Intraducibile

Sto leggendo Il conte di Montecristo nella traduzione di Margherita Botto dell’edizione Einaudi. All’inizio del capitolo undicesimo, quando riceve la notizia che Napoleone Bonaparte ha lasciato l’isola d’Elba ed è sbarcato in Francia, Dumas scrive che il re Luigi XVIII “fece un intraducibile gesto di collera e di spavento, e balzò in piedi come se un colpo imprevisto lo avesse raggiunto contemporaneamente al cuore e al volto”. Perché quel gesto è intraducibile? Il narratore del libro conosce ogni fatto e ce lo riporta come se ne fosse testimone, è un occhio che ha vegliato sui personaggi e sulla storia, un autentico dio (l’onniscienza del resto è un attributo che le religioni monoteistiche riconoscono solo a Dio). Eppure, per questo dio, il gesto di Luigi XVIII non può essere espresso con i mezzi della parola letteraria, è intraducibile. Tutto il resto lo è, tutto ciò che è contenuto e narrato nelle 1232 pagine del romanzo è traducibile. Il gesto di collera e di spavento del re no. Quel gesto non trova un corrispondente nella divina lingua letteraria del narratore che tutto sa. Ecco, trovo che questa ammissione di Dumas, questo confessarsi tra le righe inidoneo a testimoniare fino in fondo la storia, sia una dichiarazione potente e bellissima. È il riconoscimento che c’è un errore di progettazione, un bug nel sistema su cui si fonda la letteratura, che c’è una falla perfino in dio.

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