Stiamo diventando uccelli

Intorno alle quattro del mattino ho sentito cantare gli uccelli fuori dalla finestra. I suoni erano a volte ascendenti a volte discendenti. Ho pensato che se mi fossi concentrato sarei potuto arrivare a decifrarne la lingua. Quando non siamo ancora completamente fuori dal sonno i pensieri sono confusi, ma hanno una loro sostanza, si fanno solidi, e ogni stramberia ci appare reale e possibile. In quella sospensione tra sonno e veglia mi sono chiesto se gli uccelli se ne sono accorti, ma era una domanda buona per un sogno. Adesso però che sono sveglio mi sembra che la domanda abbia un suo fondamento anche nella realtà. È un giorno di pioggia e, da quel poco che so del comportamento degli uccelli, quando smette di piovere loro cantano. Nel primo libro delle Georgiche, Virgilio scrive: “Allora i corvi con la gola serrata ripetono tre o quattro volte le limpide voci, e spesso sugli alti giacigli, lieti per un’insolita dolcezza, schiamazzano fra loro tra le foglie: piace a loro, terminata la pioggia, tornare a vedere i piccoli figli e i dolci nidi”. Stiamo diventando uccelli.

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