A Corso Francia anni fa ci fu un’invasione di uccelli. Gli storni convergevano sui pini alle cinque del mattino e attaccavano col loro trillo, un canto infernale che si propagava fin dentro gli appartamenti, nelle stanze da letto, trafiggeva i sogni, li appestava come le voci inquiete dei morti.
Corso Francia declina spartendo in due il territorio: a sinistra la collina Fleming, a destra Vigna Clara. I due quartieri si fronteggiano come i globi mercatoriani, la mattina sono rischiarati in basso da una luce ancora grigio-melma, in alto da una cresta di bagliore che spoglia i primi tetti, riducendo la comparsa del giorno a uno spettacolo malinconico e a una verità brutale. In mezzo le due carreggiate a tre corsie, che per percorrerle fino alle aquile legionarie del ponte Flaminio ci si impiega meno di un minuto.
Corsa Francia è una ressa. Al mattino sfrigola nel luccichio di macchine e scooter, masse di uomini che s’incanalano verso il centro della città, vecchi ministeriali e giovani impiegati con contratti a termine e camicie slim fit, piccoli lottizzatori, informatici, commercianti, professionisti, barbuti creativi, colf che vanno a servizio negli appartamenti dei Parioli lasciando all’alba le loro case in periferia – Giustiniana, La Storta, Cesano, Formello – per mettersi in coda sulla direttrice nord della città, sfilando attraverso la contea dorata dei meglio quartieri di Roma.
Corso Francia è terra d’assalto, un territorio conteso dagli uccelli e dagli uomini; due forme di migrazione che si replicano immutate ogni mattina al sorgere del sole.
Corso Francia è sinonimo di “Roma bene”, ma Roma non fa bene, e il bene non è di Roma, e chi non la conosce non sa lo schifo, il degrado, non sa l’orrore – urbanistico e psicologico – che infonde, non sa il male che fa, e quanto sia insana, per il corpo e per la mente, questa strada della “Roma male”.
Corso Francia fa paura le mattine d’estate, quando la luce abbagliante e la calura generano un senso di disfatta, e il fetore diventa il contrassegno del baratto, l’aver svenduto la città alle ragioni dell’automobile, la salute degli uomini all’immobilità del traffico.
Corsa Francia è un mostro. E adesso lo sapete anche voi.

Sto leggendo Il conte di Montecristo nella traduzione di Margherita Botto dell’edizione Einaudi. All’inizio del capitolo undicesimo, quando riceve la notizia che Napoleone Bonaparte ha lasciato l’isola d’Elba ed è sbarcato in Francia, Dumas scrive che il re Luigi XVIII “fece un intraducibile gesto di collera e di spavento, e balzò in piedi come se un colpo imprevisto lo avesse raggiunto contemporaneamente al cuore e al volto”. Perché quel gesto è intraducibile? Il narratore del libro conosce ogni fatto e ce lo riporta come se ne fosse testimone, è un occhio che ha vegliato sui personaggi e sulla storia, un autentico dio (l’onniscienza del resto è un attributo che le religioni monoteistiche riconoscono solo a Dio). Eppure, per questo dio, il gesto di Luigi XVIII non può essere espresso con i mezzi della parola letteraria, è intraducibile. Tutto il resto lo è, tutto ciò che è contenuto e narrato nelle 1232 pagine del romanzo è traducibile. Il gesto di collera e di spavento del re no. Quel gesto non trova un corrispondente nella divina lingua letteraria del narratore che tutto sa. Ecco, trovo che questa ammissione di Dumas, questo confessarsi tra le righe inidoneo a testimoniare fino in fondo la storia, sia una dichiarazione potente e bellissima. È il riconoscimento che c’è un errore di progettazione, un bug nel sistema su cui si fonda la letteratura, che c’è una falla perfino in dio.

Giovedì scorso, rispondendo alle domande del gruppo di lettura Pagine Vagabonde di Mendrisio, credo di aver detto che non considero la scrittura come un atto separato dalla vita. Scrivere autobiografia non è dare conto degli eventi che ho vissuto, ma è la parte finale di quegli eventi. Penso che le cose che mi accadono non siano mai pienamente concluse se non intravedo per loro un approdo nella pagina scritta. Forse questa è la forma di ossessione più grave che mi riconosco, ma è anche il modo che mi è più congeniale per dare sostanza e senso alla vita. La sera, dopo l’incontro, leggendo L’evento, il libro di Annie Ernaux che esce oggi (a pubblicarlo in Italia è sempre L’orma editore, a tradurlo sempre Lorenzo Flabbi) e che racconta l’esperienza di un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta, ho trovato nelle ultime pagine questo passo:

“Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, c’è n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

La bellezza di questo libro è lancinante, e non solo per il racconto feroce e dolente dell’aborto, ma anche per questa ammissione finale. In precedenza, a metà libro, Annie Ernaux scrive di aver sognato di essere nella stessa situazione del 1963, e aggiunge:

“Ricordare il sogno mi ha fatto credere di aver ottenuto senza sforzo ciò che cerco di ritrovare con le parole – rendendo inutile il mio processo di scrittura”.

Da tempo, leggere e scrivere autobiografie, mi pone di fronte a due domande incessanti: Qual è il momento esatto in cui si compie la mia vita, quando vivo o quando scrivo? Scrivere è un modo per ritrovare qualcosa che credevo perduto, o è un espediente per perdere nuovamente quella cosa, e per continuare a perderla, e perderla, senza requie, fino alla fine?

La cosa che mi ha sempre colpito nella fisionomia di Stephen King è il prolabio, cioè la parte anatomica che separa il naso dalla bocca, altrimenti detto solco sottonasale, che in Stephen King è una Panamericana a 9 corsie per carreggiata, e il fatto che l’estensione prodigiosa del prolabio non è data dalla posizione ribassata della bocca, ma dalla brevità del naso, il che dà l’impressione che gli occhiali da vista gli siano scivolati in giù tirandosi dietro gli occhi e tutto quello che c’è dietro.

Oggi cadono i cinquant’anni dalla morte di Kerouac. Cosa ha significato per me Kerouac è presto detto. Una volta un amico poeta mi disse che da giovane aveva passato del tempo a New York frequentando i beat: “A casa ho degli autografi di Kerouac”. Feci un respiro grande e gli risposi: “Devi sapere che è come se stessi dicendo a un bambino che possiedi il costume originale di Batman”. Quando nove anni fa nacque mio figlio, decisi di comprare un libro, scrivere qualcosa sul frontespizio, e metterlo da parte per quando sarebbe stato abbastanza grande da leggerlo con cognizione. Il libro doveva rappresentare una sorta di auspicio per la sua vita, doveva raccontare una storia che fosse un autorevole augurio di libertà ed emancipazione. Al libro affidavo il compito di tener viva in lui, sempre e comunque, la curiosità per le cose del mondo. Il libro che scelsi è Sulla strada. Il suo autore, Batman.

Ho un progetto di scrittura. Il progetto parte da una costatazione: non dispongo liberamente del mio tempo. Le mie giornate sono scandite da obblighi asfissianti, devo chiedere sempre il permesso a qualcuno per fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non sono un uomo libero. Questo modello di vita a cui mi sono piegato non è raro, anzi, è il modello dominante. E quindi vorrei fare un esperimento: vorrei trascorre del tempo, diciamo tre mesi, da uomo libero, senza alcun obbligo, solo il tempo ed io, una massa sterminata di tempo non da colmare ma da abitare. Vorrei tenere un diario di questa specie di rieducazione alla libertà. Per fare questo ho bisogno di isolamento, di un luogo in cui vivere in una condizione di completa autonomia, in cui le giornate siano scandite solo da ciò che è necessario fare per vivere. Non voglio meditare, voglio contemplare, disporre di me, ronzare come un insetto pigro, annoiarmi come un albero. E naturalmente scrivere. L’idea mi è venuta leggendo Nelle foreste siberiane, di Sylvain Tesson. Tesson, che è un autentico avventuriero, si è autoconfinato per sei mesi in una capanna sulle sponde del lago Bajkal, il più antico del mondo, procacciandosi il cibo e resistendo a condizioni di vita avverse. Io però non sono un avventuriero, e non mi interessa esplorare i miei limiti. Ciò che cerco non è una vacanza né un’esperienza estrema, ma qualcosa di molto più semplice e per questo più ardito. Non so se riuscirò a farlo, e non so neppure dove potrei andare a vivere questo tempo bianco. Ma è qualcosa che mi fischia forte nella testa.

Quando penso che non ho una buona autostima provo a farmi una domanda: è più veloce un uomo o una mucca? Io senza autostima rispondo: “Senz’altro un uomo”. Una mucca può correre alla velocità di quaranta chilometri orari; Bolt, sui cento e sui duecento metri, va in media a trentasette. D’altra parte non so se la mucca ha una buona autostima.

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