Archive for the 'Italiani' Category

Strategia del ministro: la morte di Emanuele Scieri e il ritorno della leva obbligatoria

13 agosto 2018

La tempistica. È dell’inizio del mese la notizia di un arresto e due indagati per la morte di Emanuele Scieri, parà di leva morto il 16 agosto del 1999 a Pisa nel centro di addestramento della Folgore, dopo vent’anni di insabbiamenti e depistaggi. Scieri fu ucciso a seguito di pratiche di nonnismo, pratiche che a quel tempo erano non solo tacitamente incentivate dai vertici militari, ma esplicitamente raccomandate (l’anno prima della morte di Scieri l’allora generale Celentano spedì ai comandi della Folgore un manuale di torture – sic! – redatto su carta intestata contenente, tra le altre cose, numerose perle di razzismo e di considerazioni violente contro meridionali, africani e obiettori di coscienza). La tempistica dicevo. Passano meno di due settimane e Salvini invoca il ritorno della leva obbligatoria. La strategia del ministro degli interni è chiara: urtare non solo la suscettibilità di una parte dell’opinione pubblica e degli elettori che non si riconoscono nella sua linea politica, ma annichilire qualsiasi misura di sensibilità, passare sopra ai morti calpestando la rabbia e il dolore, per dire, di una famiglia come quella di Emanuele Scieri, devastata e umiliata da vent’anni di menzogne e di abusi. Salvini intercetta un sentimento di giustizia che si leva a seguito di una notizia e lo affronta di petto facendo leva a sua volta su due sentimenti contrari e ferini: la malignità e la perversione. Dà voce e legittimità a impulsi animaleschi, includendoli nel discorso politico, per poi riversarli nella pratica quotidiana dei rapporti sociali. Salvini è «cattivo», secondo il valore etimologico dal latino captivus, prigioniero. Rappresenta cioè tutti i “cattivi”, ossia tutti coloro che per anni hanno vissuto prigionieri delle conquiste di civiltà, che hanno tenuto la lingua in bocca solo per non far sentire l’odore mefitico del loro fiato. A Salvini non interessa niente né di Scieri né del ripristino della leva obbligatoria, a Salvini interessa il rutto che sale, la provocazione, lo spintone in petto. Pensate alla cosa che più vi fa incazzare al mondo e tempo due settimane lui dirà che quella cosa è legittima. Non è politica né antipolitica, è anapolitica, è l’inversione del senso, è l’approvazione – non secondo un piano, né secondo un metodo, ma per puro scandalo distruzionista – di tutto ciò che è intrinsecamente e umanamente sbagliato.

Annunci

L’unico che fa opposizione in Italia è Roberto Saviano

5 luglio 2018

L’unica figura pubblica di un certo peso che in Italia sta facendo opposizione, che definisce la qualità e i confini del dissenso, che obietta colpo su colpo con la fermezza e il coraggio che servono, replicando alle coglionate quotidiane del governo, che vi piaccia o no, è Roberto Saviano. Ma le derisioni continue sugli intellettuali, sul loro presunto silenzio di fronte allo svuotamento di civiltà in atto, o al contrario sul loro impegno (sempre “troppo poco”, sempre “vano”, sempre “ipocrita”), si sprecano. Ricordate che questo è lo strumento di cui, da che mondo è mondo, si serve la destra più reazionaria per azzerare il pensiero critico e l’uso della ragione al servizio dei principi di solidarietà. E se quando si alza la voce di un intellettuale vi sentite in diritto di non prenderla sul serio, di pensare che tanto è inutile, di dire “da che pulpito” o “da che attico”, tenete a mente questo: siete complici e state spegnendo una luce, piccola o grande che sia. “Salvini è il ministro della crudeltà”, “Un altro passo verso la Russia di Putin”, “Il governo finanzia i torturatori libici”, sono frasi che ha pronunciato un intellettuale. Non il segretario di un sindacato, non il capo politico dell’opposizione, ma uno scrittore, ossia uno che fa un mestiere che non tenete in nessun conto, che disprezzate, come disprezzate l’intelligenza in ogni sua manifestazione, quella altrui e la vostra.

Gli umani non hanno solo diritto a essere tollerati; hanno diritto a ESSERE

1 luglio 2018

Ho letto le dichiarazioni dei leghisti al governo dal palco di Pontida, e ho pensato che se si vuole contrastare questo schifo bisogna smetterla col fare opposizione sentimentale. La Storia dice che la destra oscurantista la si batte combattendo una guerra frontale, dura e ostinata, rimpiazzando i sentimenti iniziali dello sconcerto, dello sdegno e della paura con quelli della rabbia migliore, della sollevazione, della disubbidienza se necessario, del rifiuto. Essere insomma forza viva, di sangue pulsante, e non solo voce critica, o peggio guaito, rimpianto. Cominciamo per esempio a smetterla con parole come tolleranza. Si tollera ciò che è considerato riprovevole ma ineludibile, si tollera per mascherare un’insofferenza di fondo contro qualcuno o qualcosa. Il paradosso è che in nome della tolleranza io dovrei tollerare chi esulta per ciascuno dei 972 uomini, donne e bambini che dall’inizio dell’anno sono morti affogati in mare mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Gente – quella che esulta per i morti in mare – che vota, che vive nel mio stesso palazzo, che incontro ogni giorno sul posto di lavoro o nella scuola in cui va mio figlio, che mi siede accanto sull’autobus, al cinema o a tavola la notte di Natale, e verso cui io provo, certo, insofferenza. Io non voglio essere tollerante. Voglio essere accogliente, nei limiti e nel rispetto della legge umana, civile e morale. Umberto Eco diceva che l’educazione alla tolleranza è necessaria per regolare la nostra naturale e biologica reazione al diverso. Preferisco Popper che la chiamava “valorizzazione della reciprocità”, ossia un’idea dell’altro che includa la possibilità della critica e del confronto, ma partendo da una situazione DI PARITÀ e in nome del progresso sociale. Se tollerate, in fondo siete come loro, come quei sadici al governo. Mentre gli esseri umani hanno dei diritti inviolabili molto più complessi. Non hanno semplicemente diritto a essere sopportati; hanno diritto a ESSERE. Ed è quanto basta.

La repubblica dello spavento

24 maggio 2018

Conte ha detto che “il governo dovrà cimentarsi da subito con i negoziati in corso sui temi del bilancio europeo, della riforma del diritto d’asilo e del completamento dell’unione bancaria”. Europa, immigrazione e banche, i temi della campagna elettorale, i temi su cui si è fondata la fortuna dei partiti di destra che hanno preso il potere in Italia. Nessuna parola sul lavoro, per dirne una (a marzo la disoccupazione giovanile è al 31,7%, non proprio una questione di serie b). Ma gli elettori vogliono nemici, non vogliono rassicurazioni. E i politici non devono più indicare la soluzione ai problemi, devono indicare i problemi, inventarli se necessario, chiamarli per nome, additare gli spettri, evocarli. Agli elettori non interessa più niente neppure di se stessi, delle proprie preoccupazioni, dei propri bisogni. Bramano mostri, grandi, ben visibili, orridi, demoniaci. Viviamo un tempo in cui il consenso è costruito sulla paura indotta, e questa non è una novità. Ma ingrassare la paura, per mantenere e accrescere il consenso, sarà il compito principale di questo governo. Non sarà la terza repubblica, sarà la repubblica dello spavento. Passeremo i prossimi anni stretti attorno a un fuoco, con qualcuno nell’ombra che ci racconterà storie sempre più paurose. Perché la paura ha un grande pregio: alimenta l’immaginazione, e distrae dalla realtà.

L’antilingua dell’antipolitica

18 maggio 2018

Ho letto la bozza finale del famoso contratto. Vi ho letto cose come questa: “Occorre pertanto porre in essere una riforma complessiva della normativa vigente volta ad introdurre un apposito strumento, chiaro e semplice per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio”. Al di là dei contenuti, pensavo a questo. “Occorre”; “pertanto”; “porre in essere”, “normativa vigente”; “volta”, “apposito strumento”. Pensavo: è l’antilingua dell’antipolitica. Calvino in un famoso articolo pubblicato nel 1965 su «Il Giorno» diceva che “la motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi”. L’antilingua dell’antipolitica è un doppio carpiato d’odio. Perché l’antipolitica attraverso la comunicazione cosiddetta bassa (il vaffanculo generale di Grillo) assegnava un significato all’antipolitica stessa. Invece l’uso così serrato, vorrei dire isterico, dell’antilingua, traduce le intenzioni all’inverso; o rivela le vere intenzioni (fate voi). È un gettare la maschera di fronte al mondo e di fronte a se stessi, è un vaffanculo pronunciato allo specchio, oltreché alla retorica popolare ad ampio spettro, alle felpe di Salvini, al pane e salame. È il primo colossale tradimento nella costruzione di una democrazia dal basso. O forse no. Se fate scrivere un contratto a un impiegato rancoroso mediamente o scarsamente istruito, a un piccolo imprenditore leghista che sogna elmi con le corna, a un avventore da bar senza la sensibilità per la lingua e per la vita altrui, questi inizieranno scrivendo: “Occorre pertanto porre in essere…”. Perché in quel momento chi scrive, come diceva Calvino, si pone al di sopra di se stesso, e quindi odia se stesso, usa l’antilingua come anti se stesso. L’antilingua è dunque intimamente legata all’antipolitica. Allora il tradimento c’era già prima, c’era già nel vaffanculo. Ma non ve ne siete accorti.

Stiamo davvero così male?

13 marzo 2018

Fra le tante cose interessanti emerse nell’ultima campagna elettorale ce n’è una che mi è parsa più interessante di tutte. A muovere il voto non è più l’interesse personale. Esempio: a Taranto la maggioranza dei lavoratori dell’Ilva ha votato per il Movimento 5 Stelle, che ha in programma la chiusura dell’Ilva. Tra una “minaccia” avvertita (l’immigrato clandestino, le banche, l’industria farmaceutica, i toscani in politica) e una minaccia reale, l’elettore ha più paura della minaccia avvertita. “Realtà” e “percezione” sono i due poli che separano la vecchia dalla nuova politica. La REALTÀ interessava la vecchia politica, quella che si fondava sul dinamismo, sul “fare”. La nuova politica punta tutto sulla PERCEZIONE (i dati del Viminale dicono che per quanto riguarda i flussi migratori, da luglio 2017 gli sbarchi nel nostro Paese sono calati del 67%, mentre Salvini prende valanghe di voti parlando di “invasione senza controllo”). Il leggendario milione di posti di lavoro promesso a suo tempo da Berlusconi oggi non smuoverebbe le masse dei disoccupati. Sul Foglio di oggi c’è un interessante articolo di Mattia Ferraresi in cui si parla del paradosso proposta da Steven Pinker, professore di psicologia ad Harvard, che arriva a chiedersi perché se il mondo – il nostro, quello ricco, occidentale – “veleggia spedito verso i lidi del benessere ineluttabile” – ricchezza diffusa, sicurezza, diritti – “per qualche sortilegio o illusione ottica collettiva la gente si ostina a dire che sta male”? Ecco, pensiamoci un momento, realisticamente, misurandoci su ordini di grandezza ragionevoli. Stiamo davvero così male?

Gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati

6 marzo 2018
  • 1991. Il congresso di Rimini sancisce la fine del PCI e la nascita del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1992. Alle politiche, il PDS prende il 16% dei voti, il 10% in meno rispetto al PCI. È l’anno zero della sinistra.
  • 1994. L’alleanza dei Progressisti sbaglia un rigore a porta vuota. Berlusconi vince le elezioni. Occhetto si dimette da segretario del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1998. Sotto la guida di D’Alema nasce la “Cosa 2”, il PDS si fonde con altre forze della sinistra e nasce un nuovo progetto: i Democratici di Sinistra. È l’anno zero della sinistra.
  • 2000. Alle elezioni regionali il centrodestra guidato da Berlusconi vince in 8 Regioni su 15. D’Alema, prende atto della sconfitta e lascia la Presidenza del Consiglio. È l’anno zero della sinistra.
  • 2001. Alle politiche i DS prendono il 16%, alle spalle di Forza Italia, che diventa il primo partito con quasi il 30% di voti. È l’anno zero della sinistra.
  • 2002. In una manifestazione organizzata dal centrosinistra a Roma a Piazza Navona, Nanni Moretti sale sul palco e lancia un’invettiva contro i leader della coalizione. Nascono i girotondi. È l’anno zero della sinistra.
  • 2003. In vista delle elezioni europee del 2004, Prodi propone a tutti i partiti della coalizione di centrosinistra di presentarsi sotto un unico simbolo, quello dell’Ulivo. È l’anno zero della sinistra.
  • 2007. I DS insieme alla Margherita e ad altre formazioni minori danno vita alla fase costituente del Partito Democratico. È l’anno zero della sinistra.
  • 2008. Alle elezioni politiche, PD e Italia dei Valori raccolgono complessivamente il 37% dei consensi, contro il 46% del Popolo della Libertà. È l’anno zero della sinistra.
  • 2009. Dopo le elezioni regionali sarde in cui Soru, governatore uscente e uomo di punta del PD, viene sconfitto da Cappellacci, Veltroni si dimette dalla carica di segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2013. Dopo la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica, si dimettono Bersani e l’intera segreteria nazionale. Renzi vince le primarie per la scelta del nuovo segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2018. È l’anno zero della sinistra.

Io comincio a pensare che tutto questo è Matrix, una neuro-simulazione interattiva, e che ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati.

Il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato

5 febbraio 2018

La teoria deduttiva che sta alla base dell’espressione “evitare altri fatti come quelli di Macerata, aumentando le espulsioni” è che chi ha sparato non ha colpa, la colpa è semmai dell’immigrato che occupava uno spazio fisico concreto che non avrebbe dovuto occupare, perché in quello spazio, se l’immigrato fosse rimasto nel suo paese d’origine, il proiettile aveva il sacrosanto diritto di transitare, perché il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato, perché quello spazio, quella traiettoria, si chiama ITALIA, non NIGERIA, e quindi tu, immigrato, per il solo fatto che possiedi un corpo, e per il solo fatto che il tuo corpo occupa uno spazio di una certa ampiezza, ti sei meritato l’italico proiettile. Chi dice questo è al 39,1% nei sondaggi pre-elettorali. Quasi un italiano su due crede che se affoghi nella merda è perché non sai nuotare.

Quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana

2 febbraio 2018

Ho visto le immagini della scuola di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta in cui uno studente diciassettenne ha sfregiato al volto con un coltello l’insegnante che voleva interrogarlo. Ma non è di questo che voglio parlare. La scuola è un istituto tecnico commerciale. Già la denominazione – istituto tecnico commerciale – è triste, come lo sono pressappoco tutte le denominazioni degli istituti superiori italiani. E il fabbricato, il fabbricato è triste, come lo sono pressappoco tutti i fabbricati delle scuole italiane, edilizia funzionale da quattro soldi, senza un minimo di attenzione all’estetica, complessivamente deprimente, in modo da educare alla mestizia i futuri adulti di questo paese. La scuola è intitolata a Ettore Majorana. Questo razionalmente non è triste. Eppure, ecco di cosa voglio parlare, un po’ mi è sembrato triste pure questo. La scuola in cui andavo io da ragazzino era intitolata a Ungaretti. A nessuno di noi fregava niente di sapere chi fosse stato Ungaretti. C’era stato un tempo tuttavia in cui una commissione toponomastica aveva stabilito che quella scuola media dovesse essere intitolata a Ungaretti. Pur immaginando, credo, che a noi studenti borgatari, cazzoni e sfaccendati, più dediti al Commodore 64 che all’Ermetismo, non fregasse una mazza di sapere chi fosse stato Ungaretti. Cosicché, se ripenso alla targa affissa all’ingresso della scuola – Scuola Media Statale G. Ungaretti – io, ecco, io mi intristisco. È sacrosanto che alle migliori intelligenze di questo paese vengano intitolate le scuole, ossia le istituzioni educative che dovrebbero favorire l’aggregazione sociale ed il civismo. Però penso che la tristezza che provo sia determinata anche dal fatto che queste intitolazioni vengano, per così dire, imposte, che forse se avessero chiesto il permesso a Majorana lui avrebbe detto: “Boh, signori, non sono mica tanto sicuro di voler prestare il mio nome a questo fabbricato di merda color mandorla pallido in cui, un giorno, uno stronzetto di diciassette anni sfregerà l’insegnante con un coltello perché non vorrà essere interrogato”. E se avessero chiesto il permesso a Ungaretti di intitolare la scuola media in cui sono andato io, lui, poeta di carattere volubile, contrastante, intemperante, ardente, ma anche tenero e nostalgico, lui avrebbe risposto: “Boh, tanto quei bulletti non penseranno mica a me, ma al Commodore 64”. Quindi, ecco, io avrei intitolato la mia scuola Scuola Media Statale Commodore 64, e l’istituto tecnico commerciale di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta Istituto Tecnico Commerciale Pokémon Go, in modo che, quando poi capita lo stronzetto armato di coltello che sfregia l’insegnante per non farsi interrogare, poi sui giornali non ci vanno a finire, neppure obliquamente, quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana, santiddio.

Gli togliamo la scorta

9 agosto 2017

“Gli togliamo la scorta” è una cosa che fa molto schifo, come lo è la maggior parte delle cose che dice Salvini. “Gli togliamo la scorta” però fa un po’ più schifo. Ma non è questo il punto. Sappiamo che Salvini fa spesso di queste cose, le fa per stimolare i più lugubri istinti primordiali degli elettori. Si dice che la Formula Uno sia uno spettacolo noioso, ma la gente lo guarda solo perché aspetta segretamente di assistere all’incidente. Salvini, se ne avesse il potere, farebbe correre bendati i piloti di Formula Uno. Salvini compiace i più lugubri istinti primordiali degli elettori, come gli antichi imperatori romani compiacevano il popolo dando i condannati in pasto alle belve. Si tratta di capire cosa sono, per Salvini, gli elettori; se sono il popolo, le belve o i condannati. È questo il punto.

L’opinione dell’opinione pubblica

19 luglio 2017

Mentre danno la notizia della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, il servizio mandato in onda dal tg dice: “Sentenza che divide l’opinione pubblica”, dopodiché seguono una serie di quattro interviste a passanti a cui si chiede se la sentenza è, secondo loro, più o meno giusta. Io, che in questo caso sono lo spettatore dell’organo di informazione che dà la notizia, ossia sono colui che deve essere informato, mi chiedo che tipo di informazione mi restituisce l’organo di informazione che dà la notizia propinandomi l’opinione di quattro passanti scelti a caso in mezzo alla strada; mi chiedo perché se la prima notizia è la notizia della condanna di Massimo Bossetti, la seconda notizia debba essere la divisione dell’opinione pubblica rispetto alla correttezza della sentenza; mi chiedo se questa presunta divisione sia il semplice risultato statistico ottenuto dalle risposte fornite dai quattro passanti intervistati, due colpevolisti e due innocentisti, e se sì mi chiedo coma si possa umiliare in questo modo la scienza della statistica; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione della notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione di un passante sconosciuto e non qualificato dell’opinione di un individuo dotato di un’identità e di una qualifica, ossia qualcuno a cui sia sensato al limite chiedere di esprimere un giudizio sulla notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo l’opinione pubblica, anziché formarsi come reazione all’informazione, diventi la materia prima dell’informazione; mi chiedo se, dal momento che l’opinione di quattro passanti appare sufficiente a definire l’opinione di sessanta virgola otto milioni di italiani senza che nessuno si ponga per questo il minimo problema, mi chiedo se sia propria dei sistemi dittatoriali la soppressione dell’opinione pubblica o se piuttosto l’opinione pubblica non sia uno strumento (il principale strumento) utile alla formazione dei sistemi dittatoriali; mi chiedo soprattutto perché quando ascolto l’opinione dell’opinione pubblica io mi senta sempre così sbalorditivamente, desolatamente, solo.

Un Aulin

5 maggio 2017

Una cosa su cui mi arrovello da ieri. Se si parla di legittima difesa si dà già per assodato che in taluni casi difendersi è legittimo (ora il punto è capire quando e come, e va be’). La parola legittima deriva dal latino legítimus, “che appartiene alla legge”; una cosa è legittima quando ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge. Quindi perché una legge sulla legittima difesa? Ossia, perché una legge su una cosa (la difesa) che, a partire dal nome che le si attribuisce (legittima difesa), è già prevista dalla legge? Al limite non avrebbe più senso una legge sulla difesa? Ma se i casi in cui la difesa è definita legittima sono già previsti dalla legge, a che serve una legge che legittimi una difesa che è già legittima?
Voi pensateci, io intanto vado a prendermi un Aulin.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: