Puer aeternus

Ho letto Puer aeternus di James Hillman (Adelphi, traduzione di Adriana Bottini). In questo libro, Hillman – che è stato un saggista e psicoanalista junghiano – si pone la domanda: che cosa significa essere traditi dal proprio padre? E lo fa iniziando col raccontare una storiella:
“Un padre, volendo insegnare al figlio ad essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo mette sul quarto gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma poiché si fida del padre, fa quello che il padre gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quinto, sesto e settimo gradino dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo» e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente, continuando così per un po’. A un certo punto il bambino è su un gradino molto alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre»”.
C’è un momento originario dunque che è rappresentato dalla fiducia del figlio per il padre (la cosiddetta “fede animale”); c’è uno scandalo (il tradimento); e c’è l’inizio della vita vera e propria (il tempo della coscienza e delle responsabilità umane). Secondo Hillman queste tre fasi costituiscono, come nella storiella, o come nel racconto biblico della cacciata dall’Eden, o ancora come nel tradimento del Padre evocato da Gesù Cristo sulla croce, “l’iniziazione del ragazzo alla vita”, o altrimenti “l’iniziazione alla tragedia dell’adulto”. Senza il tradimento del padre non può esistere la vita, ma solo un eterno ritorno al paradiso terrestre, alla fiducia originale, alla zona protetta in cui ci si può esporre all’altro senza essere annientati.
Dice Hillman che al ragazzino che si rialza dopo la caduta si aprono due strade: “Può darsi che sia incapace di perdonare, e allora rimarrà fissato nel trauma, pieno di rancore e di voglia di vendicarsi, cieco a ogni comprensione e tagliato fuori dall’amore”, oppure che inneschi il “meccanismo di difesa della negazione”. E a tale proposito cita San Tommaso d’Aquino, per il quale la vendetta è giustificabile solo nel caso in cui è rivolta al male e non contro colui che ha perpetrato il male.
Ma Hillman si pone anche nella prospettiva del padre, si interroga cioè su cosa può significare il tradimento per il padre. Che deve aver provato, per esempio, Dio nel lasciar morire il proprio figlio sulla croce? E arriva a porsi la domanda estrema: “Che la capacità di tradire attenga alla condizione di padre?”. E la risposta che si dà è che “la capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri. Una paternità compiuta le possiede entrambe”. Fino a prefigurare il tradimento come un supremo atto d’amore.
Se siete padri, quella di Hillman è una lettura tosta, vi porterà a ripetere a voi stessi: anch’io tradirò mio figlio? E in che forma? E anche ammesso che presti tutte le attenzioni del caso e che arrivi a non tradirlo, sarebbe per lui un bene? Oppure è proprio necessario che io lo tradisca, perché è attraverso la sperimentazione di questa forma di sofferenza che lui potrà in maniera compiuta diventare uomo?
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