa: il mondo è caduto nelle tenebre e un eroe solitario – che sovente ha dovuto rinunciare alla sua condizione umana per trasformarsi in androide da combattimento – lotta per ristabilire la luce. E pensavo che ai miei tempi, nonostante fossero passati trent’anni, scontavamo ancora gli effetti della Seconda Guerra Mondiale sulla coscienza collettiva di cui eravamo parte. La morte era un evento già accaduto, un prologo delle nostre esistenze. L’orizzonte era la vita. È con questo che sono cresciuto, con l’idea che ci siamo rialzati dalle rovine, che il passato è oscurità e il futuro è luce. Nelle storie che segue mio figlio invece è stata ristabilita la consequenzialità dell’esistenza umana. Il punto di vista delle nuove generazioni sarà molto diverso dalla prospettiva da cui guardavano il mondo le precedenti. Non è una cosa da poco. Il punto dell’esistenza in cui ti insegneranno a porre la morte determinerà la norma che guiderà la tua intera vita.

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