Archive for the 'Libri e letterature' Category

Diritto di voto

12 maggio 2017

Ieri, dopo la serata con I libri in testa che abbiamo dedicato a Il sole nudo di Asimov, siamo andati a cena, e durante la cena è saltato fuori questo racconto di Asimov scritto nel 1955, Diritto di voto, che compare nella raccolta Sogni di robot (in Italia è stata pubblicata da Il Saggiatore con la traduzione di Mauro Gaffo). Nel racconto si descrive l’elezione governativa negli Stati Uniti in un mondo del futuro (il 2008), un mondo in cui i sondaggi pre-elettorali sono diventati così rigorosi che un supercomputer riesce a determinare con assoluta precisione un elettore tipo – chiamato l’Elettore – che per le sue caratteristiche incarna perfettamente la maggioranza del paese. Nelle elezioni del 2008 l’Elettore è il commesso di un piccolo magazzino di una cittadina dell’Indiana, un tale di nome Norman Muller, il grado assoluto dell’uomo qualunque. In quella che nel racconto viene chiamata la nuova “Democrazia Elettronica”, Norman Muller incarna il proprio paese, è quindi – si diceva ieri durante la cena – non solo l’Elettore, ma è anche, per paradosso, l’Eletto. Egli è quindi l’esemplare democratico e nel contempo il perfetto tiranno. Mentre ci servivano l’amaro, ho pensato che tutto questo mi ricorda ostinatamente qualcosa.

Un certo tipo di letteratura che piace a me

26 aprile 2017

Quando penso a un certo tipo di letteratura che piace a me, quella che sta in libriccini di cento pagine scritti grossi, in cui ogni parola è una parola di prima scelta che s’imprime tonda e chiara e risonante, mi viene in mente il procedimento per mezzo del quale un pittore del Seicento che aveva un nome da batterista metal, Gerrit van Honthorst, a Roma venne ribattezzato Gherardo delle Notti, perché gli piaceva dipingere le scene notturne.

Anna Kuliscioff, lettere di una donna innamorata della libertà

12 febbraio 2017

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it

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È un libro piccino, ma è un vero e proprio condensato di passione e di storia politica e umana: si intitola Io in te cerco la vita – sottotitolo Lettere di una donna innamorata della libertà. È curato da Elena Vozzi ed è pubblicato da L’orma. Raccoglie le lettere scritte da Anna Kuliscioff, in gran parte ad Andrea Costa e a Filippo Turati, tra il 1880 e il 1924.

Anna Kuliscioff è stata una delle figure più importanti del nascente socialismo europeo. Cosmopolita, dotata di una straordinaria lungimiranza, fu tra le prime, alla fine dell’Ottocento, a imporre nel dibattito culturale questioni cruciali come l’emancipazione delle donne attraverso l’acquisizione dei diritti politici e sociali. Sua fu l’intuizione che il riscatto femminile potesse avvenire solamente all’interno di un più vasto riconoscimento dei diritti di coloro che appartenevano agli strati più bassi della società.

Nata a Moskaja, in Crimea, nella casa di un ricco commerciante ebreo, Kuliscioff abbandonò la Russia da giovanissima per studiare filosofia all’università di Zurigo. Approdò in Italia nel 1878, dopo essere stata prima processata in Russia per aver partecipato alla cosiddetta “andata verso il popolo”, ossia il lavoro – ispirato alle idee di Bakunin – svolto a fianco dei contadini, e poi espulsa dalla Francia insieme ad Andrea Costa. L’incontro con quest’ultimo portò alla nascita di un profondo quanto breve sodalizio politico e sentimentale (i due nel 1881 ebbero una figlia, Andreina). Nel frattempo, Kuliscioff aveva intrapreso studi di medicina tra Pavia, Torino e Padova, i quali la portarono, tra l’altro, a esercitare la professione medica nei sobborghi di Milano, facendole guadagnare l’appellativo di “dottora dei poveri”.

Il lavoro sul campo fu fondamentale per l’elaborazione delle sue teorie politiche. Teorie che le consentirono di far parte del gruppo che, nel 1892, nella sala Sivori di Genova, fondò il Partito dei Lavoratori Italiani (quello che tre anni più tardi assumerà la definitiva denominazione di Partito Socialista Italiano), tra i quali figurava Filippo Turati, con cui Anna Kuliscioff si era legata sentimentalmente dal 1885. Anna e Filippo nel ’91 si trasferirono in un appartamento con vista sulle guglie del Duomo di Milano. Qui stabilirono la redazione di Critica sociale, la rivista del socialismo riformista italiano di cui furono condirettori. L’appartamento divenne presto il salotto in cui si incontravano gli esponenti più in vista della cultura e della politica milanese del tempo.

Anna Kuliscioff visse in un momento storico cruciale in cui fermentavano le idee del marxismo e in cui lentamente prendevano forma gli spettri che avrebbero ottenebrato l’orizzonte nella prima metà del Novecento. Il suo è un carteggio che si legge come un romanzo epistolare, tale è la forza evocativa di sentimenti e situazioni storiche, nonché la padronanza della lingua italiana attraverso cui esprime concetti e sensazioni con frasi come: “La vita senza te è per me una vegetazione continua” (dalla lettera ad Andrea Costa del 18 novembre 1880). Attraverso queste lettere assistiamo a un’emersione di modernità a tratti sorprendente, considerato il periodo storico in cui si collocano, che fanno di Anna Kuliscioff uno dei pensatori più lucidi, intraprendenti e avveduti della sua epoca. Modernità poi che non è solo di pensiero, ma di gesto, se non, usando il lessico contemporaneo, di stile, inteso come stile di vita. “Non credi tu ch’io abbia ragione di sentirmi un po’ offesa del fatto che tu consideri come dovere di non separarti mai da me”, scrive sempre ad Andrea Costa, rimproverandolo di una sorta di benevolo paternalismo maschilista, “perché se la mamma prima pensava a me, ora lo devi tu”. Il progressivo distacco sentimentale da Costa diventa poi l’occasione per scandagliare il crepuscolo di un rapporto di coppia con tratti di bruciante realismo: “Tu cerchi in me il riposo, io in te la vita. Io sono per te poco donna, tu per me sei un’astrazione. Io non ho la maternità. Tu non mi dai l’umano del contatto fra i sessi diversi”.

Come in un romanzo, poiché nella progressione delle lettere, tra le righe, si avverte una lenta ma continua maturazione. La scandalosa rivoluzionaria, l’infaticabile agitatrice, si tramuta via via in un’analista più acuta e precisa, una donna maggiormente padrona di se stessa e dei propri affetti. Il 22 ottobre del 1898 scrive alla figlia: “Ricordati, Ninina, prima di adirarti contro uomini e contro cose, di dare uno sguardo nel profondo dell’animo tuo, e vi troverai spesso molte attenuanti che volgeranno l’ira a pietà o compassione”. Della stessa figlia renderà conto in una delle più belle lettere di questa raccolta, quella ad Andrea Costa del 27 marzo 1904, in cui ragiona sulle scelte di vita della giovane Andreina: “È una gran malinconia di dover convincersi che noi non siamo i nostri figli, e che essi vogliono far la loro vita […]. La malinconia non proviene da quel piccolo incidente di matrimonio religioso, ma dal fatto che la nostra figlia non ha né l’animo ribelle, né il temperamento di combattività”.

C’è poi la restituzione di quel clima di lento scivolamento verso il dirupo che si intuisce nel lungo epistolario che scandisce il rapporto più che trentennale con Filippo Turati. I diversi punti di vista dei due sul primo conflitto mondiale – fieramente neutralista lui, possibilista lei riguardo all’ipotesi di un intervento in guerra dell’Italia. L’entusiasmo iniziale per la rivoluzione russa di cui coglie le somiglianze con quella francese. Lo sconforto per la presa del potere da parte di Mussolini; scrive a Turati il 17 novembre 1922: “Oggi chiederei a te una parola di conforto, tanto sono piena di disgusto, avvilita e quasi sgomenta dello spettro di rovine che si prospetta nell’avvenire”. Uno spettro di rovine che nel 1925 non mancherà di funestare perfino il suo funerale, quando a Milano gli squadristi si scaglieranno contro le carrozze del corteo, devastandone gli addobbi funebri.

Giuseppe Berto, Il male oscuro

9 gennaio 2017

Uscito sabato su doppiozero.

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Una volta, parlando di David Foster Wallace, un tale di mia conoscenza, con voce contrita, mi domandò: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo chiese come se io fossi l’esecutore testamentario di David Foster Wallace, o il suo miglior amico, o – cosa ancor più improbabile – il suo psicanalista. “Immagino perché stava molto male”, furono le uniche parole che mi uscirono di bocca. Poi ci pensai un po’ e lo invitai alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più (in Italia è pubblicato da minimum fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi commissionata dalla rivista «Harper’s» in cui Wallace, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America e, con esso, il cuore marcio di tutti noi accoliti dell’internazionale dei depressi.

In realtà lo stesso Wallace, in Infinite Jest, aveva scritto: “La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme”, donandoci quella che reputo una delle più azzeccate descrizioni dello stato d’animo di un depresso terminale. Ma se avessi portato ad esempio questo passaggio di Infinite Jest, probabilmente non avrei fatto centro. Capii che il mio conoscente mi aveva rivolto quella domanda, con quella precisa modulazione vocale, non perché si aspettasse da me una spiegazione ad effetto – niente teatro, né melodramma – ma perché ravvedeva in me una sorta di autorità in materia di depressione (non ho ovviamente, e per fortuna, alcuna autorità in merito, se non l’autorità che mi deriva dall’essere un habitué di lungo corso dei cosiddetti “scompensi depressivi”). O, insomma, seppure inconsciamente, sentiva che, riguardo al rapporto fra scrittura e depressione, avrei potuto forse avere qualcosa di interessante da dire, un mistero da svelargli, e non – si badi bene – un mistero qualsiasi, ma il mistero dei misteri, che avrei potuto portare insomma la luce nel profondo mattatoio emotivo di uno scrittore affetto dal male di vivere.

Sono convinto che oggigiorno ci sia in giro una gran voglia di ridere, più che in ogni altro tempo. Io stesso passo le giornate ad avere voglia di ridere, a cercare il comico in ogni cosa. Ma questo non significa che siamo persone allegre. Anzi, secondo me significa l’esatto contrario. Robert Musil, in Pagine postume pubblicate in vita, ha scritto: “Il cavallo, se così si può dire, ha quattro ascelle e perciò soffre il solletico il doppio dell’uomo”. C’è un risvolto nella depressione che spesso è sottovalutato quando si tenta di definire la depressione, e che a mio giudizio è invece essenziale. È qualcosa che ha a che fare con la disillusione, ma che rappresenta in fondo la principale difesa del depresso dalla canicola insopportabile del palazzo in fiamme: è la profonda, a volte feroce, inestinguibile, sete di ironia attraverso cui il depresso filtra la propria visione del mondo. Gli scrittori depressi ricorrono all’ironia più spesso degli scrittori non depressi. Questo è un dato di fatto. Lo scrittore depresso, in un certo senso, ha quattro ascelle. Come il cavallo.

Non è quindi un caso che due tra le opere letterarie che rispondono meglio alla domanda cos’è la depressione, o se si preferisce, com’è il mondo visto attraverso gli occhi di uno scrittore depresso, siano in buona sostanza – tra le altre cose – due testi potentemente comici. L’uno, appunto, il famoso reportage sulle crociere di David Foster Wallace, l’altro uno dei massimi capolavori in controcanto del Novecento italiano: Il male oscuro, di Giuseppe Berto.

Il protagonista de Il male oscuro – recentemente ripubblicato da Neri Pozza con una postfazione di Carlo Emilio Gadda e una nota di Emanuele Trevi – è un intellettuale di provincia che, in seguito alla morte del padre avvenuta per tumore, entra in una fase di depressione acuta. Il pensiero del padre morto diviene il suo assillo principale, ma anche l’innesco di un’ossessione più ampia che riguarda i due diversi ambienti in cui il male può attecchire: il corpo, sottoposto alla minaccia-fantasma del cancro; e la psiche, insidiata da nevrosi di ogni genere. I due mali di cui soffre (o di cui crede di soffrire) arrivano a fondersi in uno solo, e trovano sfogo in un violento disturbo psicosomatico che lo conduce in sala operatoria, da cui poi uscirà senza che nulla gli venga riscontrato. La scrittura del libro diventa allora un procedimento di indagine su se stesso, la prima terapia contro quel particolare male che Gadda, ne La cognizione del dolore, ha definito oscuro.

La prima volta che lessi il romanzo di Berto lo feci su suggerimento di un amico scrittore, il quale me lo consigliò come farebbe un medico che prescrive a un paziente un farmaco contro l’insonnia. Ero naturalmente alle prese con uno dei miei periodici scompensi e avevo raggiunto quel fondo senza nome che noi depressi crediamo di toccare ogni giorno, con la stessa sorpresa dell’astronauta che conquista un pianeta vergine convinto di essere il primo nell’universo a metterci piede, salvo poi scoprire che sotto la polvere è pieno delle ossa degli astronauti che l’hanno preceduto. Il mio motivo sconfortante era direttamente legato ai tentativi di cimentarmi nell’arte del romanzo, tentativi che vado ripetendo da anni senza successo. Ciò che mi demoralizzava, tuttavia, non era – come nel racconto di Berto – l’assillo della gloria che non veniva (non sono questi i tempi che un giovane sano con delle aspirazioni letterarie possa vagheggiare una cosa tanto inconseguibile come la gloria); era tutt’altro: era la sopraggiunta sfiducia nelle possibilità del romanzo, la sostanziale convinzione che questo genere letterario non fosse lo strumento più adatto per disseppellire le mie pulsioni emotive, il magma che sentivo ribollire nel profondo della mia psiche e che aveva la pesante responsabilità di rendermi, per così dire, inabile alla vita.

Quindi, ecco, ero depresso per colpa del romanzo, perché non credevo più nella sua funzione. Facile. Ma, a pensarci bene, mi sembrava già allora una colossale boiata con cui tentavo di chiudere gli innumerevoli conti che avevo in sospeso fin dalla più tenera età, e che giudico essere gli autentici responsabili delle mie nevrosi. Senonché, su quello che reputavo un pianeta vergine, erano sepolte nientemeno che le ossa di Francis Scott Fitzgerald, il quale – come riporta proprio Trevi nella nota di chiusura di quest’ultima edizione de Il male oscuro – nel 1936 pubblicò un reportage per «Esquire» in cui denunciava la propria malattia (guarda caso la depressione), additandone come principale causa proprio il genere letterario del romanzo, genere che – a lui sì – aveva già ampiamente garantito la gloria, e dichiarandolo ormai inadatto a “trasmettere emozioni e pensieri da un essere umano all’altro”.

E cosa trovai di salvifico ne Il male oscuro? A dire il vero niente. O niente di strettamente salvifico, ma forse tutto ciò che poteva essermi utile a distribuire il contenuto del mio personale vaso di Pandora in tanti vasetti più piccoli e maneggevoli. Poiché il romanzo di Berto non è che un’ossessiva ricerca della radice infetta che determina la disgrazia dell’io, ma è anche e soprattutto una gigantesca messa in discussione dei canoni della scrittura, o meglio, un’abdicazione della scrittura artistica in favore della scrittura terapeutica; vale a dire uno stravolgimento delle finalità del romanzo, e quindi la sua definitiva messa in discussione. La genesi stessa dell’opera, scritta in due mesi a Capo Vaticano in una casetta sospesa sul mar di Calabria, ci dice che Berto, su suggerimento del proprio terapeuta, tentò di sfidare un classico blocco creativo cimentandosi in un altrettanto classico tema psicoanalitico, ossia la “lunga lotta col padre” di cui si legge fin dall’incipit. E lo fece scardinando punteggiatura e sintassi com’era di moda nei medesimi anni presso gli scrittori beat. L’opera è quindi il resoconto di questa duplice lotta, da una parte contro il romanzo dall’altra contro il padre (è possibile perfino che il romanzo e il padre, alla fine, siano la stessa cosa). E tutto ciò per che cosa? Berto dice per la gloria.

“Io punto alla gloria che può venirmi anche dopo morto però lo saprò bene anche da vivo se mi verrà la gloria dopo morto”. Questo genere di gloria è la capacità che hanno i veri artisti di tramandare ai posteri il modo di pensare e di vivere della propria epoca, di condensare in una capsula l’odore del presente, di eternare se stessi e il proprio tempo; la gloria cioè è la capacità di ognuno di trasformare un ricordo diretto in un ricordo collettivo. Gloria quindi come liberazione, nominanza che corre per il mondo, fine d’ogni pena (o, di converso, riproposizione ad aeternum di quella pena).

Ma la faccenda, nel caso de Il male oscuro, si tinge di sfumature grottesche. Perché la gloria a cui Berto puntava, qui transita per il racconto di un’ossessione, l’ossessione del padre morto di cancro, e per il cancro stesso che Berto teme sia passato dalla pancia del padre alla sua (come poi effettivamente succederà nel 1978, ponendo fine alla sua vita terrena), innervandosi come una condanna decretata a causa delle proprie distrazioni di figlio. “Vuoi vedere” – scrive Berto – “che io sono proprio così ho il mio cancro letale racchiuso nella pancia, santo cielo m’ero già accomiatato dal mondo e dalle disgrazie mie ed ora eccomi di nuovo qua a ricominciare da capo, chissà mai in quale modo tremendo avrà architettato di farmi morire colui che vuole la mia morte, ma che male gli ho fatto in fin dei conti, va bene l’ho abbandonato nel trapasso però lui ostentatamente non sapeva che farsene di me quando gli stavo vicino”.

Trovo curioso il fatto che, sostituendo “il mio cancro letale” con “la mia depressione”, si otterrebbe una lettura diversa ma ugualmente sensata del sopraccitato periodo. O rimpiazzando “colui che vuole la mia morte” – qui inteso come il padre – con un riferimento al genere del romanzo, o al blocco dello scrittore, o ai tre capitoli dell’opera rimasta abortita a cui Berto allude continuamente nel corso del racconto autobiografico, si toccherebbe il senso profondo di questa colossale paralisi artistica: lui [il romanzo] ostentatamente non sapeva che farsene di me quando gli stavo vicino. Ed ecco servito il Novecento in tutto il suo splendore!

Lessi quindi il romanzo di Berto in questa chiave, cioè mentre cercavo la cura per guarire dalla sfiducia nelle possibilità del romanzo, non facevo che trovare conferme al mio sentimento di inadeguatezza. Vale a dire, cinquant’anni prima di me, nelle pagine de Il male oscuro, Giuseppe Berto aveva sfidato il drago viso a viso, lo aveva combattuto e sconfitto (davvero sconfitto?), e in ogni caso adesso mi spingeva al cospetto della sua enorme carcassa purulenta. Fatto sta che, da allora, Il male oscuro è diventato per me il drago dai cento volti, l’incarnazione letteraria di tutti i miei fantasmi, i fantasmi letterari e quelli psicoanalitici.

Nell’appendice a Il male oscuro Berto scrive: “Della mia nevrosi potrei dire come del suicidio di Pavese: non mi è venuta per questo, ma sicuramente m’è venuta anche per questo. La nevrosi è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro. Per uno scrittore è, particolarmente, paura di scrivere”. Non c’è al mondo, credo, un mestiere più legato alla depressione, di quello dello scrittore. La depressione è, semplificando all’estremo, la fatica di essere se stessi (Achille Campanile definiva così lo scrittore: “Spettatore di se stesso. Spesso, l’unico spettatore”). Ma solo dopo aver incrociato nella mia vita l’opera di Berto ho capito come avrei potuto replicare alla domanda di quel conoscente su David Foster Wallace – “Perché si è ucciso?”.

Risposta: per la paura di scrivere.

Le opere minori

20 dicembre 2016

Sono un appassionato di opere minori. Non so se sia un bene o un male, è una cosa che va così. Non sono il tipo che va matto per i cosiddetti capolavori. O se li apprezzo, li apprezzo come un atto dovuto, senza troppi salamelecchi, riconoscendone la grandezza punto e basta. In un cosiddetto capolavoro ci trovo sempre un’unità di misura che non mi incanta. Preferisco le vie secondarie, le opere preparatorie – più che Guernica, mi piacciono gli studi per Guernica – o quelle che sono compiute in sé ma che nell’opera omnia d’un artista restano in secondo piano, sullo sfondo, annidate nell’ombra. Di tutti i grandi romanzi scritti da Cormac McCarthy, per esempio, il mio preferito è il piccolo Sunset Limited. Ammiro Simenon, uno che ha scritto una valanga di romanzi minori, tutti di gaudiosa qualità, senza tuttavia aver prodotto un vero e proprio capolavoro. Di Kerouac, che è il mio mito letterario di gioventù, ho amato senza fine Tristessa, uno struggente libriccino che narra dell’amore per una ragazza di Città del Messico distrutta dalla droga e dalla vita miserabile. Di Henry Miller non Tropico del Cancro, ma Primavera nera. E così via. Credo che la grandezza di un artista si intuisca meglio nel piccolo, quando sembra giocare col proprio talento. Avrei voluto incontrare Coppi a passeggio sulla ciclabile una domenica mattina, o osservare Maradona mentre scherza con la palla in allenamento. Avrei voluto vedere Muhammad Ali, appena sveglio, acchiappare al volo una mosca.

Un’idea di come dovrebbe suonare la musica impeccabile delle parole

22 novembre 2016

Se ho un modello letterario, un’aspirazione, un’idea di come dovrebbe suonare la musica impeccabile delle parole, quel modello è qualcosa di molto simile a questo:

“Adesso ti sei sfilata le scarpe. Ma ecco che le calze vanno avanti e indietro sul tappeto morbido, come le scarpe poco fa. Versi acqua nel bicchiere, tre, quattro volte di seguito, non mi so spiegare perché. Da molto tempo la mia fantasia ha smesso d’immaginare tutto l’immaginabile, mentre tu evidentemente trovi sempre qualche altra cosa da fare. Ti sento infilare la camicia da notte. Ma siamo ancora lontani dalla fine. Ci sono cento faccende da sbrigare. So che ti spicci per riguardo a me; dunque si vede che tutto è necessario, che fa parte del tuo ‘Io’ più profondo e come il muto affaccendarsi degli animali il tuo movimento non si arresta dal mattino alla sera; con piccoli gesti incoscienti e innumerevoli, di cui non sai renderti conto, tu t’immergi in un vasto spazio dove nemmeno un soffio di me stesso ti ha mai raggiunta”.

(Robert Musil, da ‘Pagine postume pubblicate in vita’, Einaudi. Traduzione di Anita Rho).

Centouno anni prima di Gomorra la serie

3 giugno 2016

Da un giornale del 1915: «La metamorfosi di Kafka e il rischio dell’emulazione. È innegabile che il racconto trasmetta la convinzione che la casa della famiglia Samsa sia un posto senza speranza. Il problema non riguarda tanto i giovani “deviati”, ma gli altri. Sono quelli delle famiglie borghesi che non solo si vestono e parlano come commessi viaggiatori, ma spesso adottano anche un comportamento scarafaggesco, comportandosi da bacherozzi perché incapaci di sfilarsi una mela dalla schiena».

Per questo è stato inventato lo sport (da “La scuola cattolica” di Albinati)

3 maggio 2016

Dalla lettura in corso de La scuola cattolica di Edoardo Albinati mi ha sorpreso un passaggio apparentemente innocuo sull’adolescenza e sui rapporti tra maschi in quell’età infernale, un soffio di quelli leggeri che però fanno vacillare le fiammelle eterne. Riporto qui il pezzo intero, ma voi che magari siete uomini fra i trenta e settant’anni, che amate la sottrazione e la rapidità, che vivete nella concisione, soffermatevi sulle ultime due frasi, guardatele bene e ponderatele. Secondo me vi arriverà un cazzotto allo stomaco e vi ci vorrà qualche secondo prima di riprendere fiato. Scrive Albinati:

“Per questo è stato inventato lo sport, cioè un succedaneo di prova del fuoco che può essere somministrato due o tre volte la settimana, anche a scuola, senza bisogno di aspettare che scoppi una guerra o vada a fuoco un palazzo per testare chi vi è coinvolto, il suo coraggio, il controllo delle emozioni e la resistenza al dolore. Con la scusa abbastanza pedestre dell’esercizio fisico, raddrizzare le spalle eccetera: e tutto questo al SLM l’avevano capito benissimo, al punto da fornire la scuola di una palestra modernissima, di una piscina dove oggi sguazza mezzo quartiere Trieste (se ne parlerà più avanti) e di un centro sportivo con campi di basket e calcio sulla via Nomentana, dove ogni pomeriggio facevano la spola pullman pieni di ragazzini urlanti all’andata e distrutti al ritorno. Ritornavamo infatti così sudati e stanchi che spesso, d’inverno, con la notte che cala presto e la Nomentana intasata, ci addormentavamo con le teste impolverate una contro l’altra. Forse i maschi riescono a instaurare rapporti solo se intorno infuria la battaglia, perciò la ricreano sui campi di gioco”.

Cose che garantiscono un certo privilegio

16 febbraio 2016

A Natale ha chiesto il gioco degli scacchi, e io ho pensato quanto vuoi che giochi con gli scacchi? Invece è diventato matto per gli scacchi e tutti i giorni mi chiede di fare una partita. Tempo fa, insieme, abbiamo guardato un documentario sulla vita di Bobby Fischer, il giorno dopo in classe non ha fatto che raccontare a tutti di Bobby Fischer. L’altro giorno, tornando a casa da scuola, mi ha indicato una nuvola. Mi ha detto: “Papà quella è la nuvoletta di Bobby Fischer?” (gli ho spiegato che Bobby Fischer è morto, e quindi per lui Bobby Fischer attualmente è l’inquilino di una nuvoletta). Gli ho risposto: “Penso di sì”. E lui: “Penso di no”. E io: “Perché pensi di no?”. “Perché la nuvoletta non è a forma di cavallo”.

In Teoria delle ombre di Paolo Maurensig (Adelphi) si racconta di Alexandre Alekhine, detentore del titolo mondiale di scacchi, che nel marzo del 1946 passò gli ultimi giorni in una stanza d’albergo a Estoril perseguitato dai fantasmi di tutta una vita. Non trattandosi di una biografia, ma di un romanzo, l’autore si prende delle libertà, e lascia che a giustificarle sia uno dei personaggi della storia, che in un dialogo posto nelle ultime quindici pagine del libro dice questo: “In un romanzo si possono affermare cose che in contesti diversi sarebbero proibite. E poi forse solo l’immaginazione ci permette di arrivare a certe verità nascoste. Nella mia professione di inviato mi sono sempre attenuto alla realtà. Anch’io avrei voluto scrivere qualcosa su quella remota vicenda; ho raccolto parecchio materiale sull’argomento, ma poi ho rinunciato: avrei finito per dire ciò che altri avevano detto prima di me. Ma lei intende scrivere un romanzo, e questo le garantisce un certo privilegio”.

Il mio vincitore per il miglior libro del 2015 è un traduttore

23 dicembre 2015

Che si fa a dicembre? Si fanno le classifiche. Che fanno i lettori forti? Fanno le classifiche dei libri forti. Io sono un lettore forte e quest’anno ho letto dei libri molto forti, perciò vorrei approfittare di questa opportunità per suggerire un elemento da includere nella classifica, o meglio per suggerire una mia classifica di libri molto forti, solo che mentre ci penso mi rendo conto che non sono in grado di fare una classifica, per vari motivi, non ultimo perché dicembre non è finito e ho ancora due o tre libri da leggere che in tutta onestà penso di poter leggere tra Natale e capodanno, quello che sto leggendo ora, per dire, è un serio candidato alla vittoria di questo imprescindibile trofeo. Ma per semplificare le cose mi limito ad annunciare il vincitore e quindi ad appellarmi al principio di autorità che esclude libri in corso di lettura e i libri di là da leggere: il vincitore dell’anno per me è un libro vecchio di centosessantaquattro anni, il cui autore per una volta non si fregerà della palma, perché la maggior parte del merito della vittoria in questo caso va al suo traduttore italiano, ossia Ottavio Fatica, che quest’anno ha ritradotto per Einaudi Moby-Dick; è suo il merito se per molti giorni ho desiderato salpare su un “veliero cannibale” a caccia di capodogli; è suo il merito se ho pensato che avrei potuto degradarmi a scagliare freccette dirette alla pancia di una bestia di cinquantadue tonnellate di peso con la quale non ho mai avuto il benché minimo motivo di discussione in vita mia; insomma, è suo il merito se per seicentosettantatré pagine sono regredito allo stato di natura del lettore per antonomasia: alla stupefazione del bambino.

La maschera da arabo

19 novembre 2015

Quand’ero ragazzino a carnevale la “maschera da arabo” andava forte, poi i fondamentalisti islamici menarono Andy Luotto che faceva lo sceicco Harmand a Quelli della notte. Così se oggi un ragazzino moderno non può più mascherarsi da sceicco senza che il padre rischi un’incriminazione per istigazione e apologia del terrorismo islamico, sapete con chi prendervela: con Andy Luotto.

Nel racconto L’angelo Esmeralda di Don DeLillo (Einaudi, traduzione di Federica Aceto) c’è un dialogo che fa così: “I poveri hanno bisogno di visioni, d’accordo?” “Tu dici i poveri. Ma a chi altro dovrebbero apparire i santi? I santi e gli angeli appaiono forse ai presidenti di banche?”

Il problema dell’universo che mi ronza in testa

16 novembre 2015

Nel trentacinquesimo capitolo di Moby-Dick (nuova edizione Einaudi, traduzione di Ottavio Fatica) Melville spiega al lettore come si svolge il turno di vedetta al colombiere, ossia in che consiste il lavoro del marinaio che sale sulla piattaforma in cima all’albero, e per molte ore resta in contemplazione dei “pascoli acquatici”, per adocchiare ogni singolo movimento che si produce nell’oceano. Melville, attraverso il suo io narrante Ishmael, confessa quanto fosse lui stesso inadeguato a questo compito, e più in generale mette in guardia i capitani dall’assegnare tale incarico a “giovanotti romantici, malinconici e svagati che, disgustati dalle gravose cure mondane, van cercando il sentimento nel catrame e nella grascia”. Scrive Melville: “A questo punto vorrei vuotare il sacco e con tutta franchezza ammetterò che come vedetta ero una frana. Come avrei potuto, lasciato in balìa di me stesso a un’altitudine che già funge da stimolo al pensiero, con il problema dell’universo che mi ronzava in testa, come avrei potuto non prender sotto gamba gli ordini vigenti su ogni baleniera: «Occhi aperti e segnala sempre»”. Subito dopo, ci fa dono di una delle pagine più appassionate e struggenti della letteratura d’ogni tempo, facendoci penetrare nella mente e nel cuore di una di queste vedette inefficaci: “[…] la mescidanza cadenzata dell’onde coi pensieri culla il nostro giovane svagato in un tal letargo oppiaceo di fantasticherie vacue e incoscienti che finisce per perdere l’identità, scambia l’arcano oceano ai piedi per l’immagine visibile di quell’anima profonda, azzurra, illimite che pervade umanità e natura; e ogni cosa strana, intravista, guizzante, bellissima che gli sfugga, ogni pinna d’incerta forma da lui confusamente scorta che affiori, gli sembra l’incarnazione di quei pensieri sfuggenti che senza posa sciamano attraverso l’anima”. E ancora: “In te ora non c’è vita, tranne la vita cullante impressa da una nave che dolcemente rolla, dalla nave presa a prestito dal mare, dal mare dalle imperscrutabili maree di Dio. Ma mentre questo sonno, questo sogno è su di te, se fai tanto di muovere il piede o la mano, di mollare la presa, inorridita la tua identità farà ritorno. Ti libri su vortici cartesiani. E forse a mezzogiorno, quando il tempo volge al bello, con un grido strozzato piomberai attraverso l’aria trasparente nel mare estivo per non riemergere mai più”.

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