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Racconti e resoconti

A volte, per capire gli altri, bisogna fare finta di essere gli altri. Allora io quest’estate mi sono messo a far finta di essere un traduttore. Perché volevo capire il testo letterario visto con gli occhi di un traduttore. Però volevo migliorare anche il mio inglese. Al che ho tirato giù un programma intensivo che prevedeva, appunto, che io facessi anche delle traduzioni dall’inglese. Ho iniziato allora a tradurre le poesie di William Pitt Root, che è un poeta americano che amo moltissimo e di cui non esistono traduzioni in italiano. È stato un bel passatempo, come risolvere un gioco enigmistico. Ovviamente non ho capito nulla del mistero che si nasconde in quel passaggio da una lingua all’altro, ma ho passato dei bei momenti di quiete e di svago. Scrivo questo perché qualche giorno fa sulla bacheca facebook di uno dei migliori traduttori italiani, Daniele Petruccioli, ho letto un estratto da Teoria e storia della traduzione [Traductions et traducteurs], Einaudi, 1965, di Georges Mounin, tradotto da Stefania Morganti, che dice: “[…] per ostinarsi in questa attività, malgrado il silenzio della critica, l’avarizia degli editori, la frequente ingratitudine degli stessi autori, e il condiscendente disprezzo del pubblico (senza contare poi, qualche volta, la pignola aggressività dei colleghi), bisogna amare davvero questo genere appassionante di problemi intellettuali che è la trasposizione dei pensieri da una lingua all’altra, come un vizio la cui esemplare punizione è il compenso miserabile che generalmente gli si concede”. E mi è piaciuta soprattutto la definizione della traduzione come un “genere appassionante di problemi intellettuali”. Una definizione che si addice non solo all’arte della traduzione, ma alla scrittura tout court. Scrivere e tradurre sono appassionanti problemi intellettuali. E penso spesso, per esempio, che per i matematici la migliore risoluzione di un problema o di un’equazione o di un teorema non è quella più veloce, né quella più esatta. Ma la più elegante.

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Oggi esce il mio nuovo romanzo, L’uomo che trema (Einaudi). Quello che segue è un breve estratto:

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Quando mi vede alzare il flaconcino dell’antidepressivo e contare in controluce le gocce che cadono nel bicchiere, Mario mi chiede se quella è la medicina per il mal di pancia. Spesso, vedendomi disteso sul divano, privo di forze, totalmente incapace di muovere un muscolo, prende i suoi personaggi di Star Wars e si mette a giocare sopra di me. La mia pancia diventa il pianeta Naboo su cui Qui-Gon Jinn, Obi-Wan Kenobi e il malvagio Darth Maul si sfidano a colpi di spada laser. Io me ne sto lì disteso, stanco e vuoto. Nelle mie vene scorre solo il filo di energia che serve a tenermi in vita, per il resto sono niente più che una pelle di serpente, il brandello organico di una creatura arresa. In quei momenti divento il campo di gioco di mio figlio.

Mio figlio si riappropria di me, usa il mio corpo come un fondale, il profilo delle mie braccia è una costa scoscesa, le mie gambe i promontori dorati di un pianeta orbitante in una galassia remota, la mia testa un monumento all’uomo o al passato glorioso di qualche mitica razza aliena. I personaggi, i piccoli eroi di plastica, vivono le loro storie rielaborate dalla fantasia di mio figlio. Per lui non ha importanza che in quel momento io non potrei essergli utile in niente, che se corresse un pericolo io non sarei in grado di proteggerlo né di metterlo in salvo. Lui non pensa a questo, non se ne accorge. Ma io sì, ci penso.

Mentre me ne sto disteso con il corpo disseminato di minifigure Lego, mi viene in mente un ricordo che risale a molti anni fa. A quel tempo il fratello della ragazza con cui stavo si ammalò di una malattia misteriosa, un’infezione cerebrale che lo ridusse per molti mesi in uno stato di coma profondo. La madre, una donna del sud caparbiamente devota agli idoli del cattolicesimo moderno, costellava il corpo inerme del figlio di santini e immaginette sacre, e trascorreva ore al suo capezzale, raccolta in preghiera, in attesa che un miracolo lo risvegliasse e glielo restituisse di nuovo alla vita. Di tanto in tanto muoveva le immaginette sul petto del figlio, le spostava sulle clavicole, sul collo, sulla fronte, seguendo un ordine liturgico misterioso di cui solo lei era a conoscenza.

Quella donna, immersa nel cupo isolamento della propria disperazione, era convinta di mantenere in vita il figlio attraverso quei feticci a cui attribuiva un potere taumaturgico. Poi accadde che il figlio, un giorno, dopo che il quadro clinico si era aggravato al punto da convincere il cappellano dell’ospedale a somministrargli l’estrema unzione, improvvisamente si ridestò dal coma, e in poche settimane si ristabilì completamente. Così immagino che Mario pratichi a suo modo lo stesso culto, o quantomeno un culto analogo, usando gli strumenti a lui più congeniali, evocando i propri numi, dando vita a una glorificazione rituale, a una messa celebrata in onore del padre. Io in quei momenti sono l’altare su cui Mario compie la sua funzione. Lui non sa che giocando su di me mi tiene in vita, erige le difese.

Una settimana fa ho comprato un contapassi e ne sono diventato rapidamente schiavo. Passo le giornate a controllare sul contapassi quanti passi ho fatto da quando mi sono svegliato. Ogni volta che mi arriva una telefonata è una festa, perché inizio a camminare col telefono incollato all’orecchio ovunque mi trovi. Una telefonata è un modo onesto per arraffare passi preziosi. È diventato divertente anche fare cose normalmente poco divertenti, come andare al Caf. E smanio perché arrivi l’ora di pranzo. Non per la fame, ma per il tragitto che devo fare per andare al supermercato, al supermercato più lontano tra i supermercati di zona. Il supermercato in sé è una miniera di passi. Prima dell’estate ho letto due libri che si intitolano entrambi Camminare: il primo è di Thomas Bernhard (Adelphi, Traduzione di Giovanna Agabio); l’altro è di Erling Kagge (Einaudi Stile Libero, traduzione di Sara Culeddu). Nel libro di Bernhard a un certo punto si legge: “D’altra parte dobbiamo camminare per poter pensare, così come dobbiamo pensare per poter camminare, l’una cosa deriva dall’altra, e l’una dall’altra con crescente maestria. Ma tutto sempre e solo fino alla soglia dello sfinimento”. Il mio contapassi è cinese, quando lo attivo per controllare quanti passi ho fatto, sul display mi dice: “Preme un lungo per entrare”. Non so che voglia dire e non ho la pazienza di pensare. D’altra parte per pensare devo prima camminare. Perciò adesso voglio solo camminare, trovare una scusa per fare ancora qualche passo.

Obama, durante un discorso all’università dell’Illinois, ha detto: “Dobbiamo ribellarci alla discriminazione, e di sicuro dobbiamo ribellarci chiaramente e inequivocabilmente ai simpatizzanti nazisti. È tanto difficile dire che i nazisti sono male?”. Ecco, a me sembra che la domanda di Obama sia centrale e per niente banale. Nel senso che tocca il punto molle del cuore marcio di questa epoca. Dalla fine della seconda guerra mondiale dire che i nazisti sono il male è considerata un’ovvietà. L’errore che abbiamo commesso è stato probabilmente questo. Poiché nella storia dell’umanità niente è ovvio, e se l’inaudito accade o è accaduto è perché esso non era tale, ma era semplicemente il frutto di una sottovalutazione collettiva. Oggi fermando delle persone a caso in mezzo alla strada e ponendo loro semplicemente la domanda “secondo lei, i nazisti sono male?”, non riceveremmo risposte tanto univoche quanto immaginiamo. Anzi, credo che lo sdoganamento di qualsiasi oscenità politica abbia reso inefficace il sillogismo “tutti i nazisti sono cattivi”. Il che spiega le insensatezze della storia e l’assurdità di avere un presidente degli Stati Uniti in carica (ma anche svariati ministri e capi di governo in parecchie nazioni del mondo, compresa la nostra) che non è capace di pronunciare la frase “I nazisti sono male”, poiché semplicemente egli (loro) non reputa (reputano) che i nazisti siano male. La quantità di terreno che ci è franato sotto i piedi negli ultimi dieci anni è spaventosa. Lo sviluppo della rete e l’inconcretezza delle relazioni umane al tempo dei social network ha avuto la sua parte nell’espulsione pubblica dei peggiori istinti, istinti che poi si sono tramutati in concretissimi voti. Per Simon Wiesenthal il connubio di odio e di tecnologia è il massimo pericolo che sovrasta l’umanità. Si riferiva alla televisione, senza forse immaginare fino in fondo quanto quel pericolo potesse diventare, in un futuro a lui prossimo, tanto più reale. Wiesenthal diceva anche che “solo di rado all’uomo si legge l’anima in faccia”. Figuriamoci oggi che l’uomo non ha più una faccia.

Alla fine di luglio dello scorso anno ho iniziato a scrivere un longform in cui tentavo di penetrare la patina incolore attraverso cui, da sempre, vedo il mondo. Il 6 settembre del 2017, esattamente un anno fa, incoraggiato da Marco Belpoliti, ho pubblicato su doppiozero le prime pagine di questa confessione. Ciò che è successo prima e dopo quella data è raccontato ne L’uomo che trema, il libro che uscirà tra meno di due settimane con Einaudi e che rappresenta la realizzazione compiuta di quel progetto. Quando ho pubblicato Storia della mia depressione nel mio computer c’erano appena trenta cartelle; da allora ho scritto quasi giorno per giorno, usando la tecnica di scrittura in presa diretta propria del reportage. Il teatro di guerra che ho raccontato è la mia mente, il mio passato e il mio presente, il mondo che mi si schiude davanti agli occhi ogni giorno.

La bici non è mai stato il suo forte. Da molto piccolo lo facevo sedere sulla biciclettina con le rotelle e lui si rifiutava di pedalare. Una volta l’ho portato al parco e dopo cinque minuti è sceso dal sellino e s’è seduto in mezzo al prato; gli ho chiesto: “Che fai? Sei stanco?”, e lui: “No, ma devo raccogliere i fiori per mamma”. Però ho insistito. Anche se non ho mai capito perché bisogna per forza imparare ad andare in bicicletta. Credo che se un bambino non impari mai ad andare in bicicletta non per questo sarà un adulto peggiore. Lui non aveva nessuna voglia di andare in bicicletta. Tutto qui. Poi all’improvviso la voglia gli è venuta. E ieri ha imparato. Ha cominciato a pedalare per i fatti suoi in mezzo all’erba rasata di fresco, schivando tronchi, cestini, anziani, cani, runner, buche, attrezzi per la ginnastica all’aperto, zigzagando in un equilibro ancora problematico. E parlava da solo mentre pedalava, a voce alta, raccontandosi di essere un supereroe dei cartoni. Il che in fondo è ciò che facciamo tutti, ogni volta che impariamo a fare una cosa nuova, una cosa che prima non avevamo voglia di imparare, e che poi, una volta imparata, ci piace tantissimo.

Ho letto Puer aeternus di James Hillman (Adelphi, traduzione di Adriana Bottini). In questo libro, Hillman – che è stato un saggista e psicoanalista junghiano – si pone la domanda: che cosa significa essere traditi dal proprio padre? E lo fa iniziando col raccontare una storiella:
“Un padre, volendo insegnare al figlio ad essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo mette sul quarto gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma poiché si fida del padre, fa quello che il padre gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quinto, sesto e settimo gradino dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo» e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente, continuando così per un po’. A un certo punto il bambino è su un gradino molto alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre»”.
C’è un momento originario dunque che è rappresentato dalla fiducia del figlio per il padre (la cosiddetta “fede animale”); c’è uno scandalo (il tradimento); e c’è l’inizio della vita vera e propria (il tempo della coscienza e delle responsabilità umane). Secondo Hillman queste tre fasi costituiscono, come nella storiella, o come nel racconto biblico della cacciata dall’Eden, o ancora come nel tradimento del Padre evocato da Gesù Cristo sulla croce, “l’iniziazione del ragazzo alla vita”, o altrimenti “l’iniziazione alla tragedia dell’adulto”. Senza il tradimento del padre non può esistere la vita, ma solo un eterno ritorno al paradiso terrestre, alla fiducia originale, alla zona protetta in cui ci si può esporre all’altro senza essere annientati.
Dice Hillman che al ragazzino che si rialza dopo la caduta si aprono due strade: “Può darsi che sia incapace di perdonare, e allora rimarrà fissato nel trauma, pieno di rancore e di voglia di vendicarsi, cieco a ogni comprensione e tagliato fuori dall’amore”, oppure che inneschi il “meccanismo di difesa della negazione”. E a tale proposito cita San Tommaso d’Aquino, per il quale la vendetta è giustificabile solo nel caso in cui è rivolta al male e non contro colui che ha perpetrato il male.
Ma Hillman si pone anche nella prospettiva del padre, si interroga cioè su cosa può significare il tradimento per il padre. Che deve aver provato, per esempio, Dio nel lasciar morire il proprio figlio sulla croce? E arriva a porsi la domanda estrema: “Che la capacità di tradire attenga alla condizione di padre?”. E la risposta che si dà è che “la capacità di tradire gli altri è affine alla capacità di guidare gli altri. Una paternità compiuta le possiede entrambe”. Fino a prefigurare il tradimento come un supremo atto d’amore.
Se siete padri, quella di Hillman è una lettura tosta, vi porterà a ripetere a voi stessi: anch’io tradirò mio figlio? E in che forma? E anche ammesso che presti tutte le attenzioni del caso e che arrivi a non tradirlo, sarebbe per lui un bene? Oppure è proprio necessario che io lo tradisca, perché è attraverso la sperimentazione di questa forma di sofferenza che lui potrà in maniera compiuta diventare uomo?
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