Archive for the 'Italiani' Category

Il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato

5 febbraio 2018

La teoria deduttiva che sta alla base dell’espressione “evitare altri fatti come quelli di Macerata, aumentando le espulsioni” è che chi ha sparato non ha colpa, la colpa è semmai dell’immigrato che occupava uno spazio fisico concreto che non avrebbe dovuto occupare, perché in quello spazio, se l’immigrato fosse rimasto nel suo paese d’origine, il proiettile aveva il sacrosanto diritto di transitare, perché il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato, perché quello spazio, quella traiettoria, si chiama ITALIA, non NIGERIA, e quindi tu, immigrato, per il solo fatto che possiedi un corpo, e per il solo fatto che il tuo corpo occupa uno spazio di una certa ampiezza, ti sei meritato l’italico proiettile. Chi dice questo è al 39,1% nei sondaggi pre-elettorali. Quasi un italiano su due crede che se affoghi nella merda è perché non sai nuotare.

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Quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana

2 febbraio 2018

Ho visto le immagini della scuola di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta in cui uno studente diciassettenne ha sfregiato al volto con un coltello l’insegnante che voleva interrogarlo. Ma non è di questo che voglio parlare. La scuola è un istituto tecnico commerciale. Già la denominazione – istituto tecnico commerciale – è triste, come lo sono pressappoco tutte le denominazioni degli istituti superiori italiani. E il fabbricato, il fabbricato è triste, come lo sono pressappoco tutti i fabbricati delle scuole italiane, edilizia funzionale da quattro soldi, senza un minimo di attenzione all’estetica, complessivamente deprimente, in modo da educare alla mestizia i futuri adulti di questo paese. La scuola è intitolata a Ettore Majorana. Questo razionalmente non è triste. Eppure, ecco di cosa voglio parlare, un po’ mi è sembrato triste pure questo. La scuola in cui andavo io da ragazzino era intitolata a Ungaretti. A nessuno di noi fregava niente di sapere chi fosse stato Ungaretti. C’era stato un tempo tuttavia in cui una commissione toponomastica aveva stabilito che quella scuola media dovesse essere intitolata a Ungaretti. Pur immaginando, credo, che a noi studenti borgatari, cazzoni e sfaccendati, più dediti al Commodore 64 che all’Ermetismo, non fregasse una mazza di sapere chi fosse stato Ungaretti. Cosicché, se ripenso alla targa affissa all’ingresso della scuola – Scuola Media Statale G. Ungaretti – io, ecco, io mi intristisco. È sacrosanto che alle migliori intelligenze di questo paese vengano intitolate le scuole, ossia le istituzioni educative che dovrebbero favorire l’aggregazione sociale ed il civismo. Però penso che la tristezza che provo sia determinata anche dal fatto che queste intitolazioni vengano, per così dire, imposte, che forse se avessero chiesto il permesso a Majorana lui avrebbe detto: “Boh, signori, non sono mica tanto sicuro di voler prestare il mio nome a questo fabbricato di merda color mandorla pallido in cui, un giorno, uno stronzetto di diciassette anni sfregerà l’insegnante con un coltello perché non vorrà essere interrogato”. E se avessero chiesto il permesso a Ungaretti di intitolare la scuola media in cui sono andato io, lui, poeta di carattere volubile, contrastante, intemperante, ardente, ma anche tenero e nostalgico, lui avrebbe risposto: “Boh, tanto quei bulletti non penseranno mica a me, ma al Commodore 64”. Quindi, ecco, io avrei intitolato la mia scuola Scuola Media Statale Commodore 64, e l’istituto tecnico commerciale di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta Istituto Tecnico Commerciale Pokémon Go, in modo che, quando poi capita lo stronzetto armato di coltello che sfregia l’insegnante per non farsi interrogare, poi sui giornali non ci vanno a finire, neppure obliquamente, quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana, santiddio.

Gli togliamo la scorta

9 agosto 2017

“Gli togliamo la scorta” è una cosa che fa molto schifo, come lo è la maggior parte delle cose che dice Salvini. “Gli togliamo la scorta” però fa un po’ più schifo. Ma non è questo il punto. Sappiamo che Salvini fa spesso di queste cose, le fa per stimolare i più lugubri istinti primordiali degli elettori. Si dice che la Formula Uno sia uno spettacolo noioso, ma la gente lo guarda solo perché aspetta segretamente di assistere all’incidente. Salvini, se ne avesse il potere, farebbe correre bendati i piloti di Formula Uno. Salvini compiace i più lugubri istinti primordiali degli elettori, come gli antichi imperatori romani compiacevano il popolo dando i condannati in pasto alle belve. Si tratta di capire cosa sono, per Salvini, gli elettori; se sono il popolo, le belve o i condannati. È questo il punto.

L’opinione dell’opinione pubblica

19 luglio 2017

Mentre danno la notizia della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, il servizio mandato in onda dal tg dice: “Sentenza che divide l’opinione pubblica”, dopodiché seguono una serie di quattro interviste a passanti a cui si chiede se la sentenza è, secondo loro, più o meno giusta. Io, che in questo caso sono lo spettatore dell’organo di informazione che dà la notizia, ossia sono colui che deve essere informato, mi chiedo che tipo di informazione mi restituisce l’organo di informazione che dà la notizia propinandomi l’opinione di quattro passanti scelti a caso in mezzo alla strada; mi chiedo perché se la prima notizia è la notizia della condanna di Massimo Bossetti, la seconda notizia debba essere la divisione dell’opinione pubblica rispetto alla correttezza della sentenza; mi chiedo se questa presunta divisione sia il semplice risultato statistico ottenuto dalle risposte fornite dai quattro passanti intervistati, due colpevolisti e due innocentisti, e se sì mi chiedo coma si possa umiliare in questo modo la scienza della statistica; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione della notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo conta più l’opinione di un passante sconosciuto e non qualificato dell’opinione di un individuo dotato di un’identità e di una qualifica, ossia qualcuno a cui sia sensato al limite chiedere di esprimere un giudizio sulla notizia; mi chiedo perché nel sistema di informazione contemporaneo l’opinione pubblica, anziché formarsi come reazione all’informazione, diventi la materia prima dell’informazione; mi chiedo se, dal momento che l’opinione di quattro passanti appare sufficiente a definire l’opinione di sessanta virgola otto milioni di italiani senza che nessuno si ponga per questo il minimo problema, mi chiedo se sia propria dei sistemi dittatoriali la soppressione dell’opinione pubblica o se piuttosto l’opinione pubblica non sia uno strumento (il principale strumento) utile alla formazione dei sistemi dittatoriali; mi chiedo soprattutto perché quando ascolto l’opinione dell’opinione pubblica io mi senta sempre così sbalorditivamente, desolatamente, solo.

Un Aulin

5 maggio 2017

Una cosa su cui mi arrovello da ieri. Se si parla di legittima difesa si dà già per assodato che in taluni casi difendersi è legittimo (ora il punto è capire quando e come, e va be’). La parola legittima deriva dal latino legítimus, “che appartiene alla legge”; una cosa è legittima quando ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge. Quindi perché una legge sulla legittima difesa? Ossia, perché una legge su una cosa (la difesa) che, a partire dal nome che le si attribuisce (legittima difesa), è già prevista dalla legge? Al limite non avrebbe più senso una legge sulla difesa? Ma se i casi in cui la difesa è definita legittima sono già previsti dalla legge, a che serve una legge che legittimi una difesa che è già legittima?
Voi pensateci, io intanto vado a prendermi un Aulin.

Loro non hanno mai fatto campagne contro i vaccini

3 maggio 2017

Ha ragione Grillo. Loro non hanno mai fatto campagne contro i vaccini, ma contro “le case farmaceutiche, i pediatri, la politica e il mondo scientifico” (così in un documento di un paio d’anni fa firmato dai parlamentari europei del Movimento). Rei di cosa? Di non avere più la fiducia della gente. E in mancanza di fiducia, si legge nel documento, bisogna “introdurre nella questione vaccini un livello di decisione personale relativo alle famiglie”. Il ragionamento è più o meno questo. Ho la macchina dal meccanico perché uno stronzo mi è venuto addosso e mi ha sfondato un ammortizzatore. Ma io non ho più fiducia nei meccanici. La mia non è una campagna contro gli ammortizzatori, ma contro i meccanici. Quindi voglio introdurre nella “questione ammortizzatori” un livello di decisione personale. Io non capisco una mazza di ammortizzatori, ma sono arrivato al punto di fidarmi solo di me stesso. Decido quindi che l’ammortizzatore non mi serve. Mi riprendo la macchina e parto. Se poi finisco ad arare la tangenziale coll’avantreno potrò dire che, no, io non ho mai fatto campagne contro gli ammortizzatori. Come diceva Flaiano, basta alzarsi una mattina alle sette e uscire per capire che abbiamo sbagliato tutto.

Follow the money

3 ottobre 2016

Stramberie dei tempi. Un giornalista del Sole 24 Ore ha usato il metodo follow the money per arrivare a svelare la vera identità di Elena Ferrante. Il metodo follow the money era il sistema usato da Falcone per stanare i mafiosi. Diceva Falcone: “Segui il denaro. Se hanno venduto droga in America del nord, nelle banche siciliane saranno rimaste tracce delle operazioni realizzate”. Nel frattempo, nei territori controllati dalla mafia, i mafiosi, per mantenere saldo il potere, usano tecniche di storytelling.

La disperanza

26 luglio 2016

“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.

Sigillare una buca

21 giugno 2016

Ora la campagna elettorale è finita, Roma ha un sindaco, una cosa però ho pensato per tutto questo tempo, ho pensato che nella precedente campagna elettorale, voglio dire in quella del 2013, non si era parlato d’altro che del tema della sicurezza, allora c’era un’aria a Roma rovinosa, catastrofica, sembrava che dietro a ogni palo della luce si nascondesse una carogna, un figlio d’un cane, un bucaniere pronto a tagliare il collo al passante elettore, e quindi i candidati sindaci non facevano altro che mettere in cima alle loro priorità il tema della sicurezza. In questa campagna elettorale, invece, in questa del 2016, non si è parlato d’altro che del tema delle buche, che pure è un tema serio, ma che mi sembra indichi una cosa ben precisa, una cose di cui invece ho sentito poco parlare, e cioè una rinuncia incondizionata e completa al sogno, voglio dire, io che, ancora non molto tempo fa ero un giovane uomo e vagheggiavo viaggi sempre più lontani, io che in quanto giovane uomo desideravo, e quindi volevo, agire affinché il mio desiderio si realizzasse, e quindi demandavo all’espressione della politica la realizzazione, seppure parziale, del desiderio, ossia del viaggio, senza osare confessare a me stesso che più il viaggio mirava lontano e più si trattava di utopia, e quindi mi aspettavo che la politica volasse in alto, che scavalcasse le montagne per me e mi lasciasse intravedere oltre le nubi vaporose del presente, oggi mi trovo frustrato in quel che rimane di quella vecchia ebbrezza, mi trovo avvinto nella sonnolenza attuale, mi trovo a ragionare su un orizzonte politico limitato, un orizzonte la cui promessa massima che dichiara di poter mantenere è la seguente: sigillare una buca. Ecco, io non sono più tanto sicuro che la politica debba essere in principal modo pragmatismo e concretezza, io penso che un po’ di idealismo, un po’ di teoria, diciamo di visione, è quel che ci vorrebbe. Perché una volta che la buca è riempita, insomma, poi ci si annoia un po’ tutti.

Demolire Pasolini

1 aprile 2016

Quando ho sentito che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini, la prima cosa che ho fatto è stato andare a rileggere alcune poesie di Pasolini. Quando ho sentito che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini, ho pensato: «La stele è pur sempre un pezzo di marmo, non è la memoria di Pasolini». Quelli che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini non sanno che a colpi di mazzuola, l’unica cosa che ottengono è che noi ci ricordiamo più intensamente di Pasolini, e dopo andiamo a rileggere le poesie, e poi ripariamo anche la stele dedicata alla memoria di Pasolini, che è pur sempre un pezzo di marmo, e se va in pezzi la si può rifare tale e quale fino a un milione di volte. Dopo che ho riletto alcune poesie di Pasolini ho pensato che a prendersela con una stele di marmo si fa la figura di uno che tira mazzolate al vento intergalattico convinto di poter demolire il sistema solare.

Bruciamoli tutti!

25 febbraio 2016

È già sera, al telegiornale mandano il servizio su Salvini a Tor Sapienza, Salvini è contornato da cronisti e da individui che solitamente sui giornali vengono classificati come “cittadini” e che invece andrebbero classificati come “gente”, ossia come accozzaglia di persone di tutte le condizioni e natura in special modo di natura ignobile. Si leva la voce d’una vecchia che strepita: “Bruciamoli tutti!”, laddove l’oggetto dell’auspicato rogo è l’insediamento rom del campo nomadi di via Salviati. La voce è stridula, vocetta di vecchia rancorosa, un tipo umano che m’ha trapassato la vita e il respiro in questa piena di quarant’anni che ho tutta trascorsa nella città di Roma, città popolata per la gran parte da questa sottospecie italiana fatta di piccoli felini da latteria, abitati dal non pensiero, eternamente calati in una condizione di vita stabile e senza sofferenze o con una quantità giusta di sofferenze che loro tendono a ingigantire perché nella latteria si fa la gara ogni mattina a chi ha da esibire più sofferenza, e poi si fa la gara ogni mattina a chi ha più veleno sulla punta del canino, capitolini limati nel cattolicesimo rozzo e incondito da borgata diffusa, fascisti per istinto di natura che fanno correre la chiacchiera e con la chiacchiera stanno ogni giorno sull’orlo della cronaca nera, teppisti reazionari e pettegoli  che formano la litosfera della società umana. Ora io mi chiedo se alla vecchia di Tor Sapienza vada applicata l’idea che ricavò per esempio Hannah Arendt, ossia che il male perpetrato dai nazisti fosse dovuto non a un’indole maligna, ma a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni, oppure se alla vecchia di Tor Sapienza sia ben chiaro invece il significato, per esempio, dell’espressione “bruciamoli tutti”, ossia se lei – che ha arso presumibilmente innumerevoli zampe di gallina sulla fiamma della macchina del gas – sappia invero in che consiste lo sfrigolio del tessuto rosolato, quale sia il colore dell’osso carbonizzato, e se posta di fronte a un braciere con un attizzatoio in mano conosca per filo e per segno tutti i trucchi che servono per arrostire un individuo di origine rom, e così io dico che la vecchia è consapevole e che il male è banale – vero – ma non perché banale è l’essere che lo teorizza o che lo pratica, perché banale è il sistema morale e sociale a cui esso si richiama, perché l’essere che lo teorizza o che lo pratica risponde a un disegno preciso di comunità, una comunità dentro la quale mi tocca fluttuare, come un pesce infelice nell’acqua tiepida della mediocrità, per il resto di questi schifosissimi giorni.

I talebani dei Musei Capitolini

27 gennaio 2016

Nel 2001 i talebani fecero saltare in aria i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, denunciando le sculture come idolatre. Nel 2016 gli uomini del Cerimoniale di Palazzo Chigi hanno coperto le nudità delle statue dei Musei Capitolini per non urtare la sensibilità della delegazione iraniana. La differenza non è tanto marcata. Le statue dei Musei Capitolini sono integre, certo, mentre i Buddha di Bamiyan non esistono più. Eppure alla base dei due gesti c’è lo stesso impulso: entrambi sono atti di negazione. Ogni affermazione di un’identità implica la negazione dell’identità precedente. Non sempre il primo momento – quello negato – va perduto. Secondo il filosofo francese Paul Ricoeur “la riflessione occidentale si è dimostrata incapace di pensare insieme la differenza e l’identità: la differenza è stata pensata come il sacrificio dell’identità o l’identità col sacrificio della differenza”. I fatti hanno dimostrato che questioni più pragmatiche, come quelle politiche ed economiche, tanto per i talebani quanto per il governo italiano, sono assai più importanti delle espressioni artistiche che hanno fondato un’identità, un’identità percepita come ostacolo per il raggiungimento di scopi di altra natura (l’imposizione dell’iconoclastia islamica per i talebani; affari per diciassette miliardi di euro – si dice – nel caso del governo italiano). Sapete qual è il colmo di questa storia? Papa Francesco ha donato a Rouhani un medaglione raffigurante San Martino, il santo che vide un uomo nudo e lo coprì col suo mantello.

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