L’altro giorno ho detto a mio figlio: “Facciamo un po’ di ginnastica”. Ci siamo messi a piedi scalzi sul tappeto verde davanti alla televisione e abbiamo iniziato a fare i piegamenti sulle gambe. Gli ho raccomandato di stare dritto con la schiena, ma non riusciva a stare dritto. È in quell’età in cui il corpo se ne va ancora per i fatti suoi, e lui lo porta come se fosse un vestito troppo grande. Mentre stavamo là sul tappeto a fare i piegamenti, mi è andato l’occhio sull’anta a specchio della libreria. Nello specchio c’ero io e questo bambino che m’assomiglia, entrambi intenti a fare i piegamenti. Un’immagine tutto sommato spensierata. Io guardavo nello specchio, e nello specchio c’era lui che guardava me sforzandosi di imitare la mia postura. Ho sentito forte una sensazione, l’impressione fugace di essere immerso in un flusso di tempo, di scorrere, e mi è sembrato di sentire la sua voce da grande che tenta di ricordare. Allora ho pensato che non voglio perdermi niente, nemmeno queste giornate messe in fila sul davanzale come bottiglie vuote ad asciugare.

Saranno settimane di solitudini in cui entreremo in intimità con noi stessi in forme nuove. Scopriremo aspetti di noi che non immaginavamo, sarà un viaggio nell’io più profondo. Per qualcuno non sarà una novità, per qualcun altro sarà un’esperienza inaudita. Essere in intimità con se stessi e con certi lati arcani di sé è come mettere piede in una radura astratta, verdissima e infestata di belve. Andiamo incontro al mese in cui si fa viva la primavera, giurate una cosa a voi stessi: che in questo tempo misterioso che ci tocca vivere avrete rispetto di voi, che vi conserverete in forza e in apparenza, che non curerete il silenzio esteriore del mondo con l’incuria interiore, che dormirete il giusto e vi alimenterete al meglio, che farete ogni giorno quello che serve per restare belli.

Da quello che sembra durerà a lungo, da quello che già intuiamo sarà qualcosa che ricorderemo per anni, una mutazione così pervasiva delle nostre giornate, del nostro modo di vivere. Quello che so è che quando ci si ritrova al cospetto di una vasta mutazione delle condizioni ordinarie di vita, le storie prolificano. E quando si torna all’ordine, si viene assaliti dalla voglia di raccontare quelle storie. L’esplosione letteraria del secondo dopoguerra nacque da questo, dalla volontà e dal desiderio di raccontare ciò che si era vissuto. Ce lo dice Calvino nella famosa prefazione per la riedizione del ’64 de Il sentiero dei nidi di ragno:

L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare […]. Ci muovevamo in un multicolore universo di storie.

Pur essendo questi giorni imparagonabili ai giorni disastrosi della guerra di cui parla Calvino, mi chiedo chissà se le vicissitudini che stiamo vivendo nel presente e che vivremo nell’immediato futuro saranno tali da fecondare un nuovo clima culturale. Chissà se anche noi, una volta fuori, ci strapperemo le parole di bocca, o se invece le nostre bocche continueranno a essere vuote, perché le parole le avremo già tutte riversate in questi esercizi quotidiani di appelli e contrappelli.

Avete presente Justine, il personaggio interpretato da Kirsten Dunst in Melancholia? Quando il pianetone chiamato appunto Melancholia sta per abbattersi sulla Terra, Justine, che all’inizio del film è in preda a una depressione fuori controllo, è l’unica che non si fa prendere dal panico, ma anzi assume un atteggiamento di impassibile lucidità, tanto che gli altri, coi nervi e la psiche a pezzi, si aggrappano a lei per resistere. Stando a quel che si racconta, uno psicoterapeuta riferì a Lars Von Trier che i depressi tendono ad agire con calma quando sono immersi in una situazione di forte pressione, perché sono abituati a simulare gli esiti degli avvenimenti spiacevoli. Ora, in tempi di panico collettivo, sto cercando di capire con me stesso se è vera la tesi di Melancholia, ossia se riesco a mantenermi lucido laddove gli altri – quelli che di solito non sono depressi – danno segni di scompenso emotivo. Ebbene a me sembra di sì. Ma non nel senso che all’improvviso noi depressi siamo diventati saggi, placidi, sicuri di noi stessi, coi nervi distesi e gli occhi luminosi rivolti all’avvenire, bensì siamo sempre noi, i vecchi, giudiziosi, immarcescibili depressi, siamo l’usato sicuro in materia di catastrofi. Mentre gli altri, i non depressi, gli altri sbattono la testa da una parete all’altra come mosche impazzite. E quindi m’è venuto in mente che potrei piazzare un banchetto davanti all’uscita della metropolitana e fare il consolatore ambulante in cambio di due spicci. Venite a me gente, io è una vita che vi dico che camminiamo sul filo e che moriremo come mosche.

Nella Feltrinelli di largo Argentina c’è una porta su cui è ritratto ad altezza naturale Ernest Hemingway che tiene in braccio un gatto. Sulla porta c’è una placca con la scritta “vano tecnico”. Ogni volta che la guardo, mi viene da pensare che la scritta non si riferisca al locale dietro la porta, ma ad Hemingway, che sia l’invettiva segreta di qualcuno che considera Hemingway un autore senza arte, l’inventore di una tecnica narrativa inefficace e fine a se stessa, una specie di perito della letteratura. Un vano tecnico.

Sabato scorso abbiamo indossato la tenuta da trekking e siamo andati al lago per fare due passi. Vicino al lago c’era una palude e io avevo scelto proprio il sentiero che passa attraverso la palude. Tuttavia, essendo una palude, c’era molto fango, e quindi abbiamo attraversato la palude fangosa saltabeccando come cavallette. Superata la parte più fangosa, si è aperta davanti a noi un’ampia radura di erba bassa da cui si poteva ammirare la fascia del canneto con una considerevole distesa di piante acquatiche palustri. Poi all’improvviso, a pochi metri da noi, in quella fitta vegetazione che declinava verso la riva del lago, ho visto sfrecciare due enormi cinghiali. La cosa che più mi ha impressionato è stata la loro velocità in rapporto alla mole. E poi il rumore della corsa: un rumore smorzato ma insistente, un rimbombo muscolare. Lo scalpiccio della sgroppata era soppiantato da questa specie di tuono basso dato dal loro vigore animalesco, dal carico e dal rilascio dei nervi e dei tendini, come se il loro codice di natura si esprimesse attraverso il tumulto; un puro fatto uditivo prima ancora che visivo. Un istante prima di afferrare un bastone per difesa, girare i tacchi e tornare al punto di partenza, ho pensato al romanzo che avevo lasciato a casa e che stavo leggendo in quei giorni, un romanzo che racconta di una donna, una madre, che cade continuamente e si ritrova stesa sul pavimento in preda alle convulsioni, e nel racconto ci sono ampie descrizioni del rumore che fa un essere umano che cade, e ho pensato che è molto simile al rumore di un cinghiale in corsa. Loro corrono nello stesso modo spaventoso in cui noi cadiamo.

Una volta bastava poco per rimettermi in sesto dopo una pausa dalla corsa, per ricalibrare le andature, il battito cardiaco, la frequenza dei passi, il recupero. Adesso ci vuole molto, ci vogliono mesi, e non torno mai al punto di prima, ma sempre un po’ più indietro, torno al prima del prima. Non c’è una cosa più chiara di questa che mi descriva l’invecchiamento. Durante l’ultima visita, il medico sportivo mi ha detto: “La sua è un’età particolare, ha ancora la testa di un trentenne che le dice di correre come un trentenne; ma il corpo, il corpo è di un quarantenne, e corre da quarantenne”. Insomma la testa e il corpo parlano lingue diverse. Ma in quello scarto c’è un sentimento tutto da raccontare. Ce l’avevo anche da ragazzino quello scarto: avevo dieci anni e me ne sentivo quaranta; ne avevo venti e me ne sentivo cento. François Jullien, teorico nello scarto, ha scritto: «Fare uno scarto significa uscire dalla norma, procedere in modo inconsueto, operare uno spostamento rispetto a ciò che ci si aspetta e a ciò che è convenzionale. In breve vuol dire rompere il quadro di riferimento e arrischiarsi altrove, temendo altrimenti di arenarsi». Ecco, per tutta la vita, credo, il leitmotiv – per così dire – che ha originato tutti i miei comportamenti, è stato principalmente questo: cercare uno scarto per non arenarmi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: