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Racconti e resoconti

Ho avuto quarantaquattro giorni per interrogarmi su che tipo di collettività sia una collettività che ha bisogno dei TESTIMONIAL per rispettare un decreto, una collettività che arruola le CELEBRITÀ per mandare un MESSAGGIO alle non-celebrità, ossia a noi massa d’individui spontaneamente sprovvisti di raziocinio, senso civile, e qualità intellettive necessarie a elaborare il messaggio. Ho avuto quarantaquattro giorni per interrogarmi su che tipo di collettività sia una collettività che arruola Jovanotti, Sangiorgi e Nek per persuadermi non tanto ad ascoltare un disco – cosa che faticherei comunque a fare, ma che al limite potrei apprezzare, se non altro perché quello sarebbe il loro campo d’autorità – ma per dirmi cosa è bene e cosa è male. Ho avuto quarantaquattro giorni per interrogarmi su che tipo di collettività sia una collettività che per spiegarmi cosa è bene e cosa è male ricorre a Jovanotti, Sangiorgi e Nek e non, per dire, a Seneca, a Sant’Agostino, a Gandhi, a Buddha, a Leopardi, a Weil, a Cioran, a George Best o a chi volete voi. E dopo che per quarantaquattro giorni mi sono interrogato, mi rispondo che una collettività che arruola le celebrità per spiegarmi cosa è bene e cosa è male, una collettività che raccomanda alle celebrità di corrugare la fronte in un’espressione grave che ne accentui il senso di responsabilità, che chiede loro di cantare una canzoncina dal salotto di casa, una canzoncina che mi consoli e magari mi emozioni, se non addirittura mi commuova e mi spinga poi a uscire sul balcone alle sei del pomeriggio per cantare come un canarino stonato col cuore in subbuglio in una frotta di canarini stonati col cuore in subbuglio, una collettività a cui serve tutto questo è una collettività a cui non sta a cuore la mia salute, ma è una collettività che fondamentalmente mi disprezza.

E sempre da Pascal: “Niente è insopportabile all’uomo quanto di essere in un completo riposo, senza passioni, senza faccende, senza divertimento, senza un’occupazione. Avverte allora il proprio nulla, il proprio abbandono, la propria insufficienza, la propria dipendenza, il proprio vuoto. Subito saliranno dal profondo dell’animo suo la noia, l’umor nero, la tristezza, il cruccio il dispetto, la disperazione”. E più avanti la famosa affermazione che “l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, in una camera”. Da ciò si deduce che l’uomo, nella sua assoluta essenza e nudità, è infelice, e che tutte le occupazioni, le agitazioni, i dimenamenti, le ansie del fare, sono semplici distrazioni dall’infelicità, e quindi un uomo felice è solo un uomo molto impegnato, o solo un uomo in perpetuo movimento, o solo un uomo con molte camere a disposizione. Ma la vita dell’uomo nel suo compiersi ora per ora è piena di noia, la non-noia è un’eccezione in quella stessa vita. “Da ciò deriva che il piacere della solitudine sia una cosa incomprensibile”, dice ancora Pascal. Perciò chi invece generalmente gode della solitudine è un individuo che ha scoperto una camera segreta, è un infelice felice, uno che trova nell’infelicità di natura una possibile e dolorosa felicità, ed è per questo che spesso è considerato dagli altri individui un alienato. Quaranta giorni dopo non mi manca niente, questo significa che per il mondo mi sono di nuovo ammalato.

Che cos’è un libro? Un tempo era la parte interna della corteccia, gli antichi la trovarono particolarmente adatta per scriverci. Cosa intendiamo per libro? La materia di carta, colla e inchiostri intrecciata a una particolare combinazione di lettere e spazi bianchi che letti consecutivamente ci vogliono dire qualcosa. Il qualcosa che ci vogliono dire può essere una storia, un’idea, un ragionamento di un individuo che il più delle volte non conosciamo di persona. In termini concreti un libro è come un megafono, ci serve ad amplificare la voce di qualcuno in modo che arrivi lontano e a più persone possibile. Perché si dice che un libro è cibo per l’anima? Non lo so, e l’ho sempre trovata una boiata. Sarà che sono abituato a ragionare sui termini concreti della realtà, e quindi per cibo intendo qualcosa di commestibile utile al soddisfacimento energetico di un organismo vivente; per anima invece intendo la consapevolezza dell’essere (ma su questo si può discutere per duemila anni senza venirne a capo). La consapevolezza arriva dalla ragione, la ragione è determinata dal cervello, il cervello si nutre prevalentemente di glucosio, dal che se ne consegue che il cibo dell’anima non è il libro, ma semmai lo zucchero. Che cosa voglio dire? Che trovo intollerabile sentir parlare del libro come di un bene primario in un paese in cui, quando va bene, quattro persone su dieci, in un anno, ne leggono almeno uno per motivi non professionali. Tecnicamente, numeri alla mano, il libro è un bene indirizzato a una nicchia di mercato. Non voglio sminuire il valore del libro, figuriamoci. Però ho sempre storto il naso di fronte a certe indiscriminate campagne di sensibilizzazione alla lettura. Leggere fa bene? Dipende dal libro. A volte trovo più sano mangiare, fare una passeggiata, suonare la chitarra o giocare a Scarabeo. Se in Italia la filiera del libro, l’istruzione, la cultura fossero sostenuti, e non solo a parole, allora il libro avrebbe speranza e ragione di diventare, magari fra un secolo, un valore primario di questa società. Ma adesso non lo è, o almeno non lo è più di quanto non lo siano altri prodotti di cui si è dovuta sospendere la produzione. È importante, certo, perché dà da mangiare a chi coi libri ci lavora, ma non è così importante per i lettori, ossia per la nicchia dei consumatori, che di libri da leggere ne avrebbero per cent’anni. Il libro non è cibo per l’anima, è cibo per lo stomaco. Perciò sulla riapertura delle librerie gli unici che ha senso che si esprimano sono i librai, gli editori, i distributori e tutti coloro che sono coinvolti nella filiera. Quelli che parlano di anima leggano Platone, Sant’Agostino e Schelling. Quelli che leggono un libro l’anno, ne leggano almeno due. E i non lettori tacciano.

Ho letto che oggi, per la prima volta (chissà da quando), in tutto il mondo non si giocherà alcuna partita ufficiale di calcio. Sono in programma solo tre amichevoli: due in Svezia, tra cui l’incontro tra i dilettanti del Byttorps e quelli del Sodra Vings, e una in Bielorussia. Ci sono cose che meglio di altre danno la dimensione dei fenomeni. E miliardi di esseri umani che ogni giorno danno continuazione a qualcosa che hanno iniziato il giorno prima. Poi arriva il giorno in cui tutti quegli esseri umani che davano continuazione alla medesima cosa, ai medesimi fenomeni, di colpo, smettono. E quella cosa si arresta, diventa muta, invisibile. Quella cosa allora è come se non fosse mai esistita. C’è stato un giorno nella storia del mondo, per esempio, in cui si è svolta l’ultima corsa delle bighe, ma è molto probabile che chi ha partecipato a quella corsa non immaginava che sarebbe stata l’ultima volta che il mondo avrebbe visto una corsa di bighe. Ho sempre pensato che non poter sapere quando si fa qualcosa per l’ultima volta sia uno dei più perversi inganni della vita terrestre.

Ma la lettura migliore in questi giorni è Pascal, e in particolare la parte dei Pensieri in cui definisce l’uomo come sospeso tra due infiniti: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Il piccolo, “da cui è tratto”, e il grande “in cui è inghiottito”. “Che cos’è l’uomo nella natura?”, si interroga Pascal. “Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile”. Di questi due infiniti però, quello che l’uomo riesce meno a immaginare è l’infinito della piccolezza, la misura acellulare di un virus, appunto. “L’infinità nella piccolezza è molto meno manifesta”, dice Pascal. È più facile tremare di fronte all’infinitamente grande, alla gloria manifesta dell’universo, è più facile provare “quel piacevole tipo di orrore” (Addison) che avvertiamo di fronte alle creste inesorabili d’una montagna, o al terrificante ribollire di una marina in burrasca; è più facile sentirsi inermi al cospetto della vastità. Ora invece siamo posti di fronte all’altro infinito, al piccolo, al reame invisibile. L’uomo, dice Pascal “ha bisogno di un luogo che lo contenga”. Così l’orrore che proviamo oggi è di non essere contenuti nella tempesta, ma di esserne i contenitori.

Mio figlio è davanti allo schermo del computer, ha le cuffie, sorride, è concentrato, poi di nuovo sorride, alza la mano, grida: “Sìììì”, poi si rituffa a scrivere sul quaderno che ha di fianco. Nello schermo c’è la sua classe, la maestra e i suoi compagni, e lui ha l’illusione di essere in classe con la maestra e i compagni. Ma io da questa parte vedo un’altra scena e mi viene in mente Il signor Mani. Yehoshua lo ha scritto usando una tecnica particolare: cinque dialoghi di cui noi lettori possiamo leggere solo ciò che pronuncia una delle due voci, come se stessimo ascoltando una persona che parla al telefono e dovessimo ricostruire il senso della conversazione immaginando anche la voce di chi sta dall’altra parte. Nelle mie incombenze quotidiane, nel mangiare, nel bere, nel sonno, nel lavorare, nel prendermi cura del giardino, manca la seconda voce, manca il mondo. Nei giorni in cui il raziocinio mi conforta mi dico che, prima che tutto questo accadesse, non ero certo io, uscendo di casa, a creare il mondo. In quei giorni sorrido, sono concentrato, poi di nuovo sorrido, alzo la mano e grido: “Sìììì”. Negli altri giorni mi chiedo se c’è ancora un mondo.

Intorno alle quattro del mattino ho sentito cantare gli uccelli fuori dalla finestra. I suoni erano a volte ascendenti a volte discendenti. Ho pensato che se mi fossi concentrato sarei potuto arrivare a decifrarne la lingua. Quando non siamo ancora completamente fuori dal sonno i pensieri sono confusi, ma hanno una loro sostanza, si fanno solidi, e ogni stramberia ci appare reale e possibile. In quella sospensione tra sonno e veglia mi sono chiesto se gli uccelli se ne sono accorti, ma era una domanda buona per un sogno. Adesso però che sono sveglio mi sembra che la domanda abbia un suo fondamento anche nella realtà. È un giorno di pioggia e, da quel poco che so del comportamento degli uccelli, quando smette di piovere loro cantano. Nel primo libro delle Georgiche, Virgilio scrive: “Allora i corvi con la gola serrata ripetono tre o quattro volte le limpide voci, e spesso sugli alti giacigli, lieti per un’insolita dolcezza, schiamazzano fra loro tra le foglie: piace a loro, terminata la pioggia, tornare a vedere i piccoli figli e i dolci nidi”. Stiamo diventando uccelli.

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