Infinitamente piccolo

Ma la lettura migliore in questi giorni è Pascal, e in particolare la parte dei Pensieri in cui definisce l’uomo come sospeso tra due infiniti: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Il piccolo, “da cui è tratto”, e il grande “in cui è inghiottito”. “Che cos’è l’uomo nella natura?”, si interroga Pascal. “Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile”. Di questi due infiniti però, quello che l’uomo riesce meno a immaginare è l’infinito della piccolezza, la misura acellulare di un virus, appunto. “L’infinità nella piccolezza è molto meno manifesta”, dice Pascal. È più facile tremare di fronte all’infinitamente grande, alla gloria manifesta dell’universo, è più facile provare “quel piacevole tipo di orrore” (Addison) che avvertiamo di fronte alle creste inesorabili d’una montagna, o al terrificante ribollire di una marina in burrasca; è più facile sentirsi inermi al cospetto della vastità. Ora invece siamo posti di fronte all’altro infinito, al piccolo, al reame invisibile. L’uomo, dice Pascal “ha bisogno di un luogo che lo contenga”. Così l’orrore che proviamo oggi è di non essere contenuti nella tempesta, ma di esserne i contenitori.

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