Fame da cani

Del tempo dei miei studi universitari ricordo una cosa che lessi nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, una cosa che diceva più o meno questo: il libro in questione, cioè il Tractatus, lo avrebbe capito solo chi in vita aveva già pensato i pensieri che vi erano espressi. In altre parole Wittgenstein diceva che il Tractatus è un libro precluso a tutti, a eccezione del suo autore, che è ragionevolmente l’unico che ha già pensato i pensieri che vi sono espressi. Allora mi ricordo che questa idea mi si incollò addosso per tanto tempo, e tendevo ad applicarla a ogni libro, non solo quindi ai libri di logica filosofica, ma anche ai romanzi, e quindi tutti i libri mi apparivano pressoché incomprensibili, perché tutti i libri potevano essere veramente compresi solo da chi in vita aveva già pensato o vissuto i pensieri e le storie che vi erano contenuti. Per salvarmi il gusto della lettura allora cercavo di accontentarmi di quel poco che di ogni libro comunque avrei capito, tendevo quindi a considerare il libro come una tovaglia scrollata, o meglio come le briciole cadute dalla tovaglia scrollata, e tendevo a considerare il lettore più o meno come un cane affamato che si fionda sotto le gambe del tavolo in cerca degli avanzi del pasto e lecca il pavimento con furia e avidità. Anche questa immagine del cane lettore mi è rimasta incollata addosso da quei tempi, perché è esattamente così che mi percepisco ogni volta che cerco di entrare in un libro, so già che mi dovrò accontentare di molto, molto meno di quanto vorrei, e so che non sarò all’altezza, e sento il peso dello sguardo misericordioso dell’autore che mi sorveglia dall’alto con gli stessi occhi frementi e impietosi di Wittgenstein. Il vero problema mi si è posto quando ho iniziato a scrivere, perché quella stessa sensazione l’ho provata anche rileggendo le cose che avevo scritto. Allora mi chiedevo come fosse possibile. Essendo io l’autore, avevo senz’altro già pensato i pensieri che in quegli scritti erano espressi! Eppure rileggere quei pensieri non era la stessa cosa dell’averli formulati. C’era sempre qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che nel passaggio dalla trascrizione alla cognizione andava perduto. E mi chiedevo dove vanno a finire queste porzioni di senso, queste tare, queste sottrazioni che rendono la lettura un’attività per gente con una fame nera, una fame da cani. Sarà per questo che leggere non piace quasi a nessuno.

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