Archive for the 'Italiani' Category

L’opinione dell’opinione pubblica

19 luglio 2017

Mentre danno la notizia della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, il servizio mandato in onda dal tg dice: “Sentenza che divide l’opinione pubblica”, dopodiché seguono una serie di quattro interviste a passanti a cui si chiede se la sentenza è, secondo loro, più o meno giusta. Io, che in questo caso sono lo spettatore dell’organo di informazione che dà la notizia, ossia sono colui che deve essere informato, mi chiedo che tipo di informazione mi restituisce l’organo di informazione che dà la notizia propinandomi l’opinione di quattro passanti scelti a caso in mezzo alla strada; mi chiedo perché se la prima notizia è la notizia della condanna di Massimo Bossetti, la seconda notizia debba essere la divisione dell’opinione pubblica rispetto alla correttezza della sentenza; mi chiedo se questa presunta divisione sia il semplice risultato statistico ottenuto dalle risposte fornite dai quattro passanti intervistati, due colpevolisti e due innocentisti, e se sì mi chiedo coma si possa umiliare in questo modo la scienza della statistica; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione della notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione di un passante sconosciuto e non qualificato dell’opinione di un individuo dotato di un’identità e di una qualifica, ossia qualcuno a cui sia sensato al limite chiedere di esprimere un giudizio sulla notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo l’opinione pubblica, anziché formarsi come reazione all’informazione, diventi la materia prima dell’informazione; mi chiedo se, dal momento che l’opinione di quattro passanti appare sufficiente a definire l’opinione di sessanta virgola otto milioni di italiani senza che nessuno si ponga per questo il minimo problema, mi chiedo se sia propria dei sistemi dittatoriali la soppressione dell’opinione pubblica o se piuttosto l’opinione pubblica non sia uno strumento (il principale strumento) utile alla formazione dei sistemi dittatoriali; mi chiedo soprattutto perché quando ascolto l’opinione dell’opinione pubblica io mi senta sempre così sbalorditivamente, desolatamente, solo.

Un Aulin

5 maggio 2017

Una cosa su cui mi arrovello da ieri. Se si parla di legittima difesa si dà già per assodato che in taluni casi difendersi è legittimo (ora il punto è capire quando e come, e va be’). La parola legittima deriva dal latino legítimus, “che appartiene alla legge”; una cosa è legittima quando ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge. Quindi perché una legge sulla legittima difesa? Ossia, perché una legge su una cosa (la difesa) che, a partire dal nome che le si attribuisce (legittima difesa), è già prevista dalla legge? Al limite non avrebbe più senso una legge sulla difesa? Ma se i casi in cui la difesa è definita legittima sono già previsti dalla legge, a che serve una legge che legittimi una difesa che è già legittima?
Voi pensateci, io intanto vado a prendermi un Aulin.

Loro non hanno mai fatto campagne contro i vaccini

3 maggio 2017

Ha ragione Grillo. Loro non hanno mai fatto campagne contro i vaccini, ma contro “le case farmaceutiche, i pediatri, la politica e il mondo scientifico” (così in un documento di un paio d’anni fa firmato dai parlamentari europei del Movimento). Rei di cosa? Di non avere più la fiducia della gente. E in mancanza di fiducia, si legge nel documento, bisogna “introdurre nella questione vaccini un livello di decisione personale relativo alle famiglie”. Il ragionamento è più o meno questo. Ho la macchina dal meccanico perché uno stronzo mi è venuto addosso e mi ha sfondato un ammortizzatore. Ma io non ho più fiducia nei meccanici. La mia non è una campagna contro gli ammortizzatori, ma contro i meccanici. Quindi voglio introdurre nella “questione ammortizzatori” un livello di decisione personale. Io non capisco una mazza di ammortizzatori, ma sono arrivato al punto di fidarmi solo di me stesso. Decido quindi che l’ammortizzatore non mi serve. Mi riprendo la macchina e parto. Se poi finisco ad arare la tangenziale coll’avantreno potrò dire che, no, io non ho mai fatto campagne contro gli ammortizzatori. Come diceva Flaiano, basta alzarsi una mattina alle sette e uscire per capire che abbiamo sbagliato tutto.

Follow the money

3 ottobre 2016

Stramberie dei tempi. Un giornalista del Sole 24 Ore ha usato il metodo follow the money per arrivare a svelare la vera identità di Elena Ferrante. Il metodo follow the money era il sistema usato da Falcone per stanare i mafiosi. Diceva Falcone: “Segui il denaro. Se hanno venduto droga in America del nord, nelle banche siciliane saranno rimaste tracce delle operazioni realizzate”. Nel frattempo, nei territori controllati dalla mafia, i mafiosi, per mantenere saldo il potere, usano tecniche di storytelling.

La disperanza

26 luglio 2016

“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.

Sigillare una buca

21 giugno 2016

Ora la campagna elettorale è finita, Roma ha un sindaco, una cosa però ho pensato per tutto questo tempo, ho pensato che nella precedente campagna elettorale, voglio dire in quella del 2013, non si era parlato d’altro che del tema della sicurezza, allora c’era un’aria a Roma rovinosa, catastrofica, sembrava che dietro a ogni palo della luce si nascondesse una carogna, un figlio d’un cane, un bucaniere pronto a tagliare il collo al passante elettore, e quindi i candidati sindaci non facevano altro che mettere in cima alle loro priorità il tema della sicurezza. In questa campagna elettorale, invece, in questa del 2016, non si è parlato d’altro che del tema delle buche, che pure è un tema serio, ma che mi sembra indichi una cosa ben precisa, una cose di cui invece ho sentito poco parlare, e cioè una rinuncia incondizionata e completa al sogno, voglio dire, io che, ancora non molto tempo fa ero un giovane uomo e vagheggiavo viaggi sempre più lontani, io che in quanto giovane uomo desideravo, e quindi volevo, agire affinché il mio desiderio si realizzasse, e quindi demandavo all’espressione della politica la realizzazione, seppure parziale, del desiderio, ossia del viaggio, senza osare confessare a me stesso che più il viaggio mirava lontano e più si trattava di utopia, e quindi mi aspettavo che la politica volasse in alto, che scavalcasse le montagne per me e mi lasciasse intravedere oltre le nubi vaporose del presente, oggi mi trovo frustrato in quel che rimane di quella vecchia ebbrezza, mi trovo avvinto nella sonnolenza attuale, mi trovo a ragionare su un orizzonte politico limitato, un orizzonte la cui promessa massima che dichiara di poter mantenere è la seguente: sigillare una buca. Ecco, io non sono più tanto sicuro che la politica debba essere in principal modo pragmatismo e concretezza, io penso che un po’ di idealismo, un po’ di teoria, diciamo di visione, è quel che ci vorrebbe. Perché una volta che la buca è riempita, insomma, poi ci si annoia un po’ tutti.

Demolire Pasolini

1 aprile 2016

Quando ho sentito che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini, la prima cosa che ho fatto è stato andare a rileggere alcune poesie di Pasolini. Quando ho sentito che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini, ho pensato: «La stele è pur sempre un pezzo di marmo, non è la memoria di Pasolini». Quelli che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini non sanno che a colpi di mazzuola, l’unica cosa che ottengono è che noi ci ricordiamo più intensamente di Pasolini, e dopo andiamo a rileggere le poesie, e poi ripariamo anche la stele dedicata alla memoria di Pasolini, che è pur sempre un pezzo di marmo, e se va in pezzi la si può rifare tale e quale fino a un milione di volte. Dopo che ho riletto alcune poesie di Pasolini ho pensato che a prendersela con una stele di marmo si fa la figura di uno che tira mazzolate al vento intergalattico convinto di poter demolire il sistema solare.

Bruciamoli tutti!

25 febbraio 2016

È già sera, al telegiornale mandano il servizio su Salvini a Tor Sapienza, Salvini è contornato da cronisti e da individui che solitamente sui giornali vengono classificati come “cittadini” e che invece andrebbero classificati come “gente”, ossia come accozzaglia di persone di tutte le condizioni e natura in special modo di natura ignobile. Si leva la voce d’una vecchia che strepita: “Bruciamoli tutti!”, laddove l’oggetto dell’auspicato rogo è l’insediamento rom del campo nomadi di via Salviati. La voce è stridula, vocetta di vecchia rancorosa, un tipo umano che m’ha trapassato la vita e il respiro in questa piena di quarant’anni che ho tutta trascorsa nella città di Roma, città popolata per la gran parte da questa sottospecie italiana fatta di piccoli felini da latteria, abitati dal non pensiero, eternamente calati in una condizione di vita stabile e senza sofferenze o con una quantità giusta di sofferenze che loro tendono a ingigantire perché nella latteria si fa la gara ogni mattina a chi ha da esibire più sofferenza, e poi si fa la gara ogni mattina a chi ha più veleno sulla punta del canino, capitolini limati nel cattolicesimo rozzo e incondito da borgata diffusa, fascisti per istinto di natura che fanno correre la chiacchiera e con la chiacchiera stanno ogni giorno sull’orlo della cronaca nera, teppisti reazionari e pettegoli  che formano la litosfera della società umana. Ora io mi chiedo se alla vecchia di Tor Sapienza vada applicata l’idea che ricavò per esempio Hannah Arendt, ossia che il male perpetrato dai nazisti fosse dovuto non a un’indole maligna, ma a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni, oppure se alla vecchia di Tor Sapienza sia ben chiaro invece il significato, per esempio, dell’espressione “bruciamoli tutti”, ossia se lei – che ha arso presumibilmente innumerevoli zampe di gallina sulla fiamma della macchina del gas – sappia invero in che consiste lo sfrigolio del tessuto rosolato, quale sia il colore dell’osso carbonizzato, e se posta di fronte a un braciere con un attizzatoio in mano conosca per filo e per segno tutti i trucchi che servono per arrostire un individuo di origine rom, e così io dico che la vecchia è consapevole e che il male è banale – vero – ma non perché banale è l’essere che lo teorizza o che lo pratica, perché banale è il sistema morale e sociale a cui esso si richiama, perché l’essere che lo teorizza o che lo pratica risponde a un disegno preciso di comunità, una comunità dentro la quale mi tocca fluttuare, come un pesce infelice nell’acqua tiepida della mediocrità, per il resto di questi schifosissimi giorni.

I talebani dei Musei Capitolini

27 gennaio 2016

Nel 2001 i talebani fecero saltare in aria i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, denunciando le sculture come idolatre. Nel 2016 gli uomini del Cerimoniale di Palazzo Chigi hanno coperto le nudità delle statue dei Musei Capitolini per non urtare la sensibilità della delegazione iraniana. La differenza non è tanto marcata. Le statue dei Musei Capitolini sono integre, certo, mentre i Buddha di Bamiyan non esistono più. Eppure alla base dei due gesti c’è lo stesso impulso: entrambi sono atti di negazione. Ogni affermazione di un’identità implica la negazione dell’identità precedente. Non sempre il primo momento – quello negato – va perduto. Secondo il filosofo francese Paul Ricoeur “la riflessione occidentale si è dimostrata incapace di pensare insieme la differenza e l’identità: la differenza è stata pensata come il sacrificio dell’identità o l’identità col sacrificio della differenza”. I fatti hanno dimostrato che questioni più pragmatiche, come quelle politiche ed economiche, tanto per i talebani quanto per il governo italiano, sono assai più importanti delle espressioni artistiche che hanno fondato un’identità, un’identità percepita come ostacolo per il raggiungimento di scopi di altra natura (l’imposizione dell’iconoclastia islamica per i talebani; affari per diciassette miliardi di euro – si dice – nel caso del governo italiano). Sapete qual è il colmo di questa storia? Papa Francesco ha donato a Rouhani un medaglione raffigurante San Martino, il santo che vide un uomo nudo e lo coprì col suo mantello.

Roma senza stile

9 ottobre 2015

“Lo stile è una differenza, un modo di fare, un modo di esser fatto. Sei aironi tranquilli in uno specchio d’acqua, o tu, mentre esci dal bagno nuda senza vedermi”. Questo verso l’ha scritto Bukowski, e penso che sia la cosa migliore che si possa immaginare riguardo alla questione dello stile. Pensavo allo stile perché pensavo a Roma, e ci pensavo mentre la attraversavo, come ogni mattina, per andare a lavoro, passando sulla tangenziale est che sorvola i quartieri come una lugubre giostra delle montagne russe, e come ogni mattina il pensiero che ho fatto è stato: «È una città ossessivamente brutta». Però c’è qualcosa di peggio della bruttezza, esistono al mondo città terribili, monumenti eretti in nome dell’ingiustizia sociale, agglomerati di tristezza che sembrano la giustificazione ideologica dell’emarginazione o dell’esclusione. Eppure molte di queste città sono salvate dallo stile, da quella cosa che per Schopenhauer era “la fisionomia dello spirito”. Roma invece no, la Roma di oggi non ha stile, è una città a cui è stato espropriato lo spirito, la cui unica vocazione è la resistenza al presente, le persone che la abitano sono sottoposte a un incessante logorio, soggiogate da un senso di insicurezza che genera un modo di pensare manicheo e che produce alla fine autoritarismo, un autoritarismo che non è solo politico, ma governa i rapporti quotidiani, le piccole dispute, le fondamenta del vivere domestico. Roma è perduta perché non ha un’idea di sé, non ha una visione, da ieri non ha neppure un sindaco, perché quello che aveva è stato deposto al termine di una manovra di strangolamento ordita all’interno del suo stesso partito, qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’Italia repubblicana. Gli uomini e le donne che ieri hanno preso d’assalto il Campidoglio brandendo cartelli con scritto “Marino pagate er vino”, agitando bottiglie di Frascati, allestendo lo spettacolo della politica al tempo presente, la pagliacciata, l’opera buffa, erano attori di una messinscena meschina allestita su una moltitudine di piani invisibili. Una ristrutturazione a lungo termine dello spazio politico di questa città è impensabile. Oggi Roma non si fa vedere nuda mentre esce dal bagno, si fa vedere per quello che è, ubriaca, malata, stanca di svegliarsi ogni mattina in un’altra alba dove l’immaginazione non può tramutare il pantano in qualcosa che assomigli neppure vagamente al futuro.

Com’è difficile svoltare a sinistra

23 giugno 2015

Un pezzo mio uscito ieri su Studio.

*

Via del Campo Barbarico. Civati l’ha scritto il 19 giugno nel suo blog: «Una via che ricorda De André, con l’aggiunta di un aggettivo di cui si è spesso abusato, anche recentemente». La via ricalca il tracciato dell’antica via Latina, tra l’acquedotto Felice e la via Appia, in una zona in cui nel sesto secolo dopo Cristo, Vitige, re dei Goti, costruì il suo campo fortificato durante l’assedio di Roma.
Queste le coordinate storiche.
Con le coordinate di navigazione satellitare, invece, un mezzo disastro. Per raggiungere via del Campo Barbarico sbaglio strada due volte. La seconda, il TomTom mi costringe contromano in un vicolo in cui il senso unico non è indicato né sulla mappa né col canonico segnale di divieto d’accesso, e lo spazio è insufficiente per qualsiasi manovra. Perciò proseguo – per restare con De André – in direzione ostinata e contraria, pregando Dio che dall’altra parte non arrivi nessuno.

Quando finalmente arrivo alla sede dell’associazione Pinispettinati, la prima cosa che noto è un’ambulanza che staziona accanto all’ingresso. Il simbolo di Possibile, il nuovo soggetto politico voluto da Pippo Civati, fa bella mostra di sé nello striscione dietro al palco. È una rappresentazione grafica del carattere =, bianco su fondo circolare rosso, ma mi ricorda inevitabilmente un doppio divieto d’accesso. È un percorso complicato, penso, quello che porta a sinistra. Qui si svolge la prima assemblea nazionale. Il circolo è composto da tre casali, due su un lato e uno sull’altro. Nel mezzo c’è un vasto cortile su cui è montato il palco e le sedie per la platea. C’è una corona di pini dall’aria secolare che circonda lo spazio, tuttavia, alle undici del mattino, l’ombra è limitata a piccole macchie che ricadono per lo più nell’area dedicata agli operatori della stampa. Sono venute circa duemila persone che si difendono dal sole come possono, qualcuno con gli ombrelli, qualcun altro con i fazzoletti legati sulla testa. Ogni tanto spira un vento fresco per fortuna. Dal punto di ristoro si levano i fumi delle griglie, nel menù spicca un interessante panino vegetariano con zucca marinata. La gente fa la fila soprattutto per le bevande, nessuno ha fretta, tutti hanno l’aria di essere molto rilassati.

Il bar si trova all’interno di uno dei casali. Davanti a tavolini e poltrone, le casse dell’impianto audio diffondono le voci dei relatori sul palco. Un amico mi offre un caffè e mi presenta Luca Casarini. È ancora presto per stabilire chi è davvero motivato, e chi invece gira a vuoto, convinto di essere incappato nell’ennesima illusione. Il pubblico è composto in larga parte da giovani sotto i trent’anni, nessuno sfoggia i simboli canonici del secolo scorso: non c’è l’ombra di un Guerrillero Heroico né una falce e martello. In compenso davanti a me noto una ragazza con una frase di Bob Marley tatuata sul collo – Don’t worry about a thing, ’cause every little thing gonna be all right – proprio mentre sul palco si parla di legalizzazione della cannabis e si racconta che nel 1950, nella collezione di francobolli Italia al lavoro, l’Emilia Romagna era rappresentata da una lavoratrice della canapa.

La gente ascolta con attenzione gli interventi. Parlo con Valentina, una ragazza siciliana che viene da Pozzallo. Mi racconta del dramma dei migranti: «Negli ultimi due giorni abbiamo salvato cinquemila persone», dice. «I dati forniti dal Viminale sono sballati, laggiù tutto è demandato al volontariato, pensa che la popolazione di Santa Croce Camerina è composta al 90 per cento da immigrati». Le chiedo come funziona il meccanismo di raccolta delle firme a cui stanno pensando per proporre dei referendum sui temi fondamentali della vita politica italiana. Mi spiega che si tratta di una campagna alla maniera del crowdfunding. Bastano cinquemila persone in Italia che si rendano disponibili a raccogliere cento firme ciascuna. Mi metto a pensare a tutte le persone che conosco, e non arrivo a cento. Penso che la mia vita sociale è drammaticamente limitata e che in nessun caso potrei avere un futuro politico, né in questo né in un altro movimento. Rivedrò più tardi Valentina prodursi in un applauditissimo intervento dal palco.

Mi faccio presto un’idea sui temi che sono al centro della proposta politica di Possibile. Le questioni ambientali occupano il primo posto nella scala delle priorità, seguite dai temi della scuola, del reddito minimo e del lavoro (si levano vibranti strali rivolti al Jobs Act di Renzi, qualcuno sostiene che «quello che un tempo era il partito del lavoro, oggi perora l’uso dello spionaggio contro i lavoratori per facilitare i licenziamenti»).
Mi prendo una Coca al bar, e mentre tiro via la linguetta dalla lattina mi accorgo che Civati è proprio accanto a me che si scola una birra. La birra è in un semplice bicchiere di plastica, niente a che vedere col boccale con cui Bersani fu immortalato qualche anno fa, curvo su un tavolino in un locale di Roma, e immerso in una luce funesta e carica di presagi come quella che investiva i mangiatori di patate di Van Gogh. Una coppia di ragazzi si fa un selfie tra i mugugni di un omone con una polo rossa che sostiene che farsi i selfie sia roba da renziani. Ascolto Elly Schlein che cita Stefano Benni dalla Ballata della città dolente: Io sono un’altra. / In me ci si può perdere / ma ritrovarsi è splendida battaglia. / Di tutte le bugie e le catene / almeno da una sii libero / non dobbiamo sperare / possiamo, ogni istante del giorno.

Il ritrovarsi, come nuovo approdo in una terra che sia riconosciuta come casa, è uno dei tòpoi della narrazione, assieme ai continui richiami, espliciti e velati, a Podemos e al senso di orgoglio a cui si fa riferimento quando si presentano al pubblico gli esuli dal Pd («Adesso è il turno di Daniela Lastri, consigliera regionale in Toscana, appena fuoriuscita dal Partito Democratico!» e giù applausi e «Brava!»). Intorno all’una arriva il momento clou: la chiusura di Civati. Si comincia con le cifre: «Siamo in duemila, ma su repubblica.it preferiscono seguire la diretta da Pontida. Forse è il segno di un riposizionamento». Poi la butta sull’umorismo: «Non ho con me la felpa con scritto Roma». E: «Nell’ultimo anno abbiamo somatizzato». Poi i toni si fanno più seri: «Stanno disegnando una società in cui noi non ci siamo più»; e: «Abbiamo dimostrato che si può anche scendere dal carro del vincitore». Continua citando Deleuze: «Un po’ di possibile, altrimenti soffoco…». E ancora: «Stiamo sulla stessa barca di Alexis Tsipras» (mentre lo dice, dietro di me si leva il pianto disperato di un neonato); e ancora: «All’Expo non parlano di fame, ma di qualcosa di molto più borghese: di cibo». In conclusione: «La politica ha smesso di avere curiosità».

Finisce l’assemblea ed esco dai Pinispettinati insieme agli altri duemila che lentamente sciamano lungo via del Campo Barbarico. Al primo incrocio si ferma un taxi, scende un uomo in abito di lino grigio, osserva la massa di persone che giungono in senso contrario.
L’uomo mi ferma e mi fa:
«Scusi, quella cosa sulla nuova sinistra… è già finita?»
«Proprio un minuto fa», rispondo.

Le misure dell’anima di Brunetta

12 marzo 2015

Il deputato Renato Brunetta fa un intervento in aula, ha un discorso scritto, legge tenendo il foglio davanti a sé, mentre con l’altra mano tocca ripetutamente il microfono. Il discorso è un’aspra invettiva contro il governo, così Brunetta si accalora, ma Brunetta non è un attore di professione, cosicché il suo fervore si schianta contro la gabbia della parola scritta. Brunetta prova a interpretare la parola scritta traducendola con i toni di voce che userebbe se potesse inveire parlando a braccio, vomitando il proprio livore, e infischiandosene della consecutio temporum e delle regole grammaticali. Ma la parola scritta non gli consente di disinteressarsi della consecutio temporum e delle regole grammaticali, la parola scritta è una parola artificiale, urta con l’interpretazione della sua voce. In questa sfida chi ci rimette non è la parola scritta, è la parola orale. Se Renato Brunetta fosse un attore sarebbe capace di dare la giusta intonazione a ogni singola parola, e il risultato sarebbe un discorso efficace, che sembrerebbe sgorgare direttamente dalla sua anima. Allo stesso modo, se il testo fosse scritto come si deve, ossia tagliato su misura per l’anima di Brunetta, il risultato non sarebbe questa lacrimosa invettiva che altri trecento parlamentari sono costretti ad ascoltare smascellandosi tra gli sbadigli. Dacché ne consegue che il compito principale del ghostwriter di Brunetta è conoscere a menadito le misure dell’anima di Brunetta.

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