Archive for the 'Sconfinamenti' Category

Nessuno muore di lavoro

21 novembre 2017

In Germania si sta mettendo in discussione il limite stabilito per legge delle otto ore di lavoro giornaliere. Si definisce questo limite “obsoleto”, perché nell’epoca digitale “le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail”. Visto che attraverso i mezzi digitali si è realizzata una commistione tra vita privata e lavoro, i cui confini sono sempre più labili, per non dire che sono definitivamente aboliti (questo varia ovviamente da lavoro a lavoro), l’idea tedesca non è tanto di ridiscutere un limite, quanto di abolire l’idea stessa di porre un limite. Il lavoro coincide con la vita, come se nella vita non esistesse altro che il lavoro. Non solo il limite, ma il concetto stesso di orario di lavoro è obsoleto. Eppure ancora oggi costituisce, salvo poche e lungimiranti eccezioni, il fondamento che sta alla base di qualsiasi organizzazione del lavoro. Un sistema che si fonda sul principio che il datore di lavoro acquista dal lavoratore una particolare capacità produttiva (quella “merce speciale” – come la chiamava Marx – “che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo”). In realtà, ciò che il datore di lavoro acquista dal lavoratore è il tempo, e non la prestazione. E questo “prodotto” non può essere ora ridotto, per i saggi di Germania, a solo un terzo delle ventiquattro ore. Ora il datore di lavoro pretende di acquistare il pacchetto completo, le ventiquattr’ore, ossia la vita intera del lavoratore. L’idea che una persona felice possa lavorare meno e meglio, e quindi essere più produttiva, è un’utopia destinata a restare tale. La civiltà in cui ci è toccato vivere diffida del tempo libero. La rivoluzione digitale sta spingendo le cose in questa direzione. Una persona che ha molte ore a disposizione fuori dal proprio lavoro viene vista con sospetto. Ancora oggi questa etica del lavoro subisce l’influenza di valori religiosi antichi di millenni (nella Bibbia il lavoro è la punizione per i peccati dell’uomo, e un riformatore come Lutero sosteneva che “nessuno muore di lavoro; sono piuttosto l’ozio e la mancanza di occupazione a rovinare il corpo e la vita”). Sulla carta d’identità è riportato il nostro lavoro, quando moriamo o ammazziamo qualcuno o perveniamo agli onori della cronaca, prima ancora di chiamarci per nome, ci definiscono in base alla professione: “Idraulico uccide la madre e va a costituirsi”. Perché allora dovremmo mai continuare a mascherarci da qualcos’altro per sedici ore al giorno, fingere di non essere ciò che il mondo vuole che siamo, impiegati, artigiani, commessi, avvocati, amministratori delegati, magazzinieri, autisti, piloti, poveri stronzi, o quel che sia?

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Attacchiamo un ciccione a un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto

31 ottobre 2017

1994. Carmelo Bene, durante il Maurizio Costanzo Show: “Io non ho mai picchiato nessuno, ma mi sarebbe piaciuto. Ma bisogna esistere per picchiare qualcuno”.

2011. Red Ronnie viene ingaggiato da Letizia Moratti per curare la comunicazione nella campagna elettorale che avrebbe eletto Pisapia sindaco di Milano. La rete si scatena, ventiquattr’ore di insulti, feroci ironie, disprezzo. L’immagine di Red Ronnie ne esce devastata.

2016. Tiziana Cantone si impicca con un foulard nella cantina di casa. Da un anno e mezzo era vittima di una gogna infernale a causa di un video hot che la vedeva protagonista finito in rete a sua insaputa.

2017. La carriera trentennale di Kevin Spacey, attore di Hollywood tra i più talentuosi della sua generazione, va in pezzi. Non per via di un fatto concreto, un episodio accaduto trent’anni fa la cui portata penale sarebbe da valutare nella sola sede opportuna, ossia in giudizio (ammesso ovviamente che si possa fare a trent’anni di distanza dai fatti), e sul quale qui non è il caso di discutere. Bensì – dettaglio fondamentale – dalla sua portata morale, e dal pestaggio collettivo che ne consegue.

“Volevo solo riuscire ad arrivare fin qui per farmi ascoltare da voi. Per costringervi almeno una volta nella vostra vita ad ascoltare davvero qualcuno invece di starvene lì a far finta di farlo. Vi accomodate a quel tavolo, guardate verso questo palco e noi… noi ci mettiamo subito a ballare, a cantare, come dei pagliacci. Per voi non siamo delle persone, voi non ci vedete come degli uomini quando siamo qui, ma della merce. E più siamo falsi e più vi piace perché è la falsità l’unico valore ormai, l’unica cosa che riusciamo a digerire. Anzi no! Non l’unica, il dolore e la violenza: accettiamo anche quelli. Attacchiamo un ciccione ad un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto”. (Black Mirror, Stagione 1 – Episodio 2, 15 milioni di celebrità)

Preparatevi a difendervi fisicamente

31 agosto 2017

Non dico niente di nuovo, però lo dico. È ormai qualche anno che scrivo sul web, fin dall’inizio ho tenuto d’occhio con particolare attenzione il fenomeno degli hater, mi incuriosiva il pensiero di una persona che la mattina va in ufficio, timbra il cartellino, sale al quarto piano, fa una sosta davanti al distributore automatico, infila una chiavetta ricaricabile e seleziona la solita bottiglia di Ferrarelle da 0,50, poi entra nella stanza, apre le finestre, accende il cellulare di servizio, il computer, infila una pen-drive, si toglie la giacca, la lancia sull’appendiabiti e sprofonda nella poltrona. E qui, lontano dal caos di casa sua, dall’oscena stupidità dei discorsi tra colleghi, diventa Erik Maulberzius, ma solo perché nell’ultima settimana ha scelto di essere Erik Maulberzius (per dire, la settimana prima è stato ReKing, e quella prima ancora Rob Halford). E questo accade di norma tutti i giorni della sua routinante vita senza che nessuno sappia niente della sua doppia vita, a eccezione del controllo remoto della rete locale che gestisce tutti i pc della società per cui lavora, ossia un gruppo di informatici annoiati e disgustati che opera in una sede lontana dalla sua e che ogni tanto prende il controllo del puntatore del mouse e apre e chiude le finestre sul suo desktop, facendo più o meno gli stessi scherzi che Erik immagina faccia Dio per manifestare la sua presenza giocosa. Nei panni di Erik Maulberzius il nostro uomo martella, infierisce, dilaga negli spazi della rete, prediligendo i social network e i grandi portali di informazione, dove posta commenti al vetriolo sotto qualsiasi genere di articolo o post che tratti qualsiasi genere di argomento, dalle attiviste palestinesi perseguitate per le proteste pacifiche in Cisgiordania ai concorsi truffa all’università, dall’impennata dei tassi di interesse sul mercato interbancario cinese ai rendiconti del re di Spagna, dal caro benzina agli attraversamenti del canale di Sicilia. La sua bulimia divulgativa si nutre di disprezzo, i suoi commenti sono gigantesche sfuriate che occasionalmente generano orrendi putiferi, sfarzose gazzarre che rimbombano nell’acquario della rete e che nutrono il suo livore. Ogni materia gli dà occasione di misurarsi su un piano polemico, anche se non ha mai praticato prima quella materia né se ne è mai minimamente interessato. L’odio è dentro di lui come un fatto naturale, odia con la stessa inconsapevolezza con cui respira, con la stessa incoscienza con cui i suoi polmoni trasportano l’ossigeno atmosferico ai fluidi corporei, non è cioè al corrente di possedere in qualche parte di sé un organo preposto all’odio come non ha la percezione di essere dotato, in quanto vertebrato evoluto, di un mosaico di cellule specializzate che formano quelle piccole sacche d’aria chiamate alveoli. Erik Maulberzius – e prima di lui ReKing, e prima ancora Rob Halford – è un organismo che odia a dispetto di sé e della propria coscienza. Oggi però, dopo qualche anno che tengo d’occhio Erik Maulberzius, posso dire che Erik Maulberzius è diventato qualcosa di peggio. Innanzitutto si è tolto la maschera e si fa chiamare col suo vero nome, Piero Giancotti (nome di fantasia); ha una foto profilo che corrisponde alla sua vera faccia; posta spesso e volentieri immagini dei figli; non nasconde più le cose che ama (prima mostrava solo le cose che odia). Nonostante ciò è diventato ancora più aggressivo, rabbioso, sfrenato, amorale, disgustoso. Non teme più di apparire per ciò che è realmente. Ha, per così dire, perduto la sua unica ricchezza, che era la vergogna. Ma lui non lo sa, perché ciò che io chiamo “vergogna” in cuor suo era codardia; inammissibile, ignominiosa codardia. Essere passati da Erik Maulberzius a Piero Giancotti, ossia aver perduto la vergogna (e non avere più bisogno di essere codardo) è un mutamento sostanziale che traccia un’importantissima evoluzione sociale. Ma non è l’approdo, è un passaggio. Il punto di arrivo di questo processo sarà dato quando avverrà il salto dal web al mondo tangibile, quando la violenza verbale diventerà violenza fisica, quando all’insulto si sostituirà il randello. La violenza scaturisce da un’idea di odio che viene propagata attraverso un atto verbale a cui fa seguito un gesto fisico. Ci sono in giro idee politiche fondate su una costruzione convergente dell’odio. Sono ormai idee ampiamente maggioritarie. E l’odio, una volta aggregato, deve avere uno sbocco. Non resteremo ancora per molto a insultarci su queste superfici di biossido di silicio. Preparatevi a difendervi fisicamente da Piero, che dopo aver perso la vergogna e la codardia, vorrà perdere anche il freno del progresso morale che per tutta la vita gli ha impedito di pestarvi a sangue. Temo che non manchi molto.

L’originalità è la morte

26 luglio 2017

Prendiamo le foto che scattano i turisti, per esempio, al cospetto della torre di Pisa. Quel genere di foto in cui il turista si pone a una certa distanza dalla torre di Pisa per fare in modo che nell’inquadratura sembri che la torre si sia rimpicciolita e che il turista la stia sorreggendo con la mano. Oppure quel genere di foto in cui il turista sembra stringere il sole tra pollice e indice. Le varianti sono molteplici, il principio è il medesimo. Ragioniamo non tanto sulle varianti, quanto sul principio. Ragioniamo sul fatto che il principio scaturisce – in origine – da quello che si può definire come un ‘colpo di genio’, ossia un’idea eccezionalmente semplice alla quale nessuno tuttavia aveva mai pensato prima. E ragioniamo su quanto i colpi di genio siano soggetti a deterioramento. Oggi nessuno è disposto a riconoscere la qualità del genio al turista in posa in piazza dei Miracoli a Pisa con la mano tesa e la torre sullo sfondo. Anzi, oggi la cosa appare del tutto banale, insulsa, un’idea grossolana e di cattivo gusto come lo sono in definitiva un po’ tutte le cose che circondano il turismo di massa. Eppure il primo che ha pensato di poter scattare una foto di quel genere dev’essere stato a suo modo un genio creativo. Il primo e l’unico. O al limite lui e la sua idea, altrettanto acuta. Il colpo di genio, ovvero l’idea eccezionale, ingegnosa e totalmente inconsueta, quando ha successo presso gli uomini subisce un destino bizzarro, una nemesi: diventa dozzinale, simbolo stesso di mediocrità. Alcune opere di Banksy, come la bambina col palloncino a forma di cuore, o il lanciatore di fiori, sembrano destinate a subire la stessa sorte, diventare immagini altrettanto abusate, al punto che oggi postarle, per esempio, su un social, denota quantomeno scarsa originalità (e forse, se guardiamo la cosa secondo ciò che si potrebbe definire “il mandato artistico”, proprio questa progressiva e inesorabile perdita di originalità è ciò che conferisce senso e funzione all’opera di Banksy e alla sua idea originaria). In definitiva non esiste l’originalità – se esiste è quella che Karl Kraus chiamava “un’originalità per difetto che non è in grado di librarsi sino alla banalità” – perché nel momento stesso in cui l’originalità si rivela, essa svanisce. Come certi corpi riesumati dei quali, si dice, per un istante si riesce a intravedere il volto incorrotto, e che un istante dopo, una volta venuti in contatto con l’ossigeno, si polverizzano. Nelle arti visive l’originalità a ogni costo ha reso il panorama artistico contemporaneo un mare conforme di anticonformismo. L’originalità è la morte.

In realtà non sono mai esistito

10 febbraio 2017

Uscito ieri su doppiozero.

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Ho letto oggi, com’è – credo – dovere di tutti, la lettera d’addio scritta da un uomo di trent’anni morto suicida. L’uomo si chiamava Michele, era friulano, e i giornali, in gran parte, si sono affrettati a qualificarlo come “trentenne precario”, condensando in due parole la totalità del suo essere.

L’anno scorso, in occasione dell’incidente ferroviario tra Andria e Corato, i giornali online pubblicarono articoli con titoli come: Antonino che voleva fare l’esame, il contadino centrato da una scheggia, Jolanda che doveva sposarsi. Un’abitudine giornalistica molto in voga, questa, quando si è esaurita la cronaca e occorre dare un volto alle vittime. Si considera l’esistenza di una persona come la somma di tanti frammenti del reale, si scelgono i più levigati, i più facili alla comprensione, e si lasciano vibrare sotto gli occhi del lettore. La gente muore, e già la morte di per sé non la si può ridurre a due parole allusive. Ma la vita, la vita tutta intera, la massa indifferenziata di cose, di eventi, di fenomeni, di esperienze, di situazioni, di avventure, di momenti, la vita come la si riassume in un titolo di giornale? Al che, di fronte a titoli come quello, mi feci qualche domanda. Che direbbero di me – mi chiesi – nel caso crepassi in una sciagura nazionale? Di tutte le rogne, le allegrie, le monotonie, le fissazioni, le categorie e i gradi, i tripudi (pochi) e le afflizioni (tante) in cui sono impelagato giorno per giorno, quale l’avrebbe vinta?

Ebbene, nel caso di quest’uomo che si chiamava Michele, l’ha vinta la tipologia di contratto con cui, presumo, ha avuto (o non ha avuto) le sue occasioni professionali (nella lettera accenna al fatto che fosse un grafico). E l’ha vinta la sua età anagrafica. Precario, trentenne. Fine.

Larga parte di questa scelta giornalistica deriva dal post scriptum della lettera, in cui Michele chiosa: “Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”, alludendo allo sciagurato giudizio che diede Giuliano Poletti nel commentare la fuga di centomila giovani italiani all’estero in cerca di lavoro. “In alcuni casi è un bene non averli più tra i piedi”, disse Poletti. Insomma, il giornalismo italiano, e di conseguenza i commenti sui social, nei bar (sembra straordinario, ma ci sono bar in cui si discute ancora dell’attualità), si sono allineati su questa chiave di lettura.

Il fatto è che di tutte le possibili chiavi di lettura, ammesso che sia possibile scovare nella lettera d’addio di un suicida una chiave di lettura che abbia un minimo di senso, questa è la più facile: trent’anni, precario, si uccide perché in questo paese non c’è futuro.

Ma io so che quando si tratta di indagare nelle motivazioni di un suicidio è sempre bene non avere certezze. In realtà sarebbe bene non indagare affatto. Trovo già così complicato, assurdo, impossibile, tirar fuori chissà che dalla testa di un uomo che opta per una scelta qualsiasi tra le migliaia di scelte che ci troviamo a dover fronteggiare ogni giorno della nostra vita, figuriamoci far la diagnosi a qualcuno che ha fatto la scelta più radicale di tutte. Ma tant’è. Oltre a essere stufo di fare colloqui di lavoro come grafico (da che, deduco, Michele non era neppure un precario, ma un disoccupato), egli scrive di essere “stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere […], stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità”.

Michele, dunque, oltre che col ministro Poletti, se la prende con la sfortuna dei sentimenti, con una generica indeterminatezza della sua esistenza, con la propria stessa sensibilità. Qualcosa di molto più complesso, quindi, di un generico (ma certo sensazionalistico) j’accuse generazionale sulla mancanza di lavoro in questo paese, sul disastro economico, sociale, culturale di una nazione e di un tempo storico.

Questioni, queste ultime, che sono già enormemente complesse di loro, ma che sono infinitamente meno complesse se paragonate alla configurazione umana di una mente speculativa dotata di percezioni acutissime e capace di scandagliare la realtà oltre i fatti meramente economici. Fatti che determinano (certo) la sopravvivenza di un cittadino al giorno d’oggi, ma che riguardano la sopravvivenza organica, la parte vile del problema, se vogliamo, tra le più importanti, certo, ma pur sempre una parte, e non l’unica parte.

La mia opinione è che abbiamo occhi per il mondo e nessuno sguardo per quel prodotto chimico che è l’intelligenza delle persone. Diamo peso ai fatti e non alle sensazioni. Viviamo in un secolo di spietato realismo in cui se un uomo decide di ammazzarsi è per colpa del sistema sociale, delle politiche del lavoro, delle aspettative, perché sappiamo guardare solo in quella direzione, e siamo convinti che le qualità di un uomo derivino dal posto che egli occupa in questo complicato sistema. Preferiamo stabilire in fretta l’identità di una vittima sulla base della sua posizione nella scala sociale; e non attribuiamo qualità umane, ma qualifiche pseudo-professionali. Ma è un modo, questo, iper-veloce per affrontare la questione, un modo per rimuoverla in fretta, senza averla non dico risolta, ma neppure scalfita. Dare la colpa a un governo, a un sistema socioeconomico, a una generazione che ne ha affossata un’altra, è dare la colpa a tutti, e quindi a nessuno, è infiacchirsi in uno stato, come io penso, di assoluta irresponsabilità, ossia di esenzione da una qualsiasi responsabilità, anche la più remota.

Ma voglio provare a ribaltare il punto di vista per afferrare il problema dalla parte opposta. Perché il problema va in ogni caso afferrato, e non voglio dire che l’essere un disoccupato di lungo corso non abbia il suo peso nello scivolamento verso un dirupo depressivo così spietato. Voglio dire che si è disoccupati di lungo corso anche perché l’universo sociale in cui viviamo non tiene conto delle qualità sensibili delle persone, ma solamente delle loro qualità materiali: il saper fare, più del sapere o del sentire.

Eppure conosco molte persone che svolgono lavori completamente soprannaturali, ossia lavori che non richiedono sforzo intellettuale e neppure fisico, ma solo cieca abnegazione. Lavori che rispondono a logiche senza scopo, o meglio, lavori che nello sfilacciamento dei processi produttivi hanno perduto l’aggancio con quello che è lo scopo ultimo di qualsiasi lavoro: la fornitura di un servizio, sia esso un prodotto o una prestazione. Lavori in cui non conta più nemmeno il saper fare, laddove già non contava il sapere né il sentire. Lavori dunque che smaterializzano l’intelligenza delle persone, che rendono gli uomini schiavi dell’illogicità, lavori spaventosamente inutili.

L’incontro di un’intelligenza speculativa con questi non-lavori crea il medesimo cortocircuito che viene descritto da Michele nella sua lettera d’addio: “Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente”.

Dunque siamo sicuri che le sue siano parole che arrivano, come si legge da più parti, direttamente da chi ha vissuto sulla propria pelle il “dramma della precarietà”, e non riguardino invece qualcosa di molto più ampio, intricato e multiforme? Siamo sicuri di potercela cavare rubricandola come “la lettera d’addio di Michele, trentenne precario che si è tolto la vita”?

Mentre scrivo questa cosa, sto leggendo Un bambino, ultima parte dell’autobiografia di Thomas Bernhard. C’è in una pagina del libro un passaggio in cui Bernhard dice: “Volevo morire. Ma la cosa non era così semplice. Provavo ad assumere un comportamento degno di un vero uomo. Mi condannavo al massimo della pena. Non alla pena di morte ma al massimo della pena, sebbene io stesso non sapessi con precisione in che cosa il massimo della pena potesse consistere, e subito dopo tornava in me la consapevolezza dell’assurdità di questo gioco infernale”. Voler morire e condannarsi al massimo della pena può voler dire due cose opposte. Il massimo della pena per un suicida è vivere – “un comportamento degno di un vero uomo” come sottolinea, non senza un velo di macabra ironia, Bernhard.

Ma… “non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito”, ribatte Michele, in questo dialogo che ora prende forme assurde, sovratemporali, una comunicazione che risuona dentro il campo tutto immateriale della letteratura.

Cosicché oggi il nostro tempo non fa i conti con una protesta estrema, con un drammatico sberleffo, con il suicidio di un dissenziente, un uomo che c’era e che ora non c’è più. Oggi è molto peggio di quanto pensiate: oggi si fanno i conti con ciò che non c’è mai stato; con l’inesistente.

Provate ad affrontare questo.

Ma esistono ancora i giganti?

22 novembre 2016

Uscito ieri su Rivista Studio

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Il 30 maggio 1978 un uomo dalla statura compresa tra i 213 e i 226 centimetri (le testimonianze su questo punto sono discordanti) sfida in Giappone, nella finale dell’edizione annuale del Madison Square Garden Tournament, il campione di wrestling Antonio Inoki. Inoki è il dio che si china sulle umane creature, dotato di forza, nobiltà e di una certa bellezza. Un eroe indiscutibile, una specie di Omar Sharif del ring. Il colosso è un francese di trentadue anni, ex agricoltore e operaio, di nome André Roussimoff, meglio noto come André the Giant.

L’incontro dura venti minuti. Nei primi dieci, the Giant non fa che tentare di spezzare il braccio sinistro di Inoki eseguendo un’interminabile leva articolare. Inoki non sa come difendersi e, se il wrestling fosse vera lotta, il suo arto sarebbe già appeso a un gancio dell’infermeria. Ma il wrestling è una delle mille declinazioni dell’arte circense, e nessuno si fa male. A un certo punto l’incontro si fa più serrato. I continui ribaltamenti di fronte, il susseguirsi di leve, le prese di sottomissione, le torsioni praticate tanto dal campione giapponese quanto dallo sfidante, hanno lo scopo di far apparire equilibrato un duello che, stando alle semplici regole della natura, risulterebbe impari. Poi the Giant decide di scaraventare Inoki sui fotografi, trasformando il match in una rissa a tutto campo. È il caos. Ossia l’unica circostanza che Inoki può sfruttare per volgere la sorte a suo vantaggio. Così, mentre the Giant cerca di svitare la testa a uno degli aiutanti del campione, Inoki, quatto quatto, riguadagna il centro del ring.

Nel wrestling l’arbitro ha la facoltà di conteggiare il tempo che uno dei lottatori trascorre fuori dal quadrato. Arrivato a dieci, può decretare la vittoria del wrestler che invece è rimasto al proprio posto. Si chiama “countout”. The Giant scavalca di nuovo le corde, con una testata getta Inoki al tappeto e si lascia precipitare su di lui a corpo morto. Il giapponese lo schiva per miracolo e corre a rifugiarsi ancora lontano dal ring. Ma ormai il match è finito. L’arbitro salta giù e proclama Inoki vincitore. The Giant resta solo sul quadrato, è attonito e ha lo sguardo perso nel vuoto. Non sa cosa sia successo, urla qualcosa verso il pubblico. Si appoggia alle corde. Solo a quel punto capisce di essere stato sconfitto.

L’incontro che ho appena descritto è la cosa che per me meglio risponde a una domanda che negli ultimi tempi mi è ronzata per la testa, e che ha a che fare con la recente assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Una di quelle sulle quali è forse inutile perdere il sonno, ma che in un certo senso, una volta meditate, contribuiscono a chiarirci le idee su alcune questioni che riguardano il nostro tempo. La domanda è: nel mondo livellato, compresso, iperconnesso in cui viviamo, esistono ancora i giganti?

Quando il 13 ottobre del 2016 l’Accademia di Svezia ha insignito Dylan del massimo riconoscimento per la letteratura, il mondo si è scisso in due. Da una parte coloro che l’hanno giudicata una scelta coraggiosa ma legittima, dall’altra quanti invece rigettano l’idea che un cantautore possa essere equiparato a un letterato, anzi, che un cantautore sia addirittura ritenuto la principale autorità vivente nel campo letterario. Interpellato a tal proposito, Leonard Cohen ha espresso la sua: «Per me è come aver dato al monte Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo».

Cohen dice sostanzialmente che ribadire che una cosa è grande, quando questa cosa è indubbiamente grande, significa affermare un’ovvietà. In pratica nel giudizio di Cohen è contenuta una stoccata all’Accademia di Svezia, o perlomeno alla sua improvvida mancanza di fantasia, dal momento che appariva a tutti, già prima della fatidica data del 13 ottobre 2016, come una cosa assodata, indiscutibile, che Bob Dylan fosse il più grande. Naturalmente Cohen, nel sottintenderlo, si è posto tra coloro che ritengono Dylan non solo il maggiore cantautore del nostro tempo, ma anche la più alta autorità vivente in campo letterario. Cohen, insomma, afferma che nell’epoca in cui viviamo esistono eccome i giganti; o, quantomeno, ne esiste certamente uno.

Sulla medesima questione nel 2015 si sono interrogati alcuni studenti del Mit di Boston. “Chi sono i personaggi più influenti di tutti i tempi?”, si sono chiesti. Per fornire una risposta dotata di una certa attendibilità hanno creato una mappatura interattiva denominata Pantheon analizzando migliaia di dati dispersi nella rete. Nella classifica generale che hanno ottenuto, ai primi tre posti si sono classificati Aristotele, Platone e Gesù Cristo. Scorrendo le graduatorie per categorie si scopre che tra gli scrittori il podio è occupato da Omero, Shakespeare e Dante. Tra gli attori: Marylin Monroe, Bruce Lee e Charlie Chaplin. La particolarità che accomuna questi nomi è che sono tutti personaggi appartenenti ad altre epoche. Per trovare un personaggio che sia ancora vivo bisogna leggere la classifica dei musicisti, dove al terzo posto, dopo Jimi Hendrix e Bob Marley, compare, guarda caso, Bob Dylan.

È abbastanza ovvio sottolineare la parzialità di questo tipo di classifiche, ma ciò di cui si deve tener conto è che l’obiettivo della mappatura degli studenti del Mit non era stabilire oggettivamente i personaggi più rilevanti della storia, ma capire quali tra questi siano oggi percepiti come i principali, chiamiamoli così, influencer della civiltà contemporanea. È altrettanto ovvio che la distanza storica consente di determinare meglio l’impatto che l’operato di un personaggio ha sulla nostra contemporaneità.

Tuttavia è ragionevole immaginare che nei futuri manuali di storia nessuno tra i presidenti americani che si sono succeduti dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy in poi comparirà dentro qualcosa di più di una scarna citazione. Barack Obama sarà ricordato per essere stato il primo presidente nero degli Stati Uniti, certo, ma non perché i suoi due mandati hanno inciso così profondamente nella vita collettiva di quel Paese. Lo stesso nome di George W. Bush, che ebbe la ventura di essere il presidente in carica l’11 settembre del 2001, non verrà tramandato ai posteri soffuso dell’albore che circonda il nome, per esempio, di Abraham Lincoln o di Franklin Delano Roosevelt. Allo stesso modo mi chiedo se, in una futura storia delle scienze, a un genio come Stephen Hawking verrà riservato lo stesso spazio di Archimede, Galileo, Newton e Einstein. E che dire di artisti come Damien Hirst, Marina Abramović e Jeff Koons? La forza della loro opera è assimilabile a quella di Giotto, Michelangelo e Picasso? E ancora, l’attuale campione del mondo di scacchi, il giovane norvegese Magnus Carlsen, saprà segnare un’epoca come fecero a loro modo Bobby Fischer e Alexander Alekhine? E i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco? Saranno annoverati tra i più significativi della storia della Chiesa?

L’impressione è che viviamo in un periodo storico tutto sommato trascurabile se paragonato ad altri periodi della storia umana. I personaggi pubblici che animano il nostro tempo non possiedono quell’energia propulsiva che sconvolge e migliora la società e che si propaga come un’onda oltre il presente e negli anni a venire. Eppure viviamo in un mondo in cui la media generale degli individui possiede talenti e saperi in misura infinitamente maggiore rispetto a quanta ne abbia posseduta la media degli esseri umani vissuti in qualsiasi altro tempo; ma in questo mondo nessuno è in grado di massimizzare, per così dire, il proprio dono. L’accesso diffuso alle risorse culturali non fa il genio. In sostanza non esistono oggi persone di così straordinarie doti intellettuali e morali, o di così enorme ingegno, che dominano incontrastati in un campo della letteratura, dell’arte, della scienza, della politica, e il cui talento verrà ricordato fra mille anni. A parte, forse, Bob Dylan…

Oggi esistono migliaia di scuole di musica in cui si può affrontare a vari livelli lo studio di uno strumento musicale; esistono altresì corsi di scrittura creativa in cui chiunque può dotarsi della cassetta degli attrezzi necessaria per ideare un romanzo o semplicemente per raccontare una storia. Le stesse scuole di musica non esistevano ai tempi in cui Elvis Presley imparava da autodidatta a suonare la chitarra e perfezionava il suo stile vocale ascoltando i cori gospel nella chiesa di Memphis, o se esistevano erano in numero assai minore rispetto a oggi. Così come non esistevano scuole di scrittura nella San Pietroburgo di Dostoevskij. C’è però oggi, rispetto ai tempi di Elvis e di Dostoevskij, un numero immensamente maggiore di musicisti professionisti e di scrittori che pubblicano con regolarità opere letterarie di grande pregio. Ma non c’è un gigante come Elvis; tantomeno un Dostoevskij.

La cosa che spiega forse questa apparente contraddizione è l’assenza, oggi, di un complesso di condizioni culturali, storiche e sociali ideale a far fermentare i talenti. È quindi la temperie la vera fucina dei giganti? O forse, più semplicemente, l’affermazione statistica che il genio nasce ogni cent’anni ci pone di fronte alla realtà banale e sconfortante che non viviamo nell’intervallo di tempo giusto per assistere all’agognato prodigio? E se poi il genio fosse in fondo come la pianta che fiorisce una sola volta nell’arco di un secolo, e quando fiorisce emana un odore che somiglia a quello della morte? E – ancora – se ammettessimo invece che i giganti esistono, ma sono sopraffatti dall’aurea mediocritas generale? Se il loro destino di esseri solitari, in un tempo magmatico come il nostro, fosse quello di soccombere penosamente nella folla indifferenziata?

Eric McLuhan, esperto in comunicazione ed ecologia dei media, nonché figlio di Marshall McLuhan, chiama la moltitudine raziocinante che orienta gli odierni dibatti sociali “folla elettronica”, e la definisce come una sorta di intelligenza collettiva senza corpi. Siamo tutti noi, o perlomeno quanti riversano quotidianamente informazioni nella rete. In uno scenario di questo tipo il genio solitario, ossia il condensato purissimo di talento, estro e immaginazione, viene stemperato, e tutto il suo potenziale disciolto come un confetto effervescente in un bicchier d’acqua. Il genio produce degli effetti sulla civilizzazione, ma si tratta di effetti senza paternità. Il paradosso è che nell’era dell’individualismo trionfa il genio impersonale.

Il gigante, quindi, è da solo sul ring della contemporaneità, attonito, e con lo sguardo perso nel vuoto, urla al pubblico ma nessuno lo ascolta, si appoggia alle corde, è sconfitto. Jonathan Swift fa pronunciare a Gulliver, una volta risvegliatosi nel paese di Lilluput, la frase: «Non cessavo di stupirmi per l’intrepidezza di quei minuscoli mortali, che s’avventuravano a scalare e percorrere il mio corpo mentre avevo una mano libera, senza tremare alla vista d’una creatura prodigiosa come dovevo io apparire ai loro occhi».

Si dice che André the Giant, quando si trovava in Giappone, fosse costretto a evacuare su un foglio di giornale, poiché per lui le toilette di quel Paese erano troppo piccole. Non riesco a concepire qualcosa di più triste dell’immagine di un gigante in una suite a cinque stelle che, a causa della propria natura, si trova obbligato ad accucciarsi su una pagina di giornale per espletare le proprie funzioni corporali. È la fotografia grottesca di una solitudine senza fine. Ma è anche qualcosa che – paradossalmente – ce lo restituisce in una dimensione umana. Ci fa tenerezza, perché in quella posizione il gigante è tale e quale a un bambino. Non ci spaventa più, non proviamo più soggezione per la sua mostruosa prestanza, arriviamo perfino a sentire dell’affetto per lui.

Dopo la sconfitta subìta contro Antonio Inoki molte cose cambiarono nella vita di the Giant. Alla fine degli anni Ottanta Shepard Fairey ne fece addirittura un’icona della street art. Vent’anni prima del celebre volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia, decine di migliaia di adesivi con la faccia di André e la scritta “Obbedisci al gigante” vennero fotocopiati, serigrafati a mano ed esposti in luoghi pubblici di tutto il mondo. Quando morì d’infarto, il 27 gennaio 1993, in un hotel di Parigi, André the Giant era ormai il lottatore più amato della storia del wrestling. La cosa non stupisce. In fondo, tra le qualità di cui i giganti possono vantarsi, ce n’è una che è ontologica: è la capacità di essere immensi.

Il pulcino pio XIII

7 novembre 2016

Guardando The Young Pope, con tutto il disincanto che mi provoca il cinema di Sorrentino, con tutta la collera che a tratti mi provoca il cinema di Sorrentino, penso che da qui alla fine della serie, lo dico senza aver letto la sceneggiatura e senza aver visto alcuna anteprima, anzi lo dico mentre ho appena finito di guardare la quarta puntata nel momento in cui il resto del mondo ha finito di guardare la sesta, lo dico ora insomma a scanso di equivoci, dico che secondo me, entro la fine della serie, Sorrentino, così come ha usato la canzone di Nada, che pure è bellissima e quel disco, Tutto l’amore che mi manca, lo comprai quando uscì nel 2004 e tuttora lo reputo tra le cose migliori uscite in Italia in quel decennio, dico che secondo me Sorrentino, in una delle puntate finali, infilerà una sequenza in cui, non so, un cardinale, il capo di stato della Transnistria, o lo stesso Lenny Belardo in arte Pio XIII, ascolta la canzone del pulcino pio come traslato del giovane Pio pontefice massimo, e confesserà che tutta la serie è nata dalla suggestione prodotta dall’ascolto della canzone, perciò la Madonna fa beee, e il toro muuu, e la mucca mooo, e la capra meee, e il cane baubau, il gatto miao, e il piccione trruu, e il tacchino glugluglu, e il gallo corococò, e la gallina coo, e il pulcino pio e il pulcino pio e il pulcino pio.

Un problema per la salute pubblica

31 ottobre 2016

Titoli dei giornali sportivi nella rassegna stampa dell’undicesima giornata del campionato di Serie A: “Milan, che battiBacca!”; “L’Inter si sQuagliarella”; “La Roma a Empoli è poco allupata”. I titolisti in questo paese stanno diventando un problema per la salute pubblica.

L’altra sera ho guardato Nightingale. Prima di guardarlo, come faccio sempre, ho cercato una scheda del film. Ho trovato questa che dice: “Nightingale impressiona subito tutti, l’idea è potente, singolare, coraggiosa: lo è per il plot, una storia dura, eppure tragicamente commovente, ma anche per la scelta di ambientare l’intero dramma in un’unica location (l’abitazione di Peter Snowden) e basandolo su un solo personaggio. Scelta reputata azzardata da alcuni ma che, grazie al coraggio di HBO e […] alla straordinaria interpretazione di Oyelowo, ha potuto tradursi in un prodotto per la TV originale e potente”.

Non so perché gli esteti di questo tempo giustificano spesso le cose belle come frutto di scelte coraggiose e azzardate, quando le cose belle derivano invece, credo, semplicemente dalla naturalezza dell’esser belli. Per gli esteti di questo tempo, tuttavia, i prodotti artistici funzionano al meglio quando rientrano nell’abitudine, nel procedimento automatico, o persino nel riflesso condizionato, quando si impone cioè il canone, ovvero l’immutabilità, il che contribuisce poi a creare il principale ostacolo a chi, di contro, voglia affrontare contingenze non previste, vie inesplorate, ossia compiere scelte ardimentose; precisamente il tipo di scelte da cui poi, sempre secondo gli esteti di questo tempo, scaturisce il bello coraggioso, potente, singolare. Io vedo in questo nostro tempo cervellottici sofismi.

Com’è amaro l’espresso ar Caffè der Progresso

16 settembre 2016

Qui c’è questa cosa che ho scritto per doppiozero.

La maceria

26 agosto 2016

La cosa che più mi impressiona dei terremoti è che nei terremoti crollano i soffitti, le superfici che ci riparano dal cielo, e a uccidere sono le case, i gusci o le tane degli uomini, i posti in cui si torna la sera, in cui si stipano gli oggetti e i beni che plasmano la nebulosa delle nostre vite, gli spazi di cui ci fidiamo sommamente. La cosa che più mi impressiona dei terremoti è che nei terremoti è come se ad ammazzarci fosse una cricca di madri impazzite.

Ho sentito parlare un uomo in Tv, ha detto che è andato a vedere la casa, e la casa era distrutta, ha detto che sulla casa c’era “la maceria”, ha insistito sulla forma singolare – maceria – anziché adoperare la forma più comune, quella plurale: macerie. Ha ripetuto “maceria” ancora due o tre volte, come se con quella parola additasse, e desse forma, a una precisa dannazione.

La disperanza

26 luglio 2016

“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.

Ma la vita, la vita tutta intera

13 luglio 2016

“Antonino che voleva fare l’esame, il contadino centrato da una scheggia, Jolanda che doveva sposarsi”. Al giornalismo contemporaneo piace raccontare così le storie delle vittime di un disastro ferroviario. Si tratta l’esistenza di una persona come la somma di tanti frammenti del reale, sceglie i più levigati, i più facili alla comprensione, e li lascia vibrare sotto gli occhi del lettore. La gente muore, e già la morte di per sé non la puoi ridurre a due parole allusive. Ma la vita, la vita tutta intera, la massa indifferenziata di cose, di eventi, di fenomeni, di esperienze, di situazioni, di avventure, di momenti, la vita come la riassumi in un titolo di giornale? Che diranno di me il giorno che creperò in una sciagura nazionale? Di tutte le rogne, le allegrie, le monotonie, le fissazioni, le categorie e i gradi, i tripudi (pochi) e le afflizioni (tante) in cui sono impelagato giorno per giorno, quale l’avrà vinta?

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