Possiamo giudicare grande uno scrittore di cui non ci è piaciuto praticamente nulla?

Serotonina, il nuovo romanzo di Houellebecq, affronta il tema della rivolta del ceto medio. Uscirà mentre in Francia è in atto la protesta dei gilet gialli. Sottomissione fu pubblicato il giorno della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Non mi viene in mente un altro caso di un autore così perfettamente sincronizzato col suo tempo, il che significa qualcosa d’importante, al di là del giudizio che si può avere sullo scrittore e sulla sua opera. A me, per esempio, Sottomissione non era piaciuto, e poco in generale m’è piaciuto di Houellebecq. A parte Estensione del dominio della lotta, quello sì un capolavoro. Ciò che mi chiedo è: possiamo giudicare grande uno scrittore di cui non ci è piaciuto praticamente nulla, a parte un solo libro? A me pare di sì. Perché per certi scrittori la risposta non sembra limitarsi a una questione puramente letteraria. La loro grandezza affiora, certo, dalla pagina scritta, ma si realizza poi in una specie di sovrasfera, che è un misto di lampo, intuizione, stile e circostanze. Le circostanze, ecco. Ci sono stati autori potenzialmente grandissimi a cui sono mancate le circostanze.

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