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Racconti e resoconti

Prendiamo gli adesivi-famiglia, quelli che si attaccano al vetro posteriore delle macchine: papà Franco che fa il barbecue, mamma Alessia col vestito con la grande S perché è una supermamma, il piccolo Giulio con la maglietta numero nove e il pallone da calcio, il gatto Figaro e la tartaruga Va…lentina. Ogni semaforo rosso mi sbattono in faccia la loro la vitalità, la spigliatezza, l’esuberanza, la fretta allegra della loro vita che cozza con la gravità della mia, impongono su tutte le strade la loro vigoria, l’entusiasmo con cui prendono di petto le giornate, il rapporto di convivenza, di parentela, di affinità rappresentato dal mezzo di trasporto che usano per i loro spostamenti, l’essere il fondamento di una moderna società di giusti, senza picchi di saggezza né abissi di ottusità. Vivo tutto questo come l’uomo sottoposto alla tirannia dei semplici, costretto a sorbirsi su ogni strada un tetro riepilogo degli umani che popolano il proprio tempo. A volte vorrei essere come loro, non come le persone in carne e ossa che scelgono gli adesivi che meglio rappresentino ciascuno di loro, ma gli adesivi stessi, la rappresentazione delle persone. Vorrei essere la rappresentazione di me stesso, la ricapitolazione, la sintesi che elimina il superfluo, solo per poter capire una buona volta cosa sia, nel mio caso, il superfluo e cosa l’essenziale. Come sarebbe dunque l’adesivo di papà Andrea? Un imbranato con gli occhi da pazzo che brandisce un tagliasiepi? Un impiegato depresso che timbra il cartellino alle sette e mezza del mattino? Un corridore che arranca sul lungotevere cercando di respirare solo col naso? Ci vuole un disegnatore molto abile per fare questo, per fare la sintesi di me stesso. Il fatto è che gli adesivi-famiglia non sono la sintesi di ogni singolo individuo, ma di un tipo sociale, e quindi di nessuno. Il riepilogo degli uomini, ossia il compendio della felicità degli altri, non è il riepilogo di ogni singolo uomo, e neppure quindi il riepilogo della felicità individuale di ciascuno. Quelle felicità posticce che le famiglie in monovolume mi impongono al semaforo sono le pitture rupestri della contemporaneità. Appiccichiamo uno di questi adesivi in una grotta, e fra cinquemila anni i nostri posteri sapranno ricavare le informazioni essenziali, sapranno indovinare come siamo, e che bel tempo di gioiosa spensieratezza abbiamo vissuto.

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Corro da quindici anni, lo faccio con maggiore o minore regolarità, da qualche settimana sono molto costante. Ieri ho fatto una bella scoperta, una di quelle cose che cambiano il sentimento che si prova rispetto a una cosa che ci piace fare, nel mio caso correre. Ieri ho corso per nove chilometri respirando solo col naso, ossia non ho respirato alternando naso e bocca come faccio da quindici anni e come fa la maggioranza dei corridori. Al principio mi è sembrato di procedere con grande difficoltà, facevo fatica a tenere la bocca chiusa e a non colmare il senso di affanno che mi insorgeva nel petto ingerendo saltuarie ma appaganti boccate d’aria. Poi è subentrata una sensazione di benessere, e tutto il corpo ha iniziato a funzionare meglio. Alla fine ho provato minore affaticamento muscolare e una sensazione di strana ma confortevole euforia. Tutto ciò pare sia dovuto all’ossido nitrico, una molecola prodotta nei seni paranasali che rende la respirazione più efficace e migliora di molto l’ossigenazione dei tessuti. Da qualche parte ho letto che in fondo è una soluzione logica: il naso è fatto per respirare e la bocca per mangiare. Eppure per quindici anni non ci avevo pensato, se mentre correvo avevo bisogno di una quantità d’aria supplementare aprivo la bocca. Non rallentavo, aprivo la bocca. Certe scoperte sono di una tale sconsolante banalità che mi fanno pensare al massimo grado alle coincidenze. Per esempio, quando passo correndo accanto a un campo di calcio in cui si sta giocando una partita, mi volto lentamente sperando che l’azione di gioco a cui sto assistendo sia quella decisiva, che la corrispondenza tra il mio passaggio e i movimenti dei calciatori disegni la sincronia assoluta. A volte succede. È l’istante in cui il mediano appoggia la palla in verticale con un colpo accurato, e il nove si insinua nelle maglie della difesa avversaria con la precisione di un insetto impollinatore, raccoglie il passaggio, fa uno, due tocchi, stende la gamba e sospinge con la punta della scarpa il pallone, il quale schizza al lato del portiere in uscita e lo trafigge impietoso. Un istante che coincide con la rotazione che fa la mia testa verso il campo, mentre proseguo spedito la mia corsa. Quando riesce, è il momento perfetto, la realtà si espande, e vedo gli occhi pallidi di quei ragazzi stravolti dalla fatica che mi fissano da lontano, come bengala riflessi in un pozzo, undici di loro che levano le braccia al cielo in segno di esultanza e gli altri undici che restano attoniti a misurare il dolore della disfatta. E tutto questo dura una frazione di secondo, un tempo troppo breve per tutto, un tempo che non si può esprimere né formulare, perché io sono già oltre, e il paesaggio è già cambiato, e mi trovo nel dominio degli spostamenti da un luogo a un altro. Capire dopo tanto tempo una cosa semplice, ossia che quando corro devo respirare col naso, mi ha dato la conferma che esiste un ordine naturale delle cose, e che io ne faccio parte, che non sono estraneo alla creazione e al tempo, ma sono un elemento della simultaneità, che il mio essere tra i vivi non è solo un fatto mentale, una speculazione, un fondale su cui proietto la mia illusione, ma è una cosa vera, come lo sono l’erba, le ossa, la luce, la terra, qualsiasi composizione di atomi, qualsiasi organismo vivente. Ecco, è una parola bella ‘vivente’.

Un mese fa mio figlio ed io eravamo seduti sulla scalinata di Trinità dei Monti. Mi guardavo intorno e pensavo: “Ma non è che è vietato sedersi qui?”. Mi sembrava di ricordare un tempo passato in cui era effettivamente vietato sedersi sulla scalinata. Ma non sapevo se fosse un ricordo inventato. Poi ho pensato che forse lo era, perché in effetti no, non può essere vietato sedersi sui gradini di una scalinata. Che razza di divieto è? È come dire che nel Colosseo è vietato grattarsi la schiena, o che davanti alla fontana di Trevi è vietato saltellare su un piede solo. Nel verbale dell’assemblea capitolina che ha deliberato il divieto è scritto che è vietato “bivaccare, intendendosi per ‘bivacco’ lo stazionare in luogo pubblico in modo scomposto e/o contrario al decoro […] anche intralciando il passaggio o recando qualsivoglia disagio e, comunque, al di fuori degli spazi all’uopo attrezzati”. Il che mi fa pensare che forse posso “stazionare” sulla scalinata, purché rispettando un metafisico “modo composto”, il quale dev’essere descritto in qualche sottoregolamento comunale sui “modi composti dello stare su una scalinata”, modi convenienti e proporzionati alla condizione di cristiano onorato. Quindi lo stare seduti è considerata una forma di scomposizione indecorosa del corpo umano, e il gradino di una scalinata non è uno “spazio ALL’UOPO attrezzato”. Eppure una sedia, che dovrebbe essere ALL’UOPO attrezzata, mi consente di sedermi nello stesso modo scomposto in cui mi siederei su un gradino di una scalinata, ossia di culo. Dal che, deduco, ogni cittadino seduto su un manufatto umano non preesistente in natura progettato ALL’UOPO per sedersi di culo, è un cittadino scomposto, un cittadino che bivacca, un nemico del popolo, diosanto.

Il problema che abbiamo con le notizie, coi fatti di cronaca, con tutto ciò che accade sul fronte esposto della pubblica opinione, è che non badiamo più al nucleo caldo che chiamiamo “umano”, ma puntiamo alla nebulosa che lo avvolge, perché abbiamo bisogno di usare le persone per avvalorare la nostra idea di mondo o per svilire l’idea di mondo che hanno i nostri avversari. In questo modo ogni fatto che accade diventa politico. Non ci accontentiamo di pensare che il carabiniere ucciso è un uomo morto ammazzato, una vita che scompare, un nembo di cose passate, di esperienze e di affetti, di percezioni e di identità, un gioco profondo di differenza e ripetizione che si perpetua per un numero di anni e che poi, a un certo punto, si sgretola. Non ci interessa l’aspetto primario e determinante dell’umano, ma la nebulosa pubblica, l’apparenza, la materia malleabile, tutto ciò che si può distorcere a piacere. L’umano non è malleabile, l’umano è una verità incontrovertibile. E soprattutto l’umano non è politico. A me fa molta paura che la mia esperienza di vita, con tutte le sue indicibili complessità, possa in qualsiasi momento essere ridotta a un fenomeno politico, che la mia carne e la mia storia diventino il fossato di demarcazione su cui lasciare che infuri una battaglia, per una settimana o per un giorno. Eppure, a me sembra chiaro, siamo tutti disposti a seppellire l’umano che è in noi. Sono tempi in cui crediamo di esporre pubblicamente noi stessi e il nostro privato, ciò che profondamente siamo, per poi accorgerci che quando diventiamo interessanti per l’opinione pubblica, l’opinione pubblica si serve solo dell’apparenza di ciò che siamo, lasciando che tutto lo spazio profondo che ci rende unici e irripetibili resti inaccessibile. È per questo che se c’è una cosa in cui ancora credo, questa è la letteratura. Perché alla letteratura interessa il cuore di ogni esperienza, il nucleo che per sua natura è immodificabile. Andare lì in fondo a scovarlo è per me ancora un’avventura tra le più coinvolgenti.

La settimana scorsa ho visitato il museo archeologico dell’Alto Adige dove è conservata Ötzi, la mummia del Similaun. La gente fa la fila per poter spiare per cinque secondi, attraverso uno stretto oblò quadrato, il corpo di un uomo vissuto cinquemila anni fa. Mentre facevo la fila per guadagnarmi i miei cinque secondi, ho pensato che, in linea di principio, fra cinquemila anni ognuno dei presenti nel museo, me compreso, potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione di Ötzi. Ma questo è un pensiero ricorrente, credo, tra le persone che fanno la fila per gettare un’occhiata al corpo marroncino e rattrappito di Ötzi. Ho pensato soprattutto al macrotempo, ossia ai quasi due milioni di giorni trascorsi da quando Ötzi è finito nel ghiacciaio del Similaun a quando nel settembre del 1991 è stato ritrovato dai coniugi escursionisti tedeschi Erika e Helmut Simon di Norimberga, un tempo durante il quale l’essere umano è passato dalle civiltà protostoriche mesopotamiche al Grunge; dagli imperi persiano, cinese e romano, allo scioglimento del Patto di Varsavia; dall’ascesa del Buddhismo, del Confucianesimo, del Cristianesimo, dell’Islam, a Pronto Raffaella; e mentre accadeva tutto questo, Ötzi era sempre lì, marroncino e rattrappito, nel fondo del ghiacciaio, immobile, apatico, distaccato. E la cosa a cui più di tutto ho pensato è: chissà che noia, che mastodontica, acuta, lancinante, sanguinaria noia è dover aspettare che si compia la storia del mondo.

In Let’s Play Two, il film che racconta i due concerti che i Pearl Jam hanno tenuto il 20 e 22 agosto 2016 al Wrigley Field, il tempio della squadra di baseball dei Chicago Cubs, si vedono degli uomini fuori dallo stadio. Indossano il guantone da ricevitore e guardano in alto verso la cima degli spalti. Si ritrovano lì a ogni partita casalinga dei Cubs per aspettare un fuoricampo. Uno di loro dice di venire lì da cinquant’anni. “Quanti fuoricampo hai preso?”, gli chiede una voce. “Nessuno”.

Si dovrebbe iniziare smontando le metafore sbagliate. “A casa mia faccio come voglio”. Ecco, bisogna chiarire un punto importante. Io non possiedo un contratto di proprietà o di affitto, né le chiavi della nazione. Ci vivo, ma da ospite, come tutti del resto. Non decido chi entra e chi esce, e se penso di poterlo fare è perché vivo nel torto e nella stoltezza della presunzione. Potrei farlo a casa mia, certo, ma il punto è che la nazione NON è casa mia. E quindi la politica usa una metafora deviante per dare fondamento a un’idea deviata. Non sono sovrano nella mia nazione, come mi fanno credere, aggettivo di valore superlativo che indica “colui che è posto più in alto”. Io non sono posto più in alto, sono posto TRA gli altri. Al limite potrei paragonare la nazione a un parco pubblico in cui ho diritto di trascorrere in pace le mie ore. Ma quel diritto lo hanno tutti, a patto di rispettare le regole di base, le stesse però che sono tenuto a rispettare anch’io, cosa che spesso dimentico. Confine è una parola che dà luogo. Tutte le parole danno luogo a qualcosa, per questo dobbiamo maneggiarle con cura. Quella traccia arbitraria che chiamo confine non è la siepe del mio giardino, è l’inizio del mondo. Qualche volta dovrei ricordare che è una cosa molto più vasta e interessante di me.

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