Un’antichissima filosofia

17 gennaio 2018

La notte mi sveglio tirando calci, sogno spesso qualcuno che tenta di irrompere nel mio appartamento, la mia testa è sempre veloce, anche nel sonno, i pensieri si affrettano come se ci fosse poco spazio, come una torma di spettatori impauriti che si assiepa davanti all’uscita di un cinema in fiamme. Di contro, la mia vita è così lenta, è talmente lenta che a volte mi sembra di impazzire. Tempo fa dalla finestra dell’ufficio guardavo un uomo che portava a spasso il suo cane, si fermava ogni due passi, lasciava al cane il tempo di annusare la strada, il muro, le ruote della auto parcheggiate, di decidere dove avrebbe depositato i suoi bisogni, erano entrambi lenti, il cane e l’uomo, si prendevano il tempo, non avevano ritmo, non avevano fretta. Le vite di tutti noi, per quanto possano sembrare frenetiche, in generale sono lente, costruite sulle pause e sulla pazienza, sullo sfinimento e sull’attesa. Ma la mia vita è più lenta delle vite degli altri, oltreché molto ma molto ripetitiva, quasi ossessiva nella sua reiterazione. Forse i miei pensieri sono veloci per contrasto, se avessi una vita convulsa, o quantomeno lenta di una lentezza, per così dire, regolare, penserei più comodamente, e anche i sogni sarebbero più calmi e distesi. Ho sentito il medico a cui mi sono consegnato qualche mese fa implorandogli di trovare un modo per rallentarmi i pensieri e sveltirmi la vita. Gli ho spiegato che va meglio rispetto a prima, sono rimasti solo i pensieri rapidi e i calci nel sonno, i colpi di coda di quella guerra cruenta, gli ho detto che, però, ora temo l’arrivo della primavera. “Per adesso non tocchiamo niente, lasciamo tutto così com’è”, ha detto. La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza, sostiene un’antichissima filosofia.

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Raggi fotonici

17 gennaio 2018

Per superare il trauma della perdita della vite americana, sommo fallimento delle mie aspirazioni giardinesche, ho consultato un esperto giardiniere al quale ho chiesto che cosa, a questo punto della mia vita, potrei piantare che sia robusto, gradevole, duraturo, profumato, spedito nella crescita, resistente alla mia inettitudine, al che l’esperto giardiniere ha sentenziato: “La pianta che fa al caso tuo è la FOTINIA”. Perciò ho cercato notizie sulla suddetta fotinia, e ho letto: la fotinia è una pianta sempreverde, porta in estate foglie di color verde che si tingono di rosso in inverno ma non cadono mai. Dunque, mi sono detto, la fotinia è una pianta che per metà dell’anno è verde e per metà è rossa, ossia non è che si possa dire letteralmente “sempreverde”. Forse “quasisempreverde”. O “quasisemprerossa”. O “mezzaverdemezzarossa”. Quel che sia, è una pianta che, a differenza della famigerata vite americana, non perde mai le foglie. La vite americana le ha perse quando non doveva ancora perderle. Ho letto inoltre che la fotinia viene spesso usata per le decorazioni natalizie, “e anche in altre stagioni”, ho letto, “ha qualcosa di magico”. Ora, io non pretendo che abbia qualcosa di magico, la fotinia, pretendo che cresca e fiorisca e faccia tutte quelle cose che deve fare una pianta. Quando l’esperto giardiniere mi ha consigliato questa pianta, ho detto: “Aspetta un attimo che me la segno”, e in effetti me la sono segnata, ma col nome sbagliato: FOTONIA. Il perché è presto detto, nell’armamentario di Mazinga (mia prima, bambinesca passione) c’erano armi dai nomi bellissimi quali Ali Taglienti, Pugno Atomico Rotante, Grande Tifone e… Raggi Fotonici. Così la fotinia è diventata la fotonia. E poiché io insisto, nel segreto della psiche, a credere che il giardino (Supremo Imperatore delle Tenebre) sia uno spazio intimamente concatenato alle mie età infantili, l’idea di una pianta fotonica (o fotinica) che mi faccia dimenticare il trauma della perdita della vite americana mi fa prudere non poco i pollici (neri anziché verdi) che ho.


Le gioie delle cesoie

6 gennaio 2018
Il giardino è in condizioni disastrose. Cosicché – mi dico – oggi è il giorno che lo affronto. Armi in collo vado, e tronco, recido, accorcio, rastrello, estirpo, ammasso, setaccio, annaffio, ammucchio, sradico, divelgo, concimo, sfrondo, sfoltisco. Giardinaggio selvaggio, la mia specialità. Peccato per le viti americane che sono il mio grande rimpianto, ineluttabilmente defunte, al punto che sbarbo il terreno delle quattro radici secche, che furono americane, e fine della storia. Per tappare i buchi trovo una nuova disposizione per i vasi, che sono tre o quattro in tutto, niente di che. Alla fine contemplo a petto gonfio il giardino ringiovanito: per la prima volta dai tempi del trasloco – ormai un aprile fa – il risultato non è malaccio. L’indomani al primo insorgere dei dolorini mi dico: “Ah che belli i dolorini”, quei supplizietti quasi piacevoli, quelle fitte delicate tra tendini e muscoli a me ignoti che sembrano affiorare apposta per dirti: “Sei stato proprio bravo, un vero ometto di casa”. Poi alle 17:52, finito di guardare la partita in tv, bevuto un tè nero Assam con grisbì al cioccolato, all’improvviso, il tracollo. Ora cammino col culo a papera perché qualsiasi altra posizione del culo mi provoca non più i bei dolorini, bensì feroci supplizi, strazi e patimenti. Ah, che bella la casa col giardino, lo spazio esterno, un posto all’aria aperta dove potersi rilassare… Ah, le gioie delle cesoie…

 


Ma ti perdi comunque qualcosa

27 dicembre 2017

Nel 2017 una famiglia su dieci in casa non possiede nemmeno un libro. Per me è la stessa cosa che dire “una famiglia su dieci in casa non ha un bicchiere”, o “una famiglia su dieci in casa non ha una sedia”, o “una famiglia su dieci in casa non ha il letto”. Cosa pensereste se vi invitassero a cena in una casa senza bicchieri? Oppure, invitereste mai qualcuno in casa vostra sapendo che non avete una sedia su cui farlo sedere? Tanta gente si vanta di non avere in casa la tv. Io penso sempre questo: non è grave, certo, ma ti perdi comunque qualcosa. Spesso la stessa gente che si vanta di non avere in casa la tv possiede un sacco di libri e dice: “Per me non possedere nemmeno un libro equivale a non avere in casa un bicchiere, o una sedia, o un letto. Io non inviterei mai qualcuno in casa sapendo che non ho sedie su cui farlo sedere”. Quella stessa gente invita qualcuno in casa infischiandosene del fatto che non ha in casa la tv. In effetti non avere libri e non avere la tv è più o meno la stessa cosa. Puoi invitare in casa chi vuoi, non è detto che dovrai per forza fargli leggere una pagina, o fare in modo che non si perda l’ultima puntata del suo programma preferito. Perciò non è vero che non avere libri equivale a non avere in casa un bicchiere, o una sedia, o un letto. Puoi non avere nemmeno un libro e spassartela comunque. In ogni caso penso sempre questo: non è grave, certo, ma ti perdi comunque qualcosa.


Non so che pensare

6 dicembre 2017

Sono andato a un appuntamento, ore diciotto, ho parcheggiato in una via tranquilla, elegante, dove passa giusto una macchina ogni tanto. Mi sono messo comodo, avevo venti minuti d’anticipo. Leggo un po’, mi sono detto, con tutta la pace del buio, con la concordia della sera. Due tizi sono usciti da un cancello, si sono messi a chiacchierare proprio dietro la mia macchina, uno dei due diceva delle cose che non capivo, e l’altro rideva, rideva sempre di più, in un modo così esagitato e naturale e contagioso che stavo per mettermi a ridere anch’io, sebbene non sapessi di cosa avrei dovuto ridere. Fatto sta che a quel punto non potevo più leggere, perché se il silenzio non è pressoché totale io non riesco a leggere, perciò sono sceso dalla macchina, mentre i due continuavano a ridere reggendosi la pancia. “Se passa qualcuno chissà che pensa”, ha detto uno dei due, sempre ridendo a crepapelle. Stavo passando io, che a quel punto non potevo più leggere e non potevo più ridere, non potevo più fare niente, non ero ‘qualcuno’, non il ‘qualcuno’ a cui si riferivano loro, o forse è che ho riso per davvero, e quindi hanno pensato che fossi dei loro, che non fossi il qualcuno che passa e che pensa (a che pensa?), o forse hanno pensato che io non penso, che non ho la faccia di uno che pensa, o forse al contrario che penso troppo e che ero talmente assorto da non aver neppure notato le loro risate sguaiate, che ero insomma qualcuno che passa pensando a tutt’altro, uno che chissà che avrebbe pensato se invece avesse notato loro due che ridevano reggendosi la pancia. Non so che pensare.


Nessuno muore di lavoro

21 novembre 2017

In Germania si sta mettendo in discussione il limite stabilito per legge delle otto ore di lavoro giornaliere. Si definisce questo limite “obsoleto”, perché nell’epoca digitale “le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail”. Visto che attraverso i mezzi digitali si è realizzata una commistione tra vita privata e lavoro, i cui confini sono sempre più labili, per non dire che sono definitivamente aboliti (questo varia ovviamente da lavoro a lavoro), l’idea tedesca non è tanto di ridiscutere un limite, quanto di abolire l’idea stessa di porre un limite. Il lavoro coincide con la vita, come se nella vita non esistesse altro che il lavoro. Non solo il limite, ma il concetto stesso di orario di lavoro è obsoleto. Eppure ancora oggi costituisce, salvo poche e lungimiranti eccezioni, il fondamento che sta alla base di qualsiasi organizzazione del lavoro. Un sistema che si fonda sul principio che il datore di lavoro acquista dal lavoratore una particolare capacità produttiva (quella “merce speciale” – come la chiamava Marx – “che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo”). In realtà, ciò che il datore di lavoro acquista dal lavoratore è il tempo, e non la prestazione. E questo “prodotto” non può essere ora ridotto, per i saggi di Germania, a solo un terzo delle ventiquattro ore. Ora il datore di lavoro pretende di acquistare il pacchetto completo, le ventiquattr’ore, ossia la vita intera del lavoratore. L’idea che una persona felice possa lavorare meno e meglio, e quindi essere più produttiva, è un’utopia destinata a restare tale. La civiltà in cui ci è toccato vivere diffida del tempo libero. La rivoluzione digitale sta spingendo le cose in questa direzione. Una persona che ha molte ore a disposizione fuori dal proprio lavoro viene vista con sospetto. Ancora oggi questa etica del lavoro subisce l’influenza di valori religiosi antichi di millenni (nella Bibbia il lavoro è la punizione per i peccati dell’uomo, e un riformatore come Lutero sosteneva che “nessuno muore di lavoro; sono piuttosto l’ozio e la mancanza di occupazione a rovinare il corpo e la vita”). Sulla carta d’identità è riportato il nostro lavoro, quando moriamo o ammazziamo qualcuno o perveniamo agli onori della cronaca, prima ancora di chiamarci per nome, ci definiscono in base alla professione: “Idraulico uccide la madre e va a costituirsi”. Perché allora dovremmo mai continuare a mascherarci da qualcos’altro per sedici ore al giorno, fingere di non essere ciò che il mondo vuole che siamo, impiegati, artigiani, commessi, avvocati, amministratori delegati, magazzinieri, autisti, piloti, poveri stronzi, o quel che sia?


Vita da cani

17 novembre 2017

Mio figlio un bel giorno ha preso il tablet e ha scritto un’email a una bambina, una sua compagna di classe, poi una volta a scuola le ha detto: “Isi, ti ho scritto un’email, mi dai il tuo indirizzo così te la spedisco?”. La bambina le ha dato l’indirizzo di casa. Mio figlio è tornato da scuola e ha detto: “Ho l’indirizzo di Isi”, e ha snocciolato l’indirizzo di casa di Isi. Al che gli abbiamo spiegato che avendole scritto un’email e non una lettera vera e propria, ossia non una di quelle lettere che si scrivono sulla carta, non possiamo spedirgliela all’indirizzo di casa, abbiamo bensì bisogno della sua email. A quel punto ha voluto sapere cosa diavolo fosse esattamente una EMAIL, dal momento che pensava di averne scritta una sul tablet e che questo fosse di per sé sufficiente, quindi ha pensato che, per recapitare a Isi l’email che lui aveva scritto sul tablet, avessimo bisogno che anche Isi scrivesse a sua volta un’email, e che solo dopo le due email – la sua e quella di Isi – avrebbero potuto incontrarsi in un punto remoto di una memoria nebulosa magnetizzata.

Da due giorni siamo bloccati a questo punto della storia.

L’altra sera, dopo aver saputo che la mamma non sarebbe tornata per cena, mio figlio ha esclamato: “Uff, che vita da cani!”.


Attacchiamo un ciccione a un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto

31 ottobre 2017

1994. Carmelo Bene, durante il Maurizio Costanzo Show: “Io non ho mai picchiato nessuno, ma mi sarebbe piaciuto. Ma bisogna esistere per picchiare qualcuno”.

2011. Red Ronnie viene ingaggiato da Letizia Moratti per curare la comunicazione nella campagna elettorale che avrebbe eletto Pisapia sindaco di Milano. La rete si scatena, ventiquattr’ore di insulti, feroci ironie, disprezzo. L’immagine di Red Ronnie ne esce devastata.

2016. Tiziana Cantone si impicca con un foulard nella cantina di casa. Da un anno e mezzo era vittima di una gogna infernale a causa di un video hot che la vedeva protagonista finito in rete a sua insaputa.

2017. La carriera trentennale di Kevin Spacey, attore di Hollywood tra i più talentuosi della sua generazione, va in pezzi. Non per via di un fatto concreto, un episodio accaduto trent’anni fa la cui portata penale sarebbe da valutare nella sola sede opportuna, ossia in giudizio (ammesso ovviamente che si possa fare a trent’anni di distanza dai fatti), e sul quale qui non è il caso di discutere. Bensì – dettaglio fondamentale – dalla sua portata morale, e dal pestaggio collettivo che ne consegue.

“Volevo solo riuscire ad arrivare fin qui per farmi ascoltare da voi. Per costringervi almeno una volta nella vostra vita ad ascoltare davvero qualcuno invece di starvene lì a far finta di farlo. Vi accomodate a quel tavolo, guardate verso questo palco e noi… noi ci mettiamo subito a ballare, a cantare, come dei pagliacci. Per voi non siamo delle persone, voi non ci vedete come degli uomini quando siamo qui, ma della merce. E più siamo falsi e più vi piace perché è la falsità l’unico valore ormai, l’unica cosa che riusciamo a digerire. Anzi no! Non l’unica, il dolore e la violenza: accettiamo anche quelli. Attacchiamo un ciccione ad un palo e iniziamo a deriderlo perché crediamo sia giusto”. (Black Mirror, Stagione 1 – Episodio 2, 15 milioni di celebrità)


Quando la rivedrò?

29 ottobre 2017

I fratelli Taviani ne hanno fatto un film, due giorni fa è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. Lessi Una questione privata di Fenoglio all’università, quando seguivo il corso di letteratura italiana contemporanea di Biancamaria Frabotta. Venne Marco Lodoli a parlarcene, era ventitré o ventiquattro anni fa. Oggi ho iniziato a rileggerlo, pomeriggio di fine ottobre, cielo del colore dei nostri libri vecchi. “Quando la rivedrò?”, si chiede Milton nella prima pagina del racconto, pensando a Fulvia. Forse il giorno in cui finirà la guerra. “È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria”. Non c’era un modo più bello di dirlo.


Nella lotta fra te e il mondo

17 ottobre 2017

Ho fallito col giardinaggio, è morto tutto, tre viti americane, una dipladenia, una bouganville, un agrume, la salvia. La stagione bellissima in cui ho creduto di poter curare un giardino, di potermi curare con un giardino, di poter trovare la mia difesa in un giardino, questa stagione infiammante, piena di fiducia, è finita. Ciò che è morto è morto. In compenso nel vialetto è cresciuto un tappeto di erba infestante. Cosicché ho comprato un diserbante, ho versato il diserbante sul vialetto. Ma il diserbante non ha diserbato. L’erba risplende più lucida e rigogliosa che prima. “Nella lotta fra te e il mondo vedi di assecondare il mondo” (Kafka).


La vita è imprecisa

19 settembre 2017

Domenica mattina ero fuori che tentavo di togliere delle macchie di vomito dai sedili posteriori della macchina. Era una bella giornata luminosa, ancora fresca, la pioggia della sera prima faceva riverberare le chiome dei pini come se fossero composte da aghi di cristallo. E così, mentre grattavo via le macchie di vomito, sulla strada è passata una macchina. La macchina aveva i finestrini abbassati e dalle casse dello stereo fuoriusciva Fly me to the Moon di Frank Sinatra. Insomma la domenica mattina, gli alberi scintillanti sotto i raggi del sole, io che gratto via le macchie di vomito dai sedili posteriori, e… Frank Sinatra. Quasi non sembrava la mia solita vita. Sembrava la vita di un giovanotto della provincia americana degli anni Cinquanta. O sembrava un film di Martin Scorsese. O un racconto di Andre Dubus. O quel che pare a voi. Sembrava tutto fuorché la mia vita. E non dico che è stato bello (non è bello pulire macchie di vomito la domenica mattina, neppure se il vomito è di tuo figlio); dico che è stato strano. È strano quando nella tua solita vita si infilano pezzi di un’altra vita, la più lontana possibile dalla tua. Questa cosa ti si offre come – diciamo – una visione, una possibilità. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse di quest’ultimo periodo è la frase che ha pronunciato una persona durante un incontro che ho avuto la settimana scorsa. Questa persona prima ha citato uno dei piccoli romanzi fiume contenuti in Centuria di Manganelli (me lo sono andato a cercare, il piccolo romanzo fiume di Manganelli; è la storia raccontata in poche righe di un inveterato abitudinario: “Nel suo quotidiano tragitto” – scrive Manganelli – “egli esegue quello che chiama un ‘esercizio spirituale’; esso consiste nella limitazione del mondo ad un itinerario angusto, nel cui ambito sempre meno possa accadere”), poi ha pronunciato la frase, ha detto pressappoco così: “Noi tendiamo a semplificare la nostra vita, a credere che sia sempre ben delimitata, localizzata, e immodificabile. Ma la vita è imprecisa”, ha detto. La vita è imprecisa.


La visione del tempo tra gli antichi greci

11 settembre 2017

Alle elementari avevo una maestra dolcissima ma rigorosa, una vera autorità, ci crebbe per cinque anni, mi aiutò a superare un periodo particolarmente difficile della mia infanzia, poi andò in pensione. Pochi anni dopo morì di cirrosi epatica. Scoprimmo che era oppressa dall’alcolismo. Prima che morisse la incontrai una volta per le strade della borgata in cui vivevo, la salutai aspettandomi di ricevere in cambio la stessa dolcezza e la stessa premura dei tempi in cui ero un suo scolaro, invece mi trattò con una fredda cordialità, come se fossi uno sconosciuto. Aveva perso la confidenza, l’avevamo persa entrambi, e lei forse stava perdendo anche altro, molto di più. Anni dopo incontrai suo figlio, lavorava in un grande teatro di Roma, svolgeva qualche tipo di maestranza, volevo chiedergli conferma che fosse il figlio della maestra E., e poi parlargli di sua madre, dirgli che donna meravigliosa fosse stata, ma lui guardava tutti bruscamente, e poi mi tornò in mente la volta in cui avevo incontrato sua madre, e mi tornò in mente la sua freddezza, e poi mi tornarono in mente gli anni di scuola, e quindi mi passò la voglia di riconnettermi con quel passato, perciò finii per non dirgli niente. Più o meno la stessa cosa mi capitò una volta con un amico di infanzia, lo incontrai per caso nel centro di Roma, gli sorrisi e lui per tutta risposta mi lanciò uno sguardo carico di ostilità e disse: “Mi dispiace, non ci conosciamo”. Avevo passato a casa sua più o meno tutti i pomeriggi tra i dieci e i quindici anni, e tra noi non c’erano conti in sospeso o vecchi rancori, semplicemente credo che a certe persone non piaccia rimestare nel passato, o meglio, piace in senso ideale, piace l’idea romantica del passato, ma per i più le cose che tornano fanno solo un gran male. Una volta ho letto una cosa che mi ha colpito molto: gli antichi greci avevano una visione del tempo diversa da quella che abbiamo oggi, per certi aspetti più coerente; il futuro per loro era come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana davanti a noi.


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