Archive for the 'Racconti e resoconti' Category

La vita è imprecisa

19 settembre 2017

Domenica mattina ero fuori che tentavo di togliere delle macchie di vomito dai sedili posteriori della macchina. Era una bella giornata luminosa, ancora fresca, la pioggia della sera prima faceva riverberare le chiome dei pini come se fossero composte da aghi di cristallo. E così, mentre grattavo via le macchie di vomito, sulla strada è passata una macchina. La macchina aveva i finestrini abbassati e dalle casse dello stereo fuoriusciva Fly me to the Moon di Frank Sinatra. Insomma la domenica mattina, gli alberi scintillanti sotto i raggi del sole, io che gratto via le macchie di vomito dai sedili posteriori, e… Frank Sinatra. Quasi non sembrava la mia solita vita. Sembrava la vita di un giovanotto della provincia americana degli anni Cinquanta. O sembrava un film di Martin Scorsese. O un racconto di Andre Dubus. O quel che pare a voi. Sembrava tutto fuorché la mia vita. E non dico che è stato bello (non è bello pulire macchie di vomito la domenica mattina, neppure se il vomito è di tuo figlio); dico che è stato strano. È strano quando nella tua solita vita si infilano pezzi di un’altra vita, la più lontana possibile dalla tua. Questa cosa ti si offre come – diciamo – una visione, una possibilità. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse di quest’ultimo periodo è la frase che ha pronunciato una persona durante un incontro che ho avuto la settimana scorsa. Questa persona prima ha citato uno dei piccoli romanzi fiume contenuti in Centuria di Manganelli (me lo sono andato a cercare, il piccolo romanzo fiume di Manganelli; è la storia raccontata in poche righe di un inveterato abitudinario: “Nel suo quotidiano tragitto” – scrive Manganelli – “egli esegue quello che chiama un ‘esercizio spirituale’; esso consiste nella limitazione del mondo ad un itinerario angusto, nel cui ambito sempre meno possa accadere”), poi ha pronunciato la frase, ha detto pressappoco così: “Noi tendiamo a semplificare la nostra vita, a credere che sia sempre ben delimitata, localizzata, e immodificabile. Ma la vita è imprecisa”, ha detto. La vita è imprecisa.

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La visione del tempo tra gli antichi greci

11 settembre 2017

Alle elementari avevo una maestra dolcissima ma rigorosa, una vera autorità, ci crebbe per cinque anni, mi aiutò a superare un periodo particolarmente difficile della mia infanzia, poi andò in pensione. Pochi anni dopo morì di cirrosi epatica. Scoprimmo che era oppressa dall’alcolismo. Prima che morisse la incontrai una volta per le strade della borgata in cui vivevo, la salutai aspettandomi di ricevere in cambio la stessa dolcezza e la stessa premura dei tempi in cui ero un suo scolaro, invece mi trattò con una fredda cordialità, come se fossi uno sconosciuto. Aveva perso la confidenza, l’avevamo persa entrambi, e lei forse stava perdendo anche altro, molto di più. Anni dopo incontrai suo figlio, lavorava in un grande teatro di Roma, svolgeva qualche tipo di maestranza, volevo chiedergli conferma che fosse il figlio della maestra E., e poi parlargli di sua madre, dirgli che donna meravigliosa fosse stata, ma lui guardava tutti bruscamente, e poi mi tornò in mente la volta in cui avevo incontrato sua madre, e mi tornò in mente la sua freddezza, e poi mi tornarono in mente gli anni di scuola, e quindi mi passò la voglia di riconnettermi con quel passato, perciò finii per non dirgli niente. Più o meno la stessa cosa mi capitò una volta con un amico di infanzia, lo incontrai per caso nel centro di Roma, gli sorrisi e lui per tutta risposta mi lanciò uno sguardo carico di ostilità e disse: “Mi dispiace, non ci conosciamo”. Avevo passato a casa sua più o meno tutti i pomeriggi tra i dieci e i quindici anni, e tra noi non c’erano conti in sospeso o vecchi rancori, semplicemente credo che a certe persone non piaccia rimestare nel passato, o meglio, piace in senso ideale, piace l’idea romantica del passato, ma per i più le cose che tornano fanno solo un gran male. Una volta ho letto una cosa che mi ha colpito molto: gli antichi greci avevano una visione del tempo diversa da quella che abbiamo oggi, per certi aspetti più coerente; il futuro per loro era come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana davanti a noi.

Kim non ha fatto vacanze

5 settembre 2017

Le persone sono di due tipi: chi insegue il piacere, chi la possibilità. Alla fine dell’estate molti raccontano delle loro vacanze, di come sono stati bene. Io non ho fatto vacanze, a parte una manciata di giorni definibile come “vacanza”. Ma racconto ogni giorno la possibilità. Non bado tanto alla vita che faccio, ma a quella che potrei fare e che non faccio. Non sono felice. Per fortuna, direi. Non sono neanche triste (meglio ancora). Perché faccio parte del secondo tipo di persone? Perché “il piacere delude, la possibilità non delude mai” ha scritto Kierkegaard, il quale, come ogni filosofo che si rispetti, era cagionevole di salute (lui attribuiva la sua debolezza al fatto che da bambino fosse caduto da un albero).

Kim ha piazzato un missile intercontinentale sulla costa. Kim non ha fatto vacanze. Anche lui insegue la possibilità, non la felicità. Racconta a se stesso ciò che potrebbe essere e che non è. Dunque ho una cosa in comune con Kim.

Negli ultimi tempi sono cagionevole di salute. Adesso che ci penso da bambino non sono caduto da un albero, ma da qualcosa di molto più imponente.

I pugili alla pesa

28 agosto 2017

C’è stato un incontro di boxe importante, ho visto in tv le immagini dei pugili alla pesa, lo sfidante ha fatto una sceneggiata inverosimile a un centimetro dalla faccia del campione, il quale dopo un po’, anziché dare una testata a quel pagliaccio e lasciarlo secco davanti ai fotografi, si è messo a ridere. Le sceneggiate dei pugili alla pesa sono tra le cose che mi provocano l’ansia. Anzi, se mi chiedessero di dare una definizione della mia ansia direi proprio che è la sceneggiata di un pugile alla pesa. Se adesso sto meglio però lo devo al fatto che il campione ha battuto il pagliaccio per knockout tecnico alla decima ripresa. Il pagliaccio è un ex idraulico di Dublino. Anche gli idraulici mi provocano l’ansia.

Il solitario del genere di cui faccio parte io

8 agosto 2017

Quando arriva l’estate, e in particolare quando arriva questa fase “acuta” dell’estate, e la gente che affolla la città si rarefà come una scoreggia nell’aria, io – che tendenzialmente sono un solitario – dovrei sentirmi a mio agio, bearmi del vuoto metafisico, del silenzio e dell’espansione. E invece no, invece sento un malessere costante, un malessere che è dato proprio da questo silenzio e da questa ipersolitudine. È un’assurdità, ma il solitario del genere di cui faccio parte io trova ragione della propria misantropia nello stare in mezzo agli altri. E quando invece si ritrova a stare da solo, non sta bene come immaginava, perché gli viene meno il motivo della sua aspirazione. Ieri, per esempio, in ufficio si parlava della Norvegia, un’impiegata diceva che vorrebbe vivere in Norvegia, nella foresta, con la lepre polare, il lemming, l’alce, l’orso e il lupo, diceva quant’è bello fare passeggiate solitarie con venti gradi sotto zero (QUANT’È BELLO), e mentre l’impiegata diceva questo, nella mia mente continuavano ad affiorare immagini di affollatissimi, sudatissimi concerti rock. Il mio desiderio di solitudine esiste solo in contrapposizione, non vale in senso assoluto. Il solitario del genere di cui faccio parte io è tre cose: un finto solitario, un malato di noia e un rompicoglioni siderale.

Sono passati tanti anni

25 luglio 2017

Il barista del centro anziani, che è a sua volta molto anziano, ha raccontato di quando da ragazzino, nel paese del sud da cui proviene, lui e gli altri ragazzini aspettavano che qualcuno si sposasse, dopodiché si arrampicavano sul balcone della casa in cui gli sposi consumavano la prima notte di nozze, si acquattavano dietro la finestra della camera da letto e ascoltavano i rumori che provenivano da dentro, ha detto che lui ancora oggi ricorda ogni cosa, tutti i rumori, tutte le frasi che gli sposi si scambiavano, invece non ricorda quasi niente della sua prima notte di nozze, e quando gli ho chiesto: “Ma com’è possibile?”, lui ha risposto: “Sono passati tanti anni”.

Buongiorno e buonasera

21 luglio 2017

Sono andato dalla dottoressa per farmi fare un certificato medico, ha cambiato studio, adesso sta nello stesso edificio che ospita una banca, a me la cosa è sembrata un minimo significativa, uno studio medico e una banca, due cose che tratteggiano bene un’epoca peculiare, mentre salivo le scale ho incrociato una signora anziana, ho detto buongiorno, lei ha ribattuto buonasera, dandomi un’occhiata violenta, perché erano le quattro e mezza del pomeriggio, e so per certo che ci sono persone al mondo che tengono moltissimo a che si dica buongiorno e buonasera a seconda di quando lo si dice, mattina – appunto – o sera, io dico sempre buongiorno, mi sembra più facile da dire, buonasera è più complicato, è una questione di movimento mascellare, a dire buonasera mi viene il mal di mare perché le mandibole devono fare un saliscendi da luna-park, e in sostanza perché non me ne frega un cazzo di essere così scrupoloso e puntuale, insomma come al solito nello studio della dottoressa non c’era nessuno, l’abbiamo scelta per questo, perché da lei non c’è mai fila, era al telefono, mi ha fatto cenno di aspettare, mi sono seduto su una sedia in corridoio, il corridoio era totalmente spoglio, c’era solo un biglietto attaccato al muro, sul biglietto era riportata in tono lamentoso e vagamente intimidatorio la differenza tra ricette “rosse” e ricette “bianche”, ho pensato che al piano sottostante c’era la banca, e che nella banca dovevano esserci tanti di quei biglietti, promemoria, brochure pubblicitarie, avvisi, altrettanto lamentosi e vagamente intimidatori, ma soprattutto, soprattutto noiosi, e tetri, e malinconici, al che mi sono rattristato, tanto, profondamente, cupamente, e mi sono detto che non dovevo amareggiarmi per un pensiero tanto sciocco, il pensiero che il mondo fosse invaso di corridoi spogli e di avvisi in cui viene riportata la differenza tra ricette “rosse” e ricette “bianche”, che il modo in cui riusciamo a scoprire una verità da una cosa insignificante è la nostra vera malattia, il morbo dell’umanità, ma a quel punto la dottoressa ha chiuso la telefonata che stava facendo, ha detto prego, perciò mi sono alzato dalla sedia in corridoio e sono entrato nel suo studio, ho detto buongiorno, lei mi ha seccato con lo sguardo, BUONASERA ha detto, molando la erre come se fosse una lama.

Niente è vero, solo il cattivo umore è vero

12 luglio 2017

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, un giorno mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, ossia perché il mio umore reagisce come se questa realtà oggettiva non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? Di norma nella genesi del nostro umore sono coinvolte diverse componenti che si combinano fra loro in modo imperscrutabile. Per esempio se me ne sto seduto in giardino considero queste componenti: la brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio, quattordici piante vive, una morta, due in via di avvizzimento, la signora del palazzo di fronte che sbraita all’indirizzo di un cane che abbaia ininterrottamente da due mesi, le punture di zanzara che fioriscono sulle mie gambe e sulle mie braccia, il cielo limpido, l’erba infestante che cresce in mezzo al ghiaino, il canto delle cicale. Componenti questi che possono avere segno + o segno – e la cui somma fa il totale. Tuttavia un calcolo del genere vale per gli animali, ma non per gli uomini. Soprattutto non per me. Il meccanismo che contribuisce a costruire il mio cattivo umore è il seguente. La brezza tiepida che mitiga l’afa di luglio mi ricorda le agghiaccianti, infinite estati solitarie di quando ero bambino e la testa mi tuonava in un vuoto ancestrale. Le quattordici piante vive, quella morta, e le due in via di avvizzimento sono il segno che nell’arte del giardinaggio, come in tutte le forme d’arte in cui mi sono cimentato, sono destinato al fallimento (tempo due settimane e il numero delle piante morte supererà quello delle piante vive). La signora esasperata dall’abbaiare del cane è la materializzazione di ciò che accade di norma nella mia testa (c’è un cane che abbaia ossessivamente, nella mia testa). Le punture di zanzara, il cielo limpido, l’erba infestante, il canto delle cicale mi riportano col ricordo alla parte disabitata e selvaggia di un’isola greca che visitai all’età di diciott’anni, a una madonnina sul bordo della strada che digradava verso il mare, agli occhi della madonnina fatti con due pietruzze bianche, i quali, nel biancore della luce mediterranea e nell’ampio silenzio soffice di quel vuoto terracqueo mi restituì l’impressione della più vasta, totale, assoluta solitudine concepibile in natura, all’atto di vandalismo che compì uno dei ragazzi che erano con me il quale scagliò una pietra contro la madonnina spaccando il vetro che proteggeva quegli occhi gelidi. Tutto questo accade mentre me ne sto seduto in giardino convinto di non essere immerso in una fase particolarmente riflessiva né drammatica né emozionante, ma in uno stato che giudicherei neutro. Eppure, ecco, è così che prospera il mio cattivo umore. Non è quasi mai in connessione con la realtà che mi circonda, o se lo è, lo è solo perché quella realtà è il treno sul quale salto per arrivare a nuove e più remote destinazioni. Tutto questo, mi hanno spiegato, avviene per delle infinitesimali produzioni di sostanze chimiche, per questioni “organiche”, “cromosomiche”, “genetiche”. Quindi il cane, le estati di quando ero ragazzino, la madonnina con gli occhi di pietra, non sono altro che delle entità molecolari, ioni, miscele. Niente è vero, nessuna realtà. Solo il cattivo umore è vero.

Mondi incompiuti

5 luglio 2017

Sto in un bar con tre amici, e uno dei tre si mette a raccontare che lavora da quarant’anni nello stesso posto, dice che però non ha sempre lavorato lì, dice che prima di lavorare lì guidava ruspe e muletti, aveva quindici anni e si divertiva un sacco, dice che guidare ruspe e muletti era la sua vocazione, dice che a parte questi quarant’anni che sono volati, per lui la parte migliore della vita lavorativa è stata quando aveva quindici anni e guidava ruspe e muletti, questa parte della sua vita lavorativa è durata due anni, poi sono incominciati i quarant’anni di cui sappiamo, ma quei due anni, quei due anni, dice, sono stati un’autentica meraviglia, tutto il giorno a smanettare sulle leve di comando delle ruspe e dei muletti, allora quasi sento il campo magnetico che lo avviluppa, lui su quelle leve era felice e stava bene, un bambino a cui metti in mano una macchina vera da guidare e gli dici: “Fallo e avrai in cambio i soldi per andarti a divertire”, lui su quelle ruspe e su quei muletti avrebbe lavorato il doppio di quanto gli era richiesto, e avrebbe reso il doppio di quanto ha reso ogni singolo giorno lavorativo degli ultimi quarant’anni, eppure poi lo hanno costretto a passare quarant’anni a fare un altro lavoro anziché il lavoro che lo divertiva e che lo faceva stare bene, un lavoro che per quarant’anni ha fatto un altro al posto suo, un altro a cui di guidare ruspe e muletti proprio non fregava niente, eppure poi la vita – beve la sua birra, si asciuga i baffi, sbuffa e scuote la testa sorridendo – la vita poi corre da un capo all’altro e finisce che la cosa delle ruspe e dei muletti ormai non ha più nessuna importanza, ed è proprio questo che fa bollire il sangue, il fatto che è così che svaniamo dalla faccia della terra come mondi incompiuti.

A proposito di quanto sia difficile farsi leggere

28 giugno 2017

Ieri, passeggiando in una libreria, pensavo a tutti i libri contenuti nella libreria nella quale passeggiavo. Tantissimi libri, diciamo diecimila libri. Allora pensavo: metti che io sia l’autore di uno di questi diecimila libri. Un lettore entra nella libreria senza avere un’idea di cosa comprare. Vuol comprare un libro. È un desiderio semplice. Ma deve scegliere tra diecimila libri. Perciò il mio libro dovrà misurarsi in una competizione alla quale partecipano altri novemilanovecentonovantanove libri. Una competizione alla quale – questione non poco rilevante – partecipano tutti i principali giganti della storia della letteratura, vivi o morti che siano. Il che è un po’ come se mi iscrivessi a una gara automobilistica e mi ritrovassi a rivaleggiare con Fangio, Prost, Lauda, Villeneuve, Senna e Schumacher, più una frotta di amatori di vario livello. Io che sono l’autore di uno di questi diecimila libri devo insomma convincere il lettore a preferire me ad altri novemilanovecentonovantanove libri. Me – capite? – un lombrico in confronto a questi novemilanovecentonovantanove fagiani dorati.

E mentre mi aggiravo per la libreria pensando ai fagiani dorati, un tizio mi ha chiesto se poteva farmi delle domande. Prima però mi ha detto: “Sono un autore”. Mi ha indicato un banchetto sul quale c’era una pila di copie del suo libro. Mi ha detto che voleva parlarmi del suo libro. Me l’ha detto con voce sussurrata, gli occhi bassi, come se mi invitasse a parlare della sua malattia. Gli ho risposto: “Mi dispiace, ho i minuti contati”. E lui ha detto: “Grazie, infinitamente grazie”, proprio come se lo avessi appena rassicurato circa la sua malattia.

Una volta, a Torino, al Lingotto, eravamo io e Silvia Vecchini, e stavamo seduti come gli anziani per “riposare le gambe” e una ragazza ci ha chiesto se poteva farci delle domande, e ci ha chiesto quanti libri leggiamo in un anno, e ci ha chiesto tutta una serie di cose sui libri e su che genere di lettori fossimo, poi ha concluso chiedendoci: “Sapete chi è Ron Hubbard?”, e ci ha svelato che si trovava lì, al Salone del Libro, per fare un’indagine di mercato, perché una casa editrice era indecisa se pubblicare o meno un libro di Ron Hubbard e perciò era un po’ come se chiedesse un parere ai “lettori di qualità”, e io – non l’ho detto a Silvia, me lo son tenuto per me – io che ho l’autostima di un lombrico, insomma ho pensato: “Embè, lo chiedi a me?”.

Ah che meraviglia di carrozza! Ah che bel ricordo!

26 giugno 2017

Vagando di sabato pomeriggio nel centro della città di Firenze e non avendo granché da fare, e soprattutto cercando di limitare al minimo i movimenti del corpo per via del caldo terrificante, mi sono fermato in un angolo della strada a guardare un giapponese che filmavano con il cellulare il passaggio di una carrozza, la carrozza portava a spasso una famiglia di turisti, e il giapponese con il cellulare ha ripreso la scena della carrozza che svoltava in un vicolo, e poiché la scena non aveva in teoria niente di interessante, mi sono messo a pensare a quest’uomo che invece doveva trovare molto interessante il passaggio della carrozza, interessante al punto da prevedere che nel momento in cui avrebbe riguardato quella scena, ossia il passaggio mansueto di una carrozza in una strada della città di Firenze, si sarebbero prodotte in lui le emozioni proprie di un bel ricordo, e mi sono messo a pensare a questo tizio giapponese, seduto sulla sedia girevole del suo studio in una casa giapponese, davanti al computer acceso, che guarda il bel video della carrozza che passa e svolta a destra in un vicolo della città di Firenze, e pensa “Ah che meraviglia di carrozza! Ah che bel ricordo!” benedicendo l’istante in cui il fato ha voluto che lui e sua moglie si trovassero proprio in quella strada e in quel momento, nel momento in cui passava la carrozza, quella magnifica, fiammante carrozza, e il suo entusiasmo non ha più freni, la sua smania, la sua eccitazione, lo fanno quasi saltare dalla gioia, mi sono messo a pensare a questo giapponese avveduto e pieno di nostalgia, a questo zelante produttore di ricordi, a questo marpione che non si è fatto scappare la scena della carrozza che gira in un vicolo di Firenze, mi sono messo a pensare a questo qui che schiocca la lingua e soddisfatto esclama “Ah!”, con la gola sazia, il petto gonfio, le mascelle piene di una gloriosa foga, di una completa, inesausta soddisfazione, mi sono messo a pensare “Che culo, fratello, che hai; che culo che non t’immagini”.

Tagliasiepi

23 giugno 2017

Nella scuola in cui lavoro è venuta la ditta a tagliare la siepe. Il barista anziano e il presidente anziano del limitrofo centro anziani sono usciti dal limitrofo centro anziani e si son subito messi a guardare gli operai della ditta che tagliano la siepe. Dopo un po’ si è unito un terzo anziano il quale, tentando di sovrastare il ronzante tagliasiepi, ha detto agli altri due: “Già che ce state, fateve taja’ i capelli”.

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