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Racconti e resoconti

Sabato scorso abbiamo indossato la tenuta da trekking e siamo andati al lago per fare due passi. Vicino al lago c’era una palude e io avevo scelto proprio il sentiero che passa attraverso la palude. Tuttavia, essendo una palude, c’era molto fango, e quindi abbiamo attraversato la palude fangosa saltabeccando come cavallette. Superata la parte più fangosa, si è aperta davanti a noi un’ampia radura di erba bassa da cui si poteva ammirare la fascia del canneto con una considerevole distesa di piante acquatiche palustri. Poi all’improvviso, a pochi metri da noi, in quella fitta vegetazione che declinava verso la riva del lago, ho visto sfrecciare due enormi cinghiali. La cosa che più mi ha impressionato è stata la loro velocità in rapporto alla mole. E poi il rumore della corsa: un rumore smorzato ma insistente, un rimbombo muscolare. Lo scalpiccio della sgroppata era soppiantato da questa specie di tuono basso dato dal loro vigore animalesco, dal carico e dal rilascio dei nervi e dei tendini, come se il loro codice di natura si esprimesse attraverso il tumulto; un puro fatto uditivo prima ancora che visivo. Un istante prima di afferrare un bastone per difesa, girare i tacchi e tornare al punto di partenza, ho pensato al romanzo che avevo lasciato a casa e che stavo leggendo in quei giorni, un romanzo che racconta di una donna, una madre, che cade continuamente e si ritrova stesa sul pavimento in preda alle convulsioni, e nel racconto ci sono ampie descrizioni del rumore che fa un essere umano che cade, e ho pensato che è molto simile al rumore di un cinghiale in corsa. Loro corrono nello stesso modo spaventoso in cui noi cadiamo.

Una volta bastava poco per rimettermi in sesto dopo una pausa dalla corsa, per ricalibrare le andature, il battito cardiaco, la frequenza dei passi, il recupero. Adesso ci vuole molto, ci vogliono mesi, e non torno mai al punto di prima, ma sempre un po’ più indietro, torno al prima del prima. Non c’è una cosa più chiara di questa che mi descriva l’invecchiamento. Durante l’ultima visita, il medico sportivo mi ha detto: “La sua è un’età particolare, ha ancora la testa di un trentenne che le dice di correre come un trentenne; ma il corpo, il corpo è di un quarantenne, e corre da quarantenne”. Insomma la testa e il corpo parlano lingue diverse. Ma in quello scarto c’è un sentimento tutto da raccontare. Ce l’avevo anche da ragazzino quello scarto: avevo dieci anni e me ne sentivo quaranta; ne avevo venti e me ne sentivo cento. François Jullien, teorico nello scarto, ha scritto: «Fare uno scarto significa uscire dalla norma, procedere in modo inconsueto, operare uno spostamento rispetto a ciò che ci si aspetta e a ciò che è convenzionale. In breve vuol dire rompere il quadro di riferimento e arrischiarsi altrove, temendo altrimenti di arenarsi». Ecco, per tutta la vita, credo, il leitmotiv – per così dire – che ha originato tutti i miei comportamenti, è stato principalmente questo: cercare uno scarto per non arenarmi.

Ieri sera ero a un aperitivo, c’era tanta gente, eravamo quasi tutti in piedi, con un bicchiere in mano. Si doveva solo conversare e apparire disinvolti. Ma noi che per natura non siamo disinvolti fatichiamo come bestie a conversare e ad apparire disinvolti, quindi capita spesso che ci concentriamo su cose a cui voi disinvolti non pensereste mai. Ieri quindi mi concentravo su una di queste cose: il problema delle braccia. Noi che per natura non siamo disinvolti abbiamo troppe braccia e non sappiamo dove metterle. I disinvolti invece hanno un numero adeguato di braccia e quando sono in mezzo a tanta gente, senza niente in particolare da fare, sanno perfettamente dove metterle e come usarle, conoscono la giusta postura, il movimento fluido. Noi che per natura non siamo disinvolti invece non lo sappiamo fare, tendiamo a credere di occupare troppo spazio, di essere ingombranti, di affollare più del lecito con la nostra sola superficie corporea. Noi che per natura non siamo disinvolti pensiamo di non meritare tutti quei centimetri cubici. Soprattutto pensiamo che le braccia, con il loro raggio potenziale d’azione, minaccino in ogni istante di occupare ulteriori centimetri cubici, moltiplicando a dismisura il nostro imbarazzo. Noi che per natura non siamo disinvolti ci sentiamo come i difensori moderni nel gioco del calcio, costretti dal nuovo regolamento sul fallo di mano a giocare in area di rigore con le braccia dietro la schiena, perdendo continuamente l’equilibrio, snaturando i loro movimenti, assomigliando a ridicoli birilli di plastica leggera in balia del vento.

Del tempo dei miei studi universitari ricordo una cosa che lessi nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, una cosa che diceva più o meno questo: il libro in questione, cioè il Tractatus, lo avrebbe capito solo chi in vita aveva già pensato i pensieri che vi erano espressi. In altre parole Wittgenstein diceva che il Tractatus è un libro precluso a tutti, a eccezione del suo autore, che è ragionevolmente l’unico che ha già pensato i pensieri che vi sono espressi. Allora mi ricordo che questa idea mi si incollò addosso per tanto tempo, e tendevo ad applicarla a ogni libro, non solo quindi ai libri di logica filosofica, ma anche ai romanzi, e quindi tutti i libri mi apparivano pressoché incomprensibili, perché tutti i libri potevano essere veramente compresi solo da chi in vita aveva già pensato o vissuto i pensieri e le storie che vi erano contenuti. Per salvarmi il gusto della lettura allora cercavo di accontentarmi di quel poco che di ogni libro comunque avrei capito, tendevo quindi a considerare il libro come una tovaglia scrollata, o meglio come le briciole cadute dalla tovaglia scrollata, e tendevo a considerare il lettore più o meno come un cane affamato che si fionda sotto le gambe del tavolo in cerca degli avanzi del pasto e lecca il pavimento con furia e avidità. Anche questa immagine del cane lettore mi è rimasta incollata addosso da quei tempi, perché è esattamente così che mi percepisco ogni volta che cerco di entrare in un libro, so già che mi dovrò accontentare di molto, molto meno di quanto vorrei, e so che non sarò all’altezza, e sento il peso dello sguardo misericordioso dell’autore che mi sorveglia dall’alto con gli stessi occhi frementi e impietosi di Wittgenstein. Il vero problema mi si è posto quando ho iniziato a scrivere, perché quella stessa sensazione l’ho provata anche rileggendo le cose che avevo scritto. Allora mi chiedevo come fosse possibile. Essendo io l’autore, avevo senz’altro già pensato i pensieri che in quegli scritti erano espressi! Eppure rileggere quei pensieri non era la stessa cosa dell’averli formulati. C’era sempre qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che nel passaggio dalla trascrizione alla cognizione andava perduto. E mi chiedevo dove vanno a finire queste porzioni di senso, queste tare, queste sottrazioni che rendono la lettura un’attività per gente con una fame nera, una fame da cani. Sarà per questo che leggere non piace quasi a nessuno.

Voi sapete qual è il delitto peggiore di questo tempo? È l’abolizione della complessità. Tutto è semplice, simplex, senza piega né doppiezza. Le cose senza piega né doppiezza sono le cose svelate, quelle sulle quali non ci sono misteri, su cui non c’è più niente da cercare, sono le cose che bastano di per sé, e che perciò non richiedono sforzi, sono state già viste per noi da qualcun altro, sono state pre-viste. E se davanti alle cose pre-viste si prova a dire: “Bè, però, guardando bene, c’è un tono grigiastro”, nessuno ti sta a sentire. Bianca. È bianca. Oppure nera, è nera. E questo rende tutto scadente, grossolano, effimero. Pure i drammi peggiori, come quest’ultima specie di guerra, o come quest’ultimo omicidio stradale, o come quest’ultimo bambino morto tra un continente e l’altro. Come quest’ultima cosa QUALSIASI. Io più ci penso e più mi convinco che questo è il male. E se il progresso umano, la politica, la comunicazione, le relazioni sociali, se tutto va nella direzione della sintesi, dell’iconicità, forse il pensiero doveva incamminarsi nella direzione opposta, affinare un senso per compensarne un altro. Invece tutto è rapidamente ingurgitato, digerito, espulso. E non resta niente, solo una fame macabra e continua.

Al congresso della Lega, Salvini ha detto che loro sono il bene, il futuro e il sorriso (o qualcosa del genere). Non so se l’abbia detto per furbizia, quella furbizia che in molti troppo spesso gli attribuiscono, o se lo pensi per davvero. In fondo non è così strano che lui pensi di essere davvero il bene che si oppone al male, il futuro contro il passato, il sorriso che eclissa il ghigno. Se parliamo di un bene relativo, allora la sua è una forma di bene, poiché è tale in relazione alla propria prospettiva e al proprio tornaconto. Se parliamo di un bene assoluto allora non è una forma di bene. Ma se parliamo di bene assoluto, neppure l’altro bene, quello che si contrappone al bene di Salvini, può definirsi bene. Anche quello, semmai, è un bene relativo. Quando Salvini dice che ciò che fa è bene, intende dire che è un bene per chi? Per se stesso, per quelli della sua parte, o per tutti? Mentre noi, sapendo che ciò che dice e che fa Salvini non è affatto bene, ma è anzi male, molto male, intendiamo dire che non si tratta di un male per se stesso o per quelli della sua parte (per se stesso e per quelli della sua parte abbiamo detto che è un bene), ma un male per tutti gli altri. Quindi – per paradosso – gli riconosciamo una parte di bene (il SUO bene relativo) e in definitiva gli contestiamo solo di non perseguire il bene assoluto, ossia di non fare ciò che neppure noi saremmo mai in grado di fare. Ma al di là di questi paradossi logici, ciò che mi chiedo è: i cattivi sanno di essere cattivi?

A Corso Francia anni fa ci fu un’invasione di uccelli. Gli storni convergevano sui pini alle cinque del mattino e attaccavano col loro trillo, un canto infernale che si propagava fin dentro gli appartamenti, nelle stanze da letto, trafiggeva i sogni, li appestava come le voci inquiete dei morti.
Corso Francia declina spartendo in due il territorio: a sinistra la collina Fleming, a destra Vigna Clara. I due quartieri si fronteggiano come i globi mercatoriani, la mattina sono rischiarati in basso da una luce ancora grigio-melma, in alto da una cresta di bagliore che spoglia i primi tetti, riducendo la comparsa del giorno a uno spettacolo malinconico e a una verità brutale. In mezzo le due carreggiate a tre corsie, che per percorrerle fino alle aquile legionarie del ponte Flaminio ci si impiega meno di un minuto.
Corsa Francia è una ressa. Al mattino sfrigola nel luccichio di macchine e scooter, masse di uomini che s’incanalano verso il centro della città, vecchi ministeriali e giovani impiegati con contratti a termine e camicie slim fit, piccoli lottizzatori, informatici, commercianti, professionisti, barbuti creativi, colf che vanno a servizio negli appartamenti dei Parioli lasciando all’alba le loro case in periferia – Giustiniana, La Storta, Cesano, Formello – per mettersi in coda sulla direttrice nord della città, sfilando attraverso la contea dorata dei meglio quartieri di Roma.
Corso Francia è terra d’assalto, un territorio conteso dagli uccelli e dagli uomini; due forme di migrazione che si replicano immutate ogni mattina al sorgere del sole.
Corso Francia è sinonimo di “Roma bene”, ma Roma non fa bene, e il bene non è di Roma, e chi non la conosce non sa lo schifo, il degrado, non sa l’orrore – urbanistico e psicologico – che infonde, non sa il male che fa, e quanto sia insana, per il corpo e per la mente, questa strada della “Roma male”.
Corso Francia fa paura le mattine d’estate, quando la luce abbagliante e la calura generano un senso di disfatta, e il fetore diventa il contrassegno del baratto, l’aver svenduto la città alle ragioni dell’automobile, la salute degli uomini all’immobilità del traffico.
Corsa Francia è un mostro. E adesso lo sapete anche voi.

Sto leggendo Il conte di Montecristo nella traduzione di Margherita Botto dell’edizione Einaudi. All’inizio del capitolo undicesimo, quando riceve la notizia che Napoleone Bonaparte ha lasciato l’isola d’Elba ed è sbarcato in Francia, Dumas scrive che il re Luigi XVIII “fece un intraducibile gesto di collera e di spavento, e balzò in piedi come se un colpo imprevisto lo avesse raggiunto contemporaneamente al cuore e al volto”. Perché quel gesto è intraducibile? Il narratore del libro conosce ogni fatto e ce lo riporta come se ne fosse testimone, è un occhio che ha vegliato sui personaggi e sulla storia, un autentico dio (l’onniscienza del resto è un attributo che le religioni monoteistiche riconoscono solo a Dio). Eppure, per questo dio, il gesto di Luigi XVIII non può essere espresso con i mezzi della parola letteraria, è intraducibile. Tutto il resto lo è, tutto ciò che è contenuto e narrato nelle 1232 pagine del romanzo è traducibile. Il gesto di collera e di spavento del re no. Quel gesto non trova un corrispondente nella divina lingua letteraria del narratore che tutto sa. Ecco, trovo che questa ammissione di Dumas, questo confessarsi tra le righe inidoneo a testimoniare fino in fondo la storia, sia una dichiarazione potente e bellissima. È il riconoscimento che c’è un errore di progettazione, un bug nel sistema su cui si fonda la letteratura, che c’è una falla perfino in dio.

Giovedì scorso, rispondendo alle domande del gruppo di lettura Pagine Vagabonde di Mendrisio, credo di aver detto che non considero la scrittura come un atto separato dalla vita. Scrivere autobiografia non è dare conto degli eventi che ho vissuto, ma è la parte finale di quegli eventi. Penso che le cose che mi accadono non siano mai pienamente concluse se non intravedo per loro un approdo nella pagina scritta. Forse questa è la forma di ossessione più grave che mi riconosco, ma è anche il modo che mi è più congeniale per dare sostanza e senso alla vita. La sera, dopo l’incontro, leggendo L’evento, il libro di Annie Ernaux che esce oggi (a pubblicarlo in Italia è sempre L’orma editore, a tradurlo sempre Lorenzo Flabbi) e che racconta l’esperienza di un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta, ho trovato nelle ultime pagine questo passo:

“Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, c’è n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

La bellezza di questo libro è lancinante, e non solo per il racconto feroce e dolente dell’aborto, ma anche per questa ammissione finale. In precedenza, a metà libro, Annie Ernaux scrive di aver sognato di essere nella stessa situazione del 1963, e aggiunge:

“Ricordare il sogno mi ha fatto credere di aver ottenuto senza sforzo ciò che cerco di ritrovare con le parole – rendendo inutile il mio processo di scrittura”.

Da tempo, leggere e scrivere autobiografie, mi pone di fronte a due domande incessanti: Qual è il momento esatto in cui si compie la mia vita, quando vivo o quando scrivo? Scrivere è un modo per ritrovare qualcosa che credevo perduto, o è un espediente per perdere nuovamente quella cosa, e per continuare a perderla, e perderla, senza requie, fino alla fine?

La cosa che mi ha sempre colpito nella fisionomia di Stephen King è il prolabio, cioè la parte anatomica che separa il naso dalla bocca, altrimenti detto solco sottonasale, che in Stephen King è una Panamericana a 9 corsie per carreggiata, e il fatto che l’estensione prodigiosa del prolabio non è data dalla posizione ribassata della bocca, ma dalla brevità del naso, il che dà l’impressione che gli occhiali da vista gli siano scivolati in giù tirandosi dietro gli occhi e tutto quello che c’è dietro.

Oggi cadono i cinquant’anni dalla morte di Kerouac. Cosa ha significato per me Kerouac è presto detto. Una volta un amico poeta mi disse che da giovane aveva passato del tempo a New York frequentando i beat: “A casa ho degli autografi di Kerouac”. Feci un respiro grande e gli risposi: “Devi sapere che è come se stessi dicendo a un bambino che possiedi il costume originale di Batman”. Quando nove anni fa nacque mio figlio, decisi di comprare un libro, scrivere qualcosa sul frontespizio, e metterlo da parte per quando sarebbe stato abbastanza grande da leggerlo con cognizione. Il libro doveva rappresentare una sorta di auspicio per la sua vita, doveva raccontare una storia che fosse un autorevole augurio di libertà ed emancipazione. Al libro affidavo il compito di tener viva in lui, sempre e comunque, la curiosità per le cose del mondo. Il libro che scelsi è Sulla strada. Il suo autore, Batman.

Ho un progetto di scrittura. Il progetto parte da una costatazione: non dispongo liberamente del mio tempo. Le mie giornate sono scandite da obblighi asfissianti, devo chiedere sempre il permesso a qualcuno per fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un uomo libero. Questo modello di vita a cui mi sono piegato non è raro, anzi, è il modello dominante. E quindi vorrei fare un esperimento: vorrei trascorre del tempo, diciamo tre mesi, da uomo libero, senza alcun obbligo, solo il tempo ed io, una massa sterminata di tempo non da colmare ma da abitare. Vorrei tenere un diario di questa specie di rieducazione alla libertà. Per fare questo ho bisogno di isolamento, di un luogo in cui vivere in una condizione di completa autonomia, in cui le giornate siano scandite solo da ciò che è necessario fare per vivere. Non voglio meditare, voglio contemplare, disporre di me, ronzare come un insetto pigro, annoiarmi come un albero. E naturalmente scrivere. L’idea mi è venuta leggendo Nelle foreste siberiane, di Sylvain Tesson. Tesson, che è un autentico avventuriero, si è autoconfinato per sei mesi in una capanna sulle sponde del lago Bajkal, il più antico del mondo, procacciandosi il cibo e resistendo a condizioni di vita avverse. Io però non sono un avventuriero, e non mi interessa esplorare i miei limiti. Ciò che cerco non è una vacanza né un’esperienza estrema, ma qualcosa di molto più semplice e per questo più ardito. Non so se riuscirò a farlo, e non so neppure dove potrei andare a vivere questo tempo bianco. Ma è qualcosa che mi fischia forte nella testa.

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