Il libro non è cibo per l’anima, è cibo per lo stomaco

Che cos’è un libro? Un tempo era la parte interna della corteccia, gli antichi la trovarono particolarmente adatta per scriverci. Cosa intendiamo per libro? La materia di carta, colla e inchiostri intrecciata a una particolare combinazione di lettere e spazi bianchi che letti consecutivamente ci vogliono dire qualcosa. Il qualcosa che ci vogliono dire può essere una storia, un’idea, un ragionamento di un individuo che il più delle volte non conosciamo di persona. In termini concreti un libro è come un megafono, ci serve ad amplificare la voce di qualcuno in modo che arrivi lontano e a più persone possibile. Perché si dice che un libro è cibo per l’anima? Non lo so, e l’ho sempre trovata una boiata. Sarà che sono abituato a ragionare sui termini concreti della realtà, e quindi per cibo intendo qualcosa di commestibile utile al soddisfacimento energetico di un organismo vivente; per anima invece intendo la consapevolezza dell’essere (ma su questo si può discutere per duemila anni senza venirne a capo). La consapevolezza arriva dalla ragione, la ragione è determinata dal cervello, il cervello si nutre prevalentemente di glucosio, dal che se ne consegue che il cibo dell’anima non è il libro, ma semmai lo zucchero. Che cosa voglio dire? Che trovo intollerabile sentir parlare del libro come di un bene primario in un paese in cui, quando va bene, quattro persone su dieci, in un anno, ne leggono almeno uno per motivi non professionali. Tecnicamente, numeri alla mano, il libro è un bene indirizzato a una nicchia di mercato. Non voglio sminuire il valore del libro, figuriamoci. Però ho sempre storto il naso di fronte a certe indiscriminate campagne di sensibilizzazione alla lettura. Leggere fa bene? Dipende dal libro. A volte trovo più sano mangiare, fare una passeggiata, suonare la chitarra o giocare a Scarabeo. Se in Italia la filiera del libro, l’istruzione, la cultura fossero sostenuti, e non solo a parole, allora il libro avrebbe speranza e ragione di diventare, magari fra un secolo, un valore primario di questa società. Ma adesso non lo è, o almeno non lo è più di quanto non lo siano altri prodotti di cui si è dovuta sospendere la produzione. È importante, certo, perché dà da mangiare a chi coi libri ci lavora, ma non è così importante per i lettori, ossia per la nicchia dei consumatori, che di libri da leggere ne avrebbero per cent’anni. Il libro non è cibo per l’anima, è cibo per lo stomaco. Perciò sulla riapertura delle librerie gli unici che ha senso che si esprimano sono i librai, gli editori, i distributori e tutti coloro che sono coinvolti nella filiera. Quelli che parlano di anima leggano Platone, Sant’Agostino e Schelling. Quelli che leggono un libro l’anno, ne leggano almeno due. E i non lettori tacciano.

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