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Racconti e resoconti

Avete presente Justine, il personaggio interpretato da Kirsten Dunst in Melancholia? Quando il pianetone chiamato appunto Melancholia sta per abbattersi sulla Terra, Justine, che all’inizio del film è in preda a una depressione fuori controllo, è l’unica che non si fa prendere dal panico, ma anzi assume un atteggiamento di impassibile lucidità, tanto che gli altri, coi nervi e la psiche a pezzi, si aggrappano a lei per resistere. Stando a quel che si racconta, uno psicoterapeuta riferì a Lars Von Trier che i depressi tendono ad agire con calma quando sono immersi in una situazione di forte pressione, perché sono abituati a simulare gli esiti degli avvenimenti spiacevoli. Ora, in tempi di panico collettivo, sto cercando di capire con me stesso se è vera la tesi di Melancholia, ossia se riesco a mantenermi lucido laddove gli altri – quelli che di solito non sono depressi – danno segni di scompenso emotivo. Ebbene a me sembra di sì. Ma non nel senso che all’improvviso noi depressi siamo diventati saggi, placidi, sicuri di noi stessi, coi nervi distesi e gli occhi luminosi rivolti all’avvenire, bensì siamo sempre noi, i vecchi, giudiziosi, immarcescibili depressi, siamo l’usato sicuro in materia di catastrofi. Mentre gli altri, i non depressi, gli altri sbattono la testa da una parete all’altra come mosche impazzite. E quindi m’è venuto in mente che potrei piazzare un banchetto davanti all’uscita della metropolitana e fare il consolatore ambulante in cambio di due spicci. Venite a me gente, io è una vita che vi dico che camminiamo sul filo e che moriremo come mosche.

Nella Feltrinelli di largo Argentina c’è una porta su cui è ritratto ad altezza naturale Ernest Hemingway che tiene in braccio un gatto. Sulla porta c’è una placca con la scritta “vano tecnico”. Ogni volta che la guardo, mi viene da pensare che la scritta non si riferisca al locale dietro la porta, ma ad Hemingway, che sia l’invettiva segreta di qualcuno che considera Hemingway un autore senza arte, l’inventore di una tecnica narrativa inefficace e fine a se stessa, una specie di perito della letteratura. Un vano tecnico.

Sabato scorso abbiamo indossato la tenuta da trekking e siamo andati al lago per fare due passi. Vicino al lago c’era una palude e io avevo scelto proprio il sentiero che passa attraverso la palude. Tuttavia, essendo una palude, c’era molto fango, e quindi abbiamo attraversato la palude fangosa saltabeccando come cavallette. Superata la parte più fangosa, si è aperta davanti a noi un’ampia radura di erba bassa da cui si poteva ammirare la fascia del canneto con una considerevole distesa di piante acquatiche palustri. Poi all’improvviso, a pochi metri da noi, in quella fitta vegetazione che declinava verso la riva del lago, ho visto sfrecciare due enormi cinghiali. La cosa che più mi ha impressionato è stata la loro velocità in rapporto alla mole. E poi il rumore della corsa: un rumore smorzato ma insistente, un rimbombo muscolare. Lo scalpiccio della sgroppata era soppiantato da questa specie di tuono basso dato dal loro vigore animalesco, dal carico e dal rilascio dei nervi e dei tendini, come se il loro codice di natura si esprimesse attraverso il tumulto; un puro fatto uditivo prima ancora che visivo. Un istante prima di afferrare un bastone per difesa, girare i tacchi e tornare al punto di partenza, ho pensato al romanzo che avevo lasciato a casa e che stavo leggendo in quei giorni, un romanzo che racconta di una donna, una madre, che cade continuamente e si ritrova stesa sul pavimento in preda alle convulsioni, e nel racconto ci sono ampie descrizioni del rumore che fa un essere umano che cade, e ho pensato che è molto simile al rumore di un cinghiale in corsa. Loro corrono nello stesso modo spaventoso in cui noi cadiamo.

Una volta bastava poco per rimettermi in sesto dopo una pausa dalla corsa, per ricalibrare le andature, il battito cardiaco, la frequenza dei passi, il recupero. Adesso ci vuole molto, ci vogliono mesi, e non torno mai al punto di prima, ma sempre un po’ più indietro, torno al prima del prima. Non c’è una cosa più chiara di questa che mi descriva l’invecchiamento. Durante l’ultima visita, il medico sportivo mi ha detto: “La sua è un’età particolare, ha ancora la testa di un trentenne che le dice di correre come un trentenne; ma il corpo, il corpo è di un quarantenne, e corre da quarantenne”. Insomma la testa e il corpo parlano lingue diverse. Ma in quello scarto c’è un sentimento tutto da raccontare. Ce l’avevo anche da ragazzino quello scarto: avevo dieci anni e me ne sentivo quaranta; ne avevo venti e me ne sentivo cento. François Jullien, teorico nello scarto, ha scritto: «Fare uno scarto significa uscire dalla norma, procedere in modo inconsueto, operare uno spostamento rispetto a ciò che ci si aspetta e a ciò che è convenzionale. In breve vuol dire rompere il quadro di riferimento e arrischiarsi altrove, temendo altrimenti di arenarsi». Ecco, per tutta la vita, credo, il leitmotiv – per così dire – che ha originato tutti i miei comportamenti, è stato principalmente questo: cercare uno scarto per non arenarmi.

Ieri sera ero a un aperitivo, c’era tanta gente, eravamo quasi tutti in piedi, con un bicchiere in mano. Si doveva solo conversare e apparire disinvolti. Ma noi che per natura non siamo disinvolti fatichiamo come bestie a conversare e ad apparire disinvolti, quindi capita spesso che ci concentriamo su cose a cui voi disinvolti non pensereste mai. Ieri quindi mi concentravo su una di queste cose: il problema delle braccia. Noi che per natura non siamo disinvolti abbiamo troppe braccia e non sappiamo dove metterle. I disinvolti invece hanno un numero adeguato di braccia e quando sono in mezzo a tanta gente, senza niente in particolare da fare, sanno perfettamente dove metterle e come usarle, conoscono la giusta postura, il movimento fluido. Noi che per natura non siamo disinvolti invece non lo sappiamo fare, tendiamo a credere di occupare troppo spazio, di essere ingombranti, di affollare più del lecito con la nostra sola superficie corporea. Noi che per natura non siamo disinvolti pensiamo di non meritare tutti quei centimetri cubici. Soprattutto pensiamo che le braccia, con il loro raggio potenziale d’azione, minaccino in ogni istante di occupare ulteriori centimetri cubici, moltiplicando a dismisura il nostro imbarazzo. Noi che per natura non siamo disinvolti ci sentiamo come i difensori moderni nel gioco del calcio, costretti dal nuovo regolamento sul fallo di mano a giocare in area di rigore con le braccia dietro la schiena, perdendo continuamente l’equilibrio, snaturando i loro movimenti, assomigliando a ridicoli birilli di plastica leggera in balia del vento.

Del tempo dei miei studi universitari ricordo una cosa che lessi nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, una cosa che diceva più o meno questo: il libro in questione, cioè il Tractatus, lo avrebbe capito solo chi in vita aveva già pensato i pensieri che vi erano espressi. In altre parole Wittgenstein diceva che il Tractatus è un libro precluso a tutti, a eccezione del suo autore, che è ragionevolmente l’unico che ha già pensato i pensieri che vi sono espressi. Allora mi ricordo che questa idea mi si incollò addosso per tanto tempo, e tendevo ad applicarla a ogni libro, non solo quindi ai libri di logica filosofica, ma anche ai romanzi, e quindi tutti i libri mi apparivano pressoché incomprensibili, perché tutti i libri potevano essere veramente compresi solo da chi in vita aveva già pensato o vissuto i pensieri e le storie che vi erano contenuti. Per salvarmi il gusto della lettura allora cercavo di accontentarmi di quel poco che di ogni libro comunque avrei capito, tendevo quindi a considerare il libro come una tovaglia scrollata, o meglio come le briciole cadute dalla tovaglia scrollata, e tendevo a considerare il lettore più o meno come un cane affamato che si fionda sotto le gambe del tavolo in cerca degli avanzi del pasto e lecca il pavimento con furia e avidità. Anche questa immagine del cane lettore mi è rimasta incollata addosso da quei tempi, perché è esattamente così che mi percepisco ogni volta che cerco di entrare in un libro, so già che mi dovrò accontentare di molto, molto meno di quanto vorrei, e so che non sarò all’altezza, e sento il peso dello sguardo misericordioso dell’autore che mi sorveglia dall’alto con gli stessi occhi frementi e impietosi di Wittgenstein. Il vero problema mi si è posto quando ho iniziato a scrivere, perché quella stessa sensazione l’ho provata anche rileggendo le cose che avevo scritto. Allora mi chiedevo come fosse possibile. Essendo io l’autore, avevo senz’altro già pensato i pensieri che in quegli scritti erano espressi! Eppure rileggere quei pensieri non era la stessa cosa dell’averli formulati. C’era sempre qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che nel passaggio dalla trascrizione alla cognizione andava perduto. E mi chiedevo dove vanno a finire queste porzioni di senso, queste tare, queste sottrazioni che rendono la lettura un’attività per gente con una fame nera, una fame da cani. Sarà per questo che leggere non piace quasi a nessuno.

Voi sapete qual è il delitto peggiore di questo tempo? È l’abolizione della complessità. Tutto è semplice, simplex, senza piega né doppiezza. Le cose senza piega né doppiezza sono le cose svelate, quelle sulle quali non ci sono misteri, su cui non c’è più niente da cercare, sono le cose che bastano di per sé, e che perciò non richiedono sforzi, sono state già viste per noi da qualcun altro, sono state pre-viste. E se davanti alle cose pre-viste si prova a dire: “Bè, però, guardando bene, c’è un tono grigiastro”, nessuno ti sta a sentire. Bianca. È bianca. Oppure nera, è nera. E questo rende tutto scadente, grossolano, effimero. Pure i drammi peggiori, come quest’ultima specie di guerra, o come quest’ultimo omicidio stradale, o come quest’ultimo bambino morto tra un continente e l’altro. Come quest’ultima cosa QUALSIASI. Io più ci penso e più mi convinco che questo è il male. E se il progresso umano, la politica, la comunicazione, le relazioni sociali, se tutto va nella direzione della sintesi, dell’iconicità, forse il pensiero doveva incamminarsi nella direzione opposta, affinare un senso per compensarne un altro. Invece tutto è rapidamente ingurgitato, digerito, espulso. E non resta niente, solo una fame macabra e continua.

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