Archive for the 'Racconti e resoconti' Category

Il punto dell’esistenza in cui ti insegneranno a porre la morte

5 maggio 2018

Stamattina mio figlio guardava in tv un episodio dei Pokémon, a un certo punto gli ho fatto una domanda semplice: i Pokémon muoiono? Mio figlio ha risposto che non muoiono, evolvono, mi ha spiegato che non muoiono neppure durante i combattimenti, ma solo se vengono aggrediti. Ho pensato alle cose che guardavo in tv da bambino. Nei cartoni animati a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta la morte era spesso un requisito che innescava la storia, era una condizione pregressa: il mondo è caduto nelle tenebre e un eroe solitario – che sovente ha dovuto rinunciare alla sua condizione umana per trasformarsi in androide da combattimento – lotta per ristabilire la luce. E pensavo che ai miei tempi, nonostante fossero passati trent’anni, scontavamo ancora gli effetti della Seconda Guerra Mondiale sulla coscienza collettiva di cui eravamo parte. La morte era un evento già accaduto, un prologo delle nostre esistenze. L’orizzonte era la vita. È con questo che sono cresciuto, con l’idea che ci siamo rialzati dalle rovine, che il passato è oscurità e il futuro è luce. Nelle storie che segue mio figlio invece è stata ristabilita la consequenzialità dell’esistenza umana. Il punto di vista delle nuove generazioni sarà molto diverso dalla prospettiva da cui guardavano il mondo le precedenti. Non è una cosa da poco. Il punto dell’esistenza in cui ti insegneranno a porre la morte determinerà la norma che guiderà la tua intera vita.

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La più grande pecca sociale della mia epoca

17 aprile 2018

La settimana scorsa sono stato in ospedale per fare una visita. Quando entri in un ospedale per fare una visita, arrivi e nessuno ti spiega cosa devi fare, allora cominci a chiedere a chiunque, devi capire quali sono le procedure che ti permetteranno di fare la visita. Ogni ospedale ne ha una. Spesso, nello stesso ospedale, ogni reparto ha una procedura diversa. Spesso, non esiste neppure una procedura, ma una consuetudine, che è altra cosa. Tuttavia, né la procedura né la consuetudine sono regolamentate, ossia non è scritto da nessuna parte cosa devi fare quando entri in un ospedale per fare una visita, né c’è qualcuno che sia demandato a spiegarti cosa devi fare. Sei alla mercé di te stesso, sei in avanscoperta, devi vivere l’avventura, perché non esistono le istruzioni per l’uso dell’ospedale. Più o meno la stessa cosa mi capitò quando misi piede per la prima volta nell’università. Mi ero iscritto a Lettere, avevo pagato la prima rata. Ok. E poi? Adesso? Non c’era un vademecum – “Come si frequenta l’Università” –, un libretto che mi spiegasse quando e come fare il piano di studi, quali corsi seguire se intendevo laurearmi in un certo indirizzo, come ci si iscrive ad un esame. Neanche lì c’erano le istruzioni per l’uso. Così, data anche la mia scarsa propensione a socializzare, vagai per tutto il primo anno cercando di capire cosa doveva fare materialmente, in che consiste, giorno per giorno, frequentare l’università. E mi sentii molto stupido. Molto più stupido di quanto mi sia mai sentito in vita mia. La cosa che più mi atterriva da bambino pensando alla vita adulta era che nessuno mi avrebbe spiegato, per esempio, come si compra una macchina, come si ottengono dei documenti, come si pagano le tasse. Eppure ogni oggetto che acquistiamo, perfino il più insignificante, è dotato di informazioni essenziali, lo è per obbligo di legge. L’ospedale, l’università, la vita adulta, no. Niente e nessuno ti spiegherà il loro funzionamento di base. La sopravvivenza in questi contesti è demandata alla tua capacità di reperire informazioni, in barba al tuo carattere, alla tua abilità nel “domandare”, alla tua faccia tosta. Questa a me pare la più grande pecca sociale della mia epoca, l’imperfezione più macroscopica della collettività umana nel ventunesimo secolo, un gigantesco diritto negato la cui negazione – paradossalmente – non è percepita come tale da nessuno, eccetto che dalle persone timide e socialmente renitenti come me.

 

La memoria, la percezione e l’aspettativa

12 aprile 2018

Sono giorni in cui penso che potrei iniziare a scrivere qualcosa di nuovo, e per mettere in moto il dispositivo leggo Le confessioni di Sant’Agostino e ascolto in loop un disco che parla di Dio, di oscurità, di abbandono e di redenzione: Life is People di Bill Fay. Sant’Agostino diceva che il tempo è un’estensione dell’anima. Mentre io ho sempre creduto che l’anima sia un prodotto del tempo. Perciò ora mi ritrovo qui principalmente a cercare di risolvere questo bel paradosso. Così a un certo punto mi metto a scrivere, ma esce fuori solo questo:

La scuola si componeva di due edifici di mattoni rossi, i due edifici si spartivano le classi e i ragazzi: da una parte la scuola elementare, dall’altra la scuola media. Per arrivarci bisognava percorrere una salita a S. Alle pendici della salita c’era un enorme cancello blu, sul muro accanto al cancello c’erano tre scritte tracciate con lo spray: “W il ’68”, “Dio c’è” e “Chi ama la figa metta una riga”. Sotto all’ultima delle tre spiccavano molte righe.

Una bella delusione, non c’è che dire. Ma il lavoro che c’è da fare è cercare di conciliare il tutto, un lavoro enorme e non banale, il VERO lavoro di scrittura, soprattutto quando sai di avere in testa ben chiaramente che il tutto è possibile, che Dio, Sant’Agostino, Bill Fay e la memoria trafitta da quelle scritte sono parte di un’unica esplorazione verso cui tendi. “Solo impropriamente si dice che i tempi sono tre” – è scritto ne Le confessioni – “passato, presente e futuro, ma più corretto sarebbe forse dire che i tempi sono tre in questo senso: presente di ciò che è passato, presente di ciò che è presente e presente di ciò che è futuro. Sì, questi tre sono in un certo senso nell’anima e non vedo come possano essere altrove: il presente di ciò che è passato è la memoria, di ciò che è presente la percezione, di ciò che è futuro l’aspettativa”.

Non usate la forza

16 febbraio 2018

Il maestro di judo di mio figlio ripete continuamente: “Non usate la forza, usate la tecnica”. La lezione è di giovedì, inizia alle sei e mezza e finisce alle sette e mezza. Spesso guardo l’ultima mezz’ora, quella dedicata ai combattimenti e all’affinamento della tecnica. I ragazzi hanno tutti meno di otto anni, sono seduti sul bordo del tatami con le gambe incrociate in ordine di cintura. Il primo della fila ha la cintura arancione, l’ultimo la bianca. Mio figlio è giallo-arancione, una mezza cintura, com’è di prassi tra i piccoli judoka. So poco e niente del judo, così quando guardo i combattimenti e mi sembra di intuire che un lottatore sia migliore dell’altro, puntualmente il maestro fa i complimenti all’altro. Dice quasi sempre: “Non mi è dispiaciuto affatto”, riferendosi a qualche movimento che solo lui è in grado di cogliere col suo occhio esperto. Mio figlio ha una passione sfrenata per Star Wars. “Perché mio alleato è la Forza e un potente alleato essa è” sono le parole proferite da Yoda, il saggio gran maestro del Consiglio Jedi. Ma il maestro di judo ripete: “Non usate la forza, usate la tecnica”. Così, quando usciamo dalla palestra e commentiamo la lezione di judo, mio figlio mi pone sempre di fronte a questa dicotomia. Forza o tecnica? Allora penso alla matematica. La soluzione migliore per risolvere un problema non è la più logica, né la più breve, bensì la più elegante. Il matematico non ricerca solo l’esattezza in un procedimento, ricerca la bellezza nell’esattezza. Perciò ho provato a spiegare a mio figlio che non c’è opposizione tra forza e tecnica, tra la teoria dei jedi e la teoria del judo. L’importante è che il fine sia la bellezza. Il che, tutto sommato, mi sembra valido per molte cose.

Un’antichissima filosofia

17 gennaio 2018

La notte mi sveglio tirando calci, sogno spesso qualcuno che tenta di irrompere nel mio appartamento, la mia testa è sempre veloce, anche nel sonno, i pensieri si affrettano come se ci fosse poco spazio, come una torma di spettatori impauriti che si assiepa davanti all’uscita di un cinema in fiamme. Di contro, la mia vita è così lenta, è talmente lenta che a volte mi sembra di impazzire. Tempo fa dalla finestra dell’ufficio guardavo un uomo che portava a spasso il suo cane, si fermava ogni due passi, lasciava al cane il tempo di annusare la strada, il muro, le ruote della auto parcheggiate, di decidere dove avrebbe depositato i suoi bisogni, erano entrambi lenti, il cane e l’uomo, si prendevano il tempo, non avevano ritmo, non avevano fretta. Le vite di tutti noi, per quanto possano sembrare frenetiche, in generale sono lente, costruite sulle pause e sulla pazienza, sullo sfinimento e sull’attesa. Ma la mia vita è più lenta delle vite degli altri, oltreché molto ma molto ripetitiva, quasi ossessiva nella sua reiterazione. Forse i miei pensieri sono veloci per contrasto, se avessi una vita convulsa, o quantomeno lenta di una lentezza, per così dire, regolare, penserei più comodamente, e anche i sogni sarebbero più calmi e distesi. Ho sentito il medico a cui mi sono consegnato qualche mese fa implorandogli di trovare un modo per rallentarmi i pensieri e sveltirmi la vita. Gli ho spiegato che va meglio rispetto a prima, sono rimasti solo i pensieri rapidi e i calci nel sonno, i colpi di coda di quella guerra cruenta, gli ho detto che, però, ora temo l’arrivo della primavera. “Per adesso non tocchiamo niente, lasciamo tutto così com’è”, ha detto. La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza, sostiene un’antichissima filosofia.

Raggi fotonici

17 gennaio 2018

Per superare il trauma della perdita della vite americana, sommo fallimento delle mie aspirazioni giardinesche, ho consultato un esperto giardiniere al quale ho chiesto che cosa, a questo punto della mia vita, potrei piantare che sia robusto, gradevole, duraturo, profumato, spedito nella crescita, resistente alla mia inettitudine, al che l’esperto giardiniere ha sentenziato: “La pianta che fa al caso tuo è la FOTINIA”. Perciò ho cercato notizie sulla suddetta fotinia, e ho letto: la fotinia è una pianta sempreverde, porta in estate foglie di color verde che si tingono di rosso in inverno ma non cadono mai. Dunque, mi sono detto, la fotinia è una pianta che per metà dell’anno è verde e per metà è rossa, ossia non è che si possa dire letteralmente “sempreverde”. Forse “quasisempreverde”. O “quasisemprerossa”. O “mezzaverdemezzarossa”. Quel che sia, è una pianta che, a differenza della famigerata vite americana, non perde mai le foglie. La vite americana le ha perse quando non doveva ancora perderle. Ho letto inoltre che la fotinia viene spesso usata per le decorazioni natalizie, “e anche in altre stagioni”, ho letto, “ha qualcosa di magico”. Ora, io non pretendo che abbia qualcosa di magico, la fotinia, pretendo che cresca e fiorisca e faccia tutte quelle cose che deve fare una pianta. Quando l’esperto giardiniere mi ha consigliato questa pianta, ho detto: “Aspetta un attimo che me la segno”, e in effetti me la sono segnata, ma col nome sbagliato: FOTONIA. Il perché è presto detto, nell’armamentario di Mazinga (mia prima, bambinesca passione) c’erano armi dai nomi bellissimi quali Ali Taglienti, Pugno Atomico Rotante, Grande Tifone e… Raggi Fotonici. Così la fotinia è diventata la fotonia. E poiché io insisto, nel segreto della psiche, a credere che il giardino (Supremo Imperatore delle Tenebre) sia uno spazio intimamente concatenato alle mie età infantili, l’idea di una pianta fotonica (o fotinica) che mi faccia dimenticare il trauma della perdita della vite americana mi fa prudere non poco i pollici (neri anziché verdi) che ho.

Le gioie delle cesoie

6 gennaio 2018
Il giardino è in condizioni disastrose. Cosicché – mi dico – oggi è il giorno che lo affronto. Armi in collo vado, e tronco, recido, accorcio, rastrello, estirpo, ammasso, setaccio, annaffio, ammucchio, sradico, divelgo, concimo, sfrondo, sfoltisco. Giardinaggio selvaggio, la mia specialità. Peccato per le viti americane che sono il mio grande rimpianto, ineluttabilmente defunte, al punto che sbarbo il terreno delle quattro radici secche, che furono americane, e fine della storia. Per tappare i buchi trovo una nuova disposizione per i vasi, che sono tre o quattro in tutto, niente di che. Alla fine contemplo a petto gonfio il giardino ringiovanito: per la prima volta dai tempi del trasloco – ormai un aprile fa – il risultato non è malaccio. L’indomani al primo insorgere dei dolorini mi dico: “Ah che belli i dolorini”, quei supplizietti quasi piacevoli, quelle fitte delicate tra tendini e muscoli a me ignoti che sembrano affiorare apposta per dirti: “Sei stato proprio bravo, un vero ometto di casa”. Poi alle 17:52, finito di guardare la partita in tv, bevuto un tè nero Assam con grisbì al cioccolato, all’improvviso, il tracollo. Ora cammino col culo a papera perché qualsiasi altra posizione del culo mi provoca non più i bei dolorini, bensì feroci supplizi, strazi e patimenti. Ah, che bella la casa col giardino, lo spazio esterno, un posto all’aria aperta dove potersi rilassare… Ah, le gioie delle cesoie…

 

Non so che pensare

6 dicembre 2017

Sono andato a un appuntamento, ore diciotto, ho parcheggiato in una via tranquilla, elegante, dove passa giusto una macchina ogni tanto. Mi sono messo comodo, avevo venti minuti d’anticipo. Leggo un po’, mi sono detto, con tutta la pace del buio, con la concordia della sera. Due tizi sono usciti da un cancello, si sono messi a chiacchierare proprio dietro la mia macchina, uno dei due diceva delle cose che non capivo, e l’altro rideva, rideva sempre di più, in un modo così esagitato e naturale e contagioso che stavo per mettermi a ridere anch’io, sebbene non sapessi di cosa avrei dovuto ridere. Fatto sta che a quel punto non potevo più leggere, perché se il silenzio non è pressoché totale io non riesco a leggere, perciò sono sceso dalla macchina, mentre i due continuavano a ridere reggendosi la pancia. “Se passa qualcuno chissà che pensa”, ha detto uno dei due, sempre ridendo a crepapelle. Stavo passando io, che a quel punto non potevo più leggere e non potevo più ridere, non potevo più fare niente, non ero ‘qualcuno’, non il ‘qualcuno’ a cui si riferivano loro, o forse è che ho riso per davvero, e quindi hanno pensato che fossi dei loro, che non fossi il qualcuno che passa e che pensa (a che pensa?), o forse hanno pensato che io non penso, che non ho la faccia di uno che pensa, o forse al contrario che penso troppo e che ero talmente assorto da non aver neppure notato le loro risate sguaiate, che ero insomma qualcuno che passa pensando a tutt’altro, uno che chissà che avrebbe pensato se invece avesse notato loro due che ridevano reggendosi la pancia. Non so che pensare.

Vita da cani

17 novembre 2017

Mio figlio un bel giorno ha preso il tablet e ha scritto un’email a una bambina, una sua compagna di classe, poi una volta a scuola le ha detto: “Isi, ti ho scritto un’email, mi dai il tuo indirizzo così te la spedisco?”. La bambina le ha dato l’indirizzo di casa. Mio figlio è tornato da scuola e ha detto: “Ho l’indirizzo di Isi”, e ha snocciolato l’indirizzo di casa di Isi. Al che gli abbiamo spiegato che avendole scritto un’email e non una lettera vera e propria, ossia non una di quelle lettere che si scrivono sulla carta, non possiamo spedirgliela all’indirizzo di casa, abbiamo bensì bisogno della sua email. A quel punto ha voluto sapere cosa diavolo fosse esattamente una EMAIL, dal momento che pensava di averne scritta una sul tablet e che questo fosse di per sé sufficiente, quindi ha pensato che, per recapitare a Isi l’email che lui aveva scritto sul tablet, avessimo bisogno che anche Isi scrivesse a sua volta un’email, e che solo dopo le due email – la sua e quella di Isi – avrebbero potuto incontrarsi in un punto remoto di una memoria nebulosa magnetizzata.

Da due giorni siamo bloccati a questo punto della storia.

L’altra sera, dopo aver saputo che la mamma non sarebbe tornata per cena, mio figlio ha esclamato: “Uff, che vita da cani!”.

Nella lotta fra te e il mondo

17 ottobre 2017

Ho fallito col giardinaggio, è morto tutto, tre viti americane, una dipladenia, una bouganville, un agrume, la salvia. La stagione bellissima in cui ho creduto di poter curare un giardino, di potermi curare con un giardino, di poter trovare la mia difesa in un giardino, questa stagione infiammante, piena di fiducia, è finita. Ciò che è morto è morto. In compenso nel vialetto è cresciuto un tappeto di erba infestante. Cosicché ho comprato un diserbante, ho versato il diserbante sul vialetto. Ma il diserbante non ha diserbato. L’erba risplende più lucida e rigogliosa che prima. “Nella lotta fra te e il mondo vedi di assecondare il mondo” (Kafka).

La vita è imprecisa

19 settembre 2017

Domenica mattina ero fuori che tentavo di togliere delle macchie di vomito dai sedili posteriori della macchina. Era una bella giornata luminosa, ancora fresca, la pioggia della sera prima faceva riverberare le chiome dei pini come se fossero composte da aghi di cristallo. E così, mentre grattavo via le macchie di vomito, sulla strada è passata una macchina. La macchina aveva i finestrini abbassati e dalle casse dello stereo fuoriusciva Fly me to the Moon di Frank Sinatra. Insomma la domenica mattina, gli alberi scintillanti sotto i raggi del sole, io che gratto via le macchie di vomito dai sedili posteriori, e… Frank Sinatra. Quasi non sembrava la mia solita vita. Sembrava la vita di un giovanotto della provincia americana degli anni Cinquanta. O sembrava un film di Martin Scorsese. O un racconto di Andre Dubus. O quel che pare a voi. Sembrava tutto fuorché la mia vita. E non dico che è stato bello (non è bello pulire macchie di vomito la domenica mattina, neppure se il vomito è di tuo figlio); dico che è stato strano. È strano quando nella tua solita vita si infilano pezzi di un’altra vita, la più lontana possibile dalla tua. Questa cosa ti si offre come – diciamo – una visione, una possibilità. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse di quest’ultimo periodo è la frase che ha pronunciato una persona durante un incontro che ho avuto la settimana scorsa. Questa persona prima ha citato uno dei piccoli romanzi fiume contenuti in Centuria di Manganelli (me lo sono andato a cercare, il piccolo romanzo fiume di Manganelli; è la storia raccontata in poche righe di un inveterato abitudinario: “Nel suo quotidiano tragitto” – scrive Manganelli – “egli esegue quello che chiama un ‘esercizio spirituale’; esso consiste nella limitazione del mondo ad un itinerario angusto, nel cui ambito sempre meno possa accadere”), poi ha pronunciato la frase, ha detto pressappoco così: “Noi tendiamo a semplificare la nostra vita, a credere che sia sempre ben delimitata, localizzata, e immodificabile. Ma la vita è imprecisa”, ha detto. La vita è imprecisa.

La visione del tempo tra gli antichi greci

11 settembre 2017

Alle elementari avevo una maestra dolcissima ma rigorosa, una vera autorità, ci crebbe per cinque anni, mi aiutò a superare un periodo particolarmente difficile della mia infanzia, poi andò in pensione. Pochi anni dopo morì di cirrosi epatica. Scoprimmo che era oppressa dall’alcolismo. Prima che morisse la incontrai una volta per le strade della borgata in cui vivevo, la salutai aspettandomi di ricevere in cambio la stessa dolcezza e la stessa premura dei tempi in cui ero un suo scolaro, invece mi trattò con una fredda cordialità, come se fossi uno sconosciuto. Aveva perso la confidenza, l’avevamo persa entrambi, e lei forse stava perdendo anche altro, molto di più. Anni dopo incontrai suo figlio, lavorava in un grande teatro di Roma, svolgeva qualche tipo di maestranza, volevo chiedergli conferma che fosse il figlio della maestra E., e poi parlargli di sua madre, dirgli che donna meravigliosa fosse stata, ma lui guardava tutti bruscamente, e poi mi tornò in mente la volta in cui avevo incontrato sua madre, e mi tornò in mente la sua freddezza, e poi mi tornarono in mente gli anni di scuola, e quindi mi passò la voglia di riconnettermi con quel passato, perciò finii per non dirgli niente. Più o meno la stessa cosa mi capitò una volta con un amico di infanzia, lo incontrai per caso nel centro di Roma, gli sorrisi e lui per tutta risposta mi lanciò uno sguardo carico di ostilità e disse: “Mi dispiace, non ci conosciamo”. Avevo passato a casa sua più o meno tutti i pomeriggi tra i dieci e i quindici anni, e tra noi non c’erano conti in sospeso o vecchi rancori, semplicemente credo che a certe persone non piaccia rimestare nel passato, o meglio, piace in senso ideale, piace l’idea romantica del passato, ma per i più le cose che tornano fanno solo un gran male. Una volta ho letto una cosa che mi ha colpito molto: gli antichi greci avevano una visione del tempo diversa da quella che abbiamo oggi, per certi aspetti più coerente; il futuro per loro era come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana davanti a noi.

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