Archive for the 'Altri mondi' Category

Uno dei più grandi cantanti blues di tutti i tempi

30 maggio 2017

Nei primi anni Novanta, a Londra, mentre dormivo in un sacco a pelo sotto al portico della stazione di Charing Cross, mi risvegliai cullato da un canto roco e gentile, «…how many times can a man turn his head, pretending he just doesn’t see?». A cantare era un uomo con la barba rossiccia da irlandese, gli occhi stretti come due fessure, i capelli ritti e sudici, le macchie nere sugli zigomi e un’età indefinibile, tra i quaranta e i cento anni. Appena si accorse che mi ero svegliato smise di suonare, mi sorrise e chiese scusa per aver preso la mia chitarra mentre dormivo. Lo pregai di continuare a suonare e me ne stetti in silenzio ad ascoltare quella voce fosca e aspra che strisciava lenta come acqua sporca in un fosso. Non ho mai più sentito nessuno in vita mia suonare Bob Dylan meglio di così.

Più o meno negli stessi anni, a New York, nell’East Village, si aggirava un clochard. Era un nero dalla statura smisurata e per questo tutti lo chiamavano Treeman, “Uomo-albero”. Jeff Buckley, che lavorava in un locale del Village come cantante-lavapiatti, una sera chiese a Treeman se conosceva il blues, e Treeman rispose intonando If you knew di Nina Simone e Drown in My Own Tears di Henry Glover. A quel punto Jeff invitò Treeman sul palco e cantarono insieme alcuni standard del blues. In seguito Jeff definì Treeman “uno dei più grandi cantanti blues di tutti i tempi”.

Robert Walser, a proposito del talento, ha scritto: “Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire deve essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo”.

Una certa ampiezza e una certa calma. Ecco. Il talento deve essere ampio e calmo. Soprattutto calmo.

Ridono i cavalli?

2 dicembre 2016

Mi sembra che ci sia in giro una gran voglia di ridere, più che in ogni altro tempo. Io stesso passo le giornate ad avere voglia di ridere, a cercare il comico in ogni cosa. Questo non significa che siamo persone allegre. Anzi, secondo me significa l’esatto contrario.

“Il cavallo, se così si può dire, ha quattro ascelle e perciò soffre il solletico il doppio dell’uomo”. (Robert Musil, ‘Ridono i cavalli?’, in Pagine postume pubblicate in vita, Einaudi, trad. di Anita Rho).

Medioevo punitivo

2 novembre 2016

Alex Schwazer crea un sito per allenare maratoneti e ciclisti e infuria la polemica. Perché Schwazer non deve allenare, non deve guadagnarsi da vivere, è reo delle più orrende malefatte che il mondo possa concepire. Alex Schwazer non deve vivere. Questo è un tempo molto pericoloso. È il tempo della catarsi, il tempo in cui viene attribuita a uno la responsabilità del tutto e lo si perseguita fino all’annientamento. Più costui resiste all’annientamento, più la stizza collettiva diventa feroce, cieca e brada. E questa non è solo una storia di sport e di doping, è il sintomo di un medioevo punitivo.

Elena Ferrante è un gioco

5 ottobre 2016

Eppure una mezza ammissione, per quanto involontaria, c’era stata. Il 14 ottobre del 2014 Starnone rilascia un’intervista a Simonetta Fiori di Repubblica. Per tutta la durata dell’intervista la giornalista incalza lo scrittore sul mistero dell’identità di Elena Ferrante. A un certo punto Starnone sbotta: “Scusi, mettiamo che la Ferrante sia io, o sia mia moglie…”. Al che Simonetta Fiori, prontamente, ribatte: “O entrambi…”. È qui che Starnone si lascia scappare il lapsus: “No, insieme lo escludo”.

Cortázar intervistato da Jason Weiss: “Ricordo di quando ero piccolo e i miei genitori mi dicevano: «D’accordo, hai giocato abbastanza, ora vieni a farti il bagno». Lo trovavo completamente stupido, perché per me il bagno era un fatto sciocco. Non m’importava di niente, ma giocare con i miei amici costituiva una cosa seria. La letteratura è così: è un gioco, ma nel quale si può mettere in ballo la propria vita. Si può fare tutto per quel gioco”.

 

Questa rabbia che ci tiene insieme

6 ottobre 2015

Ho visto le immagini del responsabile delle risorse umane di Air France che scappa a torso nudo inseguito dai dipendenti e ho pensato al verso di una canzone di Ivan Graziani (oggi avrebbe compiuto settant’anni, era il più grande tra gli scansati) che fa: “Taglia la testa al gallo se ti becca nella schiena”. Però io detesto i linciaggi, e quindi credo più in quell’altro verso, sempre del più grande degli scansati, che invece fa: “Questa rabbia che ci tiene insieme ci lega più di un fascio di catene”.

Rondini

20 marzo 2015

“Quant’è che lavori qui?” “Sette anni”. “Io dieci”. “Cavolo, sono tanti”. “Hai letto delle rondini?” “No, che c’era da leggere?” “In dieci anni l’Europa ha perso il quaranta per cento delle rondini”. “Saranno andate da qualche altra parte”. “È successo anche a me”. “Che cosa?” “Le rondini”. “Che ti è successo?” “In dieci anni ho perso il quaranta per cento delle rondini”.

Sfregi

27 febbraio 2015

Nell’articolo di spalla che compare sulla prima pagina de “Il Tempo” di oggi, c’è una foto che riprende gli uomini del califfato mentre fanno scempio di statue e bassorilievi in un museo di Ninive, il titolo è: Sfregio all’arte. Accanto, in taglio medio, c’è una grande riproduzione del Ritratto di Erasmo da Rotterdam, il volto di Erasmo è sostituito dalla faccia di Totti, il titolo è: Orgasmo da Rotterdam.

Una recente puntata di Vice documenta la vita di alcune donne fuggite dalla Corea del Nord, le immagini mostrano le donne impegnate in momenti di preghiera, una voce fuori campo spiega che la religione è un sistema formidabile per facilitare l’integrazione e il passaggio da una cultura all’altra, per queste donne è bastato sostituire la figura di Kim Il-sung con quella di Dio, le figure dei successori Kim Jong-il e Kim Jong-un con quella di Cristo, e la raffigurazione dei membri del comitato centrale del Partito del Lavoro con l’immagine dello Spirito Santo.

L’Isis sui barconi, ovvero battere le mani per scacciare gli elefanti

20 febbraio 2015

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it, qui.

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Secondo il Daily Telegraph, l’Isis sarebbe intenzionato a infiltrare jihadisti sui barconi di immigrati diretti sulle coste italiane, per attaccare le “compagnie marittime e le navi dei Crociati”. Una teoria già sentita dalle voci di Alfano e Salvini e sostenuta anche dall’ambasciatore d’Egitto a Londra Nasser Kamel. Una teoria che però non tiene conto di due fattori. Il primo: un’organizzazione terroristica non spende tempo e denaro ad addestrare i propri uomini per poi scegliere come mezzo di locomozione il meno sicuro al mondo (secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati i morti nel Mediterraneo nel 2014 sono stati 3.419); Il secondo: gli attacchi finora effettuati sul suolo europeo non sono stati condotti da persone provenienti da un altro continente, bensì da immigrati di seconda generazione, gente cioè nata e cresciuta in Europa e infusa di quella missione sacrale che Khaled Fouad Allam ne Il Jihadista della porta accanto (Piemme) ha definito “terrorismo di prossimità”. A che serve allora sbandierare la minaccia di uno sbarco sulle coste italiane di jihadisti mescolati alla popolazione di profughi in fuga da guerre e miseria? Nel libro di Paul Watzlawick Istruzioni per rendersi infelici (Feltrinelli, traduzione di Franco Fusaro) ho trovato una storiella esemplare: Dobbiamo adesso parlare non più della creazione del problema, ma di come si fa a non affrontarlo, allo scopo di renderlo eterno. Il fondamentale modello ci è fornito dalla storia dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: «Per scacciare gli elefanti». «Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!» E lui: «Appunto». La morale del paradosso di Watzlawick è che a volte scansare un problema serve proprio a far persistere quel problema. Se non precisamente quello, un altro problema a esso collegato. Coloro che agitano lo spettro dell’Isis sui barconi non fanno altro che oscurare il vuoto di idee, la malafede e l’incapacità di mettere mano concretamente al problema degli sbarchi, che poi a ben vedere non è neppure il vero problema, dacché una verità lapalissiana è che se un barcone sbarca vuol dire che perlomeno non è affondato a largo, e che trecento persone non ci hanno rimesso la pelle.

Il mitra a rate

16 gennaio 2015

Le armi usate dai fratelli Kouachi per compiere la strage nella redazione di Charlie Hebdo sono state comprate chiedendo un mutuo di seimila euro, restituibili in comode rate da centotrentotto euro (prima rata cinque gennaio) alla finanziaria Cofidis. A quanto pare Amedy Coulibaly ha compilato la richiesta del prestito dichiarando di avere un contratto a tempo indeterminato e di percepire uno stipendio di quasi tremila euro. La Cofidis ha approvato la pratica di richiesta del mutuo senza richiedere il giustificativo di spesa, poiché la somma richiesta rientra nella cosiddetta “fascia media”. Il sociologo Werner Sombart, colui cioè che coniò il termine capitalismo, ai primi del 1900 scriveva: “Non vi sono limiti assoluti all’acquistare e il sistema esercita una pressione psicologica in favore di un’estensione senza confini . L’acquistare quindi diventa incondizionato, assoluto. Non soltanto coinvolge tutti i fenomeni entro il dominio dell’economia, ma raggiunge altri campi culturali e sviluppa una tendenza a proclamare la supremazia degli interessi degli affari su qualsiasi altro valore”. Così, mentre nei giorni scorsi gli analisti di mezzo mondo si affannavano a decrittare la mappa del traffico d’armi e i processi di finanziamento delle attività terroristiche internazionali, oggi scopriamo che il capitale iniziale per mettere in piedi un’impresa di tipo terroristico di matrice anti-occidentale è reperibile sfruttando i canali classici del sistema capitalistico, ossia quelli dell’accesso al credito. Viviamo in un mondo in cui i beni (trovo straordinario che nello spaccato di mondo di cui facciamo parte le armi possano rientrare nella definizione di “bene”) hanno una vita e un utilizzo anticipato rispetto al loro valore e al modo in cui esso viene corrisposto. E questo riguarda anche la produzione di un “bene” del tutto particolare: la morte. Non so a voi, ma a me sembra che prima della civiltà occidentale, qui a crollare sia il senso fondamentale delle cose.

Fondamentalisti

7 ottobre 2014

Nel reportage di Vice intitolato Dentro l’Isis, girato a Raqqa, in Siria, la capitale del califfato islamico, vengono ripresi esponenti dell’esercito jihadista che fermano persone lungo la strada, richiamandoli ai loro doveri religiosi, doveri che riguardano il materiale con cui sono prodotte le vesti delle donne, o l’esposizione di vecchi manifesti pubblicitari di impronta occidentale riciclati per schermare il sole. A un certo punto, l’inquadratura si sofferma sulla stecca degli occhiali da sole che indossa l’addetto stampa dell’IS, uno dei tanti fondamentalisti esaltati che animano il reportage. Sugli occhiali si vede in modo distinto il logo dei Ray-Ban. Scienze della comunicazione ha fatto disastri anche lì.

Il Borghezio scozzese

18 settembre 2014

Una cosa che ho scritto ieri su ilfattoquotidiano.it.

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Domani in Scozia votano per l’indipendenza dal Regno Unito. La questione dell’irredentismo scozzese me l’ha spiegata, per l’appunto, uno scozzese. Era il 1995. Ero a Edimburgo, c’era l’Edinburgh International Festival e le strade erano piene di gente. Erano pressappoco le due del mattino, io e i miei amici avevamo comprato da bere, avevo in mano una bottiglia di whiskey da pochi soldi. A un certo punto mi si è avvicinato un vecchio ubriacone, piccolo di statura, magro, con le ossa di un passero ammaccato, la bocca senza denti. Mi ha chiesto da bere, gli ho passato la bottiglia. Il vecchio ha tirato giù la più lunga, spaventosa sorsata che abbia mai visto in vita mia. Si è ripulito la bocca con il polso e abbiamo cominciato a parlare.

Non capivo una parola di quello che diceva. Parlava con questa voce strascicata. Al che gli ho chiesto (in inglese): “Ma stai parlando in inglese o cosa?” Lui mi ha fissato con due occhi orgogliosi e furenti, ha fatto il gesto di restituirmi la bottiglia e ha sputato: “I’m not english. I’m Scottish!”

Ora, ieri ho visto il video in cui Borghezio fa l’appello per invitare gli elettori scozzesi a votare Sì al referendum, il video finisce con un’esortazione in gaelico, cioè Borghezio a un certo punto si mette a sproloquiare in gaelico e dice: “tagh duine, tagh gu an saorsa, alba saor” (“vota sì, vota per la libertà, Scozia libera). Allora ho ripensato al mio amico scozzese, ho pensato chissà se è ancora vivo, chissà se ha smesso col whisky, ma soprattutto, chissà se ha visto il video di Borghezio che parla in gaelico.

E ho pensato che, se il mio amico scozzese è ancora vivo, se ha smesso col whisky e se ha visto il video di Borghezio che parla in gaelico, ecco, ieri può aver fatto solamente due cose: ha deciso di votare No e si è rimesso a bere.

Lotta tra farfalle

27 agosto 2014

Avete mai sentito il rumore di una rissa tra gatti di notte? Prima c’è il silenzio, poi arriva la zuffa, è rapida, non c’è quasi il tempo di accorgersene, è tutto un Panf! e Pum!, corpi che schiantano, ringhi efferati e soffi, un regolamento di conti veloce che risponde a un istinto alla discordia atavico. Alla fine torna di nuovo tutto sotto silenzio. E avete mai pensato a quanto può essere spaventosa una lotta tra farfalle?

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