Il problema che abbiamo con le notizie, coi fatti di cronaca, con tutto ciò che accade sul fronte esposto della pubblica opinione, è che non badiamo più al nucleo caldo che chiamiamo “umano”, ma puntiamo alla nebulosa che lo avvolge, perché abbiamo bisogno di usare le persone per avvalorare la nostra idea di mondo o per svilire l’idea di mondo che hanno i nostri avversari. In questo modo ogni fatto che accade diventa politico. Non ci accontentiamo di pensare che il carabiniere ucciso è un uomo morto ammazzato, una vita che scompare, un nembo di cose passate, di esperienze e di affetti, di percezioni e di identità, un gioco profondo di differenza e ripetizione che si perpetua per un numero di anni e che poi, a un certo punto, si sgretola. Non ci interessa l’aspetto primario e determinante dell’umano, ma la nebulosa pubblica, l’apparenza, la materia malleabile, tutto ciò che si può distorcere a piacere. L’umano non è malleabile, l’umano è una verità incontrovertibile. E soprattutto l’umano non è politico. A me fa molta paura che la mia esperienza di vita, con tutte le sue indicibili complessità, possa in qualsiasi momento essere ridotta a un fenomeno politico, che la mia carne e la mia storia diventino il fossato di demarcazione su cui lasciare che infuri una battaglia, per una settimana o per un giorno. Eppure, a me sembra chiaro, siamo tutti disposti a seppellire l’umano che è in noi. Sono tempi in cui crediamo di esporre pubblicamente noi stessi e il nostro privato, ciò che profondamente siamo, per poi accorgerci che quando diventiamo interessanti per l’opinione pubblica, l’opinione pubblica si serve solo dell’apparenza di ciò che siamo, lasciando che tutto lo spazio profondo che ci rende unici e irripetibili resti inaccessibile. È per questo che se c’è una cosa in cui ancora credo, questa è la letteratura. Perché alla letteratura interessa il cuore di ogni esperienza, il nucleo che per sua natura è immodificabile. Andare lì in fondo a scovarlo è per me ancora un’avventura tra le più coinvolgenti.

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La settimana scorsa ho visitato il museo archeologico dell’Alto Adige dove è conservata Ötzi, la mummia del Similaun. La gente fa la fila per poter spiare per cinque secondi, attraverso uno stretto oblò quadrato, il corpo di un uomo vissuto cinquemila anni fa. Mentre facevo la fila per guadagnarmi i miei cinque secondi, ho pensato che, in linea di principio, fra cinquemila anni ognuno dei presenti nel museo, me compreso, potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione di Ötzi. Ma questo è un pensiero ricorrente, credo, tra le persone che fanno la fila per gettare un’occhiata al corpo marroncino e rattrappito di Ötzi. Ho pensato soprattutto al macrotempo, ossia ai quasi due milioni di giorni trascorsi da quando Ötzi è finito nel ghiacciaio del Similaun a quando nel settembre del 1991 è stato ritrovato dai coniugi escursionisti tedeschi Erika e Helmut Simon di Norimberga, un tempo durante il quale l’essere umano è passato dalle civiltà protostoriche mesopotamiche al Grunge; dagli imperi persiano, cinese e romano, allo scioglimento del Patto di Varsavia; dall’ascesa del Buddhismo, del Confucianesimo, del Cristianesimo, dell’Islam, a Pronto Raffaella; e mentre accadeva tutto questo, Ötzi era sempre lì, marroncino e rattrappito, nel fondo del ghiacciaio, immobile, apatico, distaccato. E la cosa a cui più di tutto ho pensato è: chissà che noia, che mastodontica, acuta, lancinante, sanguinaria noia è dover aspettare che si compia la storia del mondo.

In Let’s Play Two, il film che racconta i due concerti che i Pearl Jam hanno tenuto il 20 e 22 agosto 2016 al Wrigley Field, il tempio della squadra di baseball dei Chicago Cubs, si vedono degli uomini fuori dallo stadio. Indossano il guantone da ricevitore e guardano in alto verso la cima degli spalti. Si ritrovano lì a ogni partita casalinga dei Cubs per aspettare un fuoricampo. Uno di loro dice di venire lì da cinquant’anni. “Quanti fuoricampo hai preso?”, gli chiede una voce. “Nessuno”.

Si dovrebbe iniziare smontando le metafore sbagliate. “A casa mia faccio come voglio”. Ecco, bisogna chiarire un punto importante. Io non possiedo un contratto di proprietà o di affitto, né le chiavi della nazione. Ci vivo, ma da ospite, come tutti del resto. Non decido chi entra e chi esce, e se penso di poterlo fare è perché vivo nel torto e nella stoltezza della presunzione. Potrei farlo a casa mia, certo, ma il punto è che la nazione NON è casa mia. E quindi la politica usa una metafora deviante per dare fondamento a un’idea deviata. Non sono sovrano nella mia nazione, come mi fanno credere, aggettivo di valore superlativo che indica “colui che è posto più in alto”. Io non sono posto più in alto, sono posto TRA gli altri. Al limite potrei paragonare la nazione a un parco pubblico in cui ho diritto di trascorrere in pace le mie ore. Ma quel diritto lo hanno tutti, a patto di rispettare le regole di base, le stesse però che sono tenuto a rispettare anch’io, cosa che spesso dimentico. Confine è una parola che dà luogo. Tutte le parole danno luogo a qualcosa, per questo dobbiamo maneggiarle con cura. Quella traccia arbitraria che chiamo confine non è la siepe del mio giardino, è l’inizio del mondo. Qualche volta dovrei ricordare che è una cosa molto più vasta e interessante di me.

Una delle osservazioni che mi sento fare più spesso dai lettori de L’uomo che trema è: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai avuto un’esperienza di depressione”. Ciò che mi interessa in questo genere di affermazioni, al di là del giudizio di valore, è che nessuno credo abbia mai detto a Camus: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai ammazzato un arabo”. Il punto non è la distanza che corre tra noi e l’avventura che leggiamo, o il grado di immedesimazione che avvertiamo rispetto ai protagonisti della nostra avventura. Il punto è: perché i lettori che non hanno mai sofferto di depressione, nel momento in cui leggono la mia storia di depressione tendono a precisare di essere, per così dire, estranei alla faccenda? È come se dicessero: “In fondo mi è piaciuto per un po’ guardare il mondo con i tuoi occhi da depresso”. Questa ammissione di compiacimento – e al contempo questa presa di distanza – non avvengono quasi mai quando si ha a che fare con la narrativa d’invenzione. NON sto scrivendo questa riflessione con l’intento di mettere a confronto il mio libro con quello di Camus, e di questi tempi non è mai troppo prudente ricordarlo. Ciò che voglio dire è che i lettori de Lo straniero apprezzano il libro, al di là dei suoi giganteschi meriti letterari, senza sottolineare che in vita loro non hanno mai fatto concretamente l’esperienza di Meursault, perché sanno fin dal principio che stanno leggendo una storia di fantasia. Al contrario, i lettori di un’opera letteraria autobiografica tendono a sottolineare la loro differenza e unicità rispetto a quell’opera, perché avvertono che dall’altra parte non c’è solo un libro, ma c’è un essere umano, un vivente che ha fatto esperienza di ciò che racconta (è fin troppo ovvio ricordare che l’essere umano c’è sempre, anche nella storia di fantasia, e c’è sommamente nell’opera di Camus). Ora resta da capire perché, come uomini, siamo disposti a lasciarci andare tra le braccia di ciò che è dichiaratamente falso, molto di più di quanto siamo disposti a fare quando ci troviamo al cospetto di un’ammissione di pura verità. In sostanza, perché accettiamo senza riserve ogni menzogna ben raccontata e restiamo così cauti e sospettosi di fronte all’aspra realtà? E se fin qui non ve ne siete resi conto, il mio non è un interrogativo di natura letteraria. È molto di più.

Più invecchio, più passo gran parte delle mie giornate rinchiuso nel grattacielo in cui lavoro, più passo una parte del resto delle mie giornate rinchiuso in macchina per andare da casa al grattacielo in cui lavoro e viceversa, più passo un’altra parte del resto delle mie giornate rinchiuso in casa una volta tornato dal grattacielo in cui lavoro, più passo un’altra parte ancora delle mie giornate rinchiuso in un computer portatile dopo essere tornato a casa dal grattacielo in cui lavoro, insomma, più invecchio e più mi rinchiudo, e dalla mia chiusura guardo, guardo un mondo di cose chiuse, un mondo di vite ancora più chiuse, di vite sigillate, di menti arse dal desiderio di essere e di restare chiuse, di volontà chiuse, di svogliatezze, di indeterminazione, di nessuna propensione, e tutto questo, tutta questa abbottonatura che c’è intorno e che percepisco dentro e vicino e lontano da me in ogni istante della giornata, non è che uno stordimento collettivo, una narcosi generale, una smania di anticipare il tempo della sicurezza somma e inalterabile, la chiusura a piombo della cosa a cui in ultimo tendiamo senza volercelo mai dire fino in fondo: del sarcofago. Guardatevi in giro, non è che questo.

Stamattina guardavo la televisione, c’era Simone Cristicchi che raccontava di Benito Jacovitti. Cristicchi ha detto che da ragazzo cercò sull’elenco del telefono di Roma il numero di Jacovitti, lo chiamò e gli disse che voleva conoscerlo. Jacovitti gli rispose: “Vieni mercoledì”, e riattaccò. Cristicchi andò mercoledì. Ha detto che sul cancello della casa di Jacovitti c’era scritto “Attenti al dromedario”. Non ha detto a che ora andò a casa di Jacovitti, sebbene a quel punto mi sembrasse un elemento importante del racconto, visto che Jacovitti aveva detto “Vieni mercoledì”, senza specificare l’ora. Così mi sono chiesto a che ora sarei andato io se fossi stato Cristicchi. E dopo tanto pensare ho concluso che sarei andato alle quattro e mezza del pomeriggio. E questo perché se c’è un’ora del giorno armoniosa e bilanciata, un’ora del giorno – per così dire – euclidea, per me quell’ora è le quattro e mezza del pomeriggio. Quindi se mi dite che ci vediamo mercoledì, io che sono una creatura razionalmente rigorosa, geometrica, assennata, io arrivo alle quattro e mezza del pomeriggio.

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