Respirare col naso

Corro da quindici anni, lo faccio con maggiore o minore regolarità, da qualche settimana sono molto costante. Ieri ho fatto una bella scoperta, una di quelle cose che cambiano il sentimento che si prova rispetto a una cosa che ci piace fare, nel mio caso correre. Ieri ho corso per nove chilometri respirando solo col naso, ossia non ho respirato alternando naso e bocca come faccio da quindici anni e come fa la maggioranza dei corridori. Al principio mi è sembrato di procedere con grande difficoltà, facevo fatica a tenere la bocca chiusa e a non colmare il senso di affanno che mi insorgeva nel petto ingerendo saltuarie ma appaganti boccate d’aria. Poi è subentrata una sensazione di benessere, e tutto il corpo ha iniziato a funzionare meglio. Alla fine ho provato minore affaticamento muscolare e una sensazione di strana ma confortevole euforia. Tutto ciò pare sia dovuto all’ossido nitrico, una molecola prodotta nei seni paranasali che rende la respirazione più efficace e migliora di molto l’ossigenazione dei tessuti. Da qualche parte ho letto che in fondo è una soluzione logica: il naso è fatto per respirare e la bocca per mangiare. Eppure per quindici anni non ci avevo pensato, se mentre correvo avevo bisogno di una quantità d’aria supplementare aprivo la bocca. Non rallentavo, aprivo la bocca. Certe scoperte sono di una tale sconsolante banalità che mi fanno pensare al massimo grado alle coincidenze. Per esempio, quando passo correndo accanto a un campo di calcio in cui si sta giocando una partita, mi volto lentamente sperando che l’azione di gioco a cui sto assistendo sia quella decisiva, che la corrispondenza tra il mio passaggio e i movimenti dei calciatori disegni la sincronia assoluta. A volte succede. È l’istante in cui il mediano appoggia la palla in verticale con un colpo accurato, e il nove si insinua nelle maglie della difesa avversaria con la precisione di un insetto impollinatore, raccoglie il passaggio, fa uno, due tocchi, stende la gamba e sospinge con la punta della scarpa il pallone, il quale schizza al lato del portiere in uscita e lo trafigge impietoso. Un istante che coincide con la rotazione che fa la mia testa verso il campo, mentre proseguo spedito la mia corsa. Quando riesce, è il momento perfetto, la realtà si espande, e vedo gli occhi pallidi di quei ragazzi stravolti dalla fatica che mi fissano da lontano, come bengala riflessi in un pozzo, undici di loro che levano le braccia al cielo in segno di esultanza e gli altri undici che restano attoniti a misurare il dolore della disfatta. E tutto questo dura una frazione di secondo, un tempo troppo breve per tutto, un tempo che non si può esprimere né formulare, perché io sono già oltre, e il paesaggio è già cambiato, e mi trovo nel dominio degli spostamenti da un luogo a un altro. Capire dopo tanto tempo una cosa semplice, ossia che quando corro devo respirare col naso, mi ha dato la conferma che esiste un ordine naturale delle cose, e che io ne faccio parte, che non sono estraneo alla creazione e al tempo, ma sono un elemento della simultaneità, che il mio essere tra i vivi non è solo un fatto mentale, una speculazione, un fondale su cui proietto la mia illusione, ma è una cosa vera, come lo sono l’erba, le ossa, la luce, la terra, qualsiasi composizione di atomi, qualsiasi organismo vivente. Ecco, è una parola bella ‘vivente’.

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