Una delle osservazioni che mi sento fare più spesso dai lettori de L’uomo che trema è: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai avuto un’esperienza di depressione”. Ciò che mi interessa in questo genere di affermazioni, al di là del giudizio di valore, è che nessuno credo abbia mai detto a Camus: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai ammazzato un arabo”. Il punto non è la distanza che corre tra noi e l’avventura che leggiamo, o il grado di immedesimazione che avvertiamo rispetto ai protagonisti della nostra avventura. Il punto è: perché i lettori che non hanno mai sofferto di depressione, nel momento in cui leggono la mia storia di depressione tendono a precisare di essere, per così dire, estranei alla faccenda? È come se dicessero: “In fondo mi è piaciuto per un po’ guardare il mondo con i tuoi occhi da depresso”. Questa ammissione di compiacimento – e al contempo questa presa di distanza – non avvengono quasi mai quando si ha a che fare con la narrativa d’invenzione. NON sto scrivendo questa riflessione con l’intento di mettere a confronto il mio libro con quello di Camus, e di questi tempi non è mai troppo prudente ricordarlo. Ciò che voglio dire è che i lettori de Lo straniero apprezzano il libro, al di là dei suoi giganteschi meriti letterari, senza sottolineare che in vita loro non hanno mai fatto concretamente l’esperienza di Meursault, perché sanno fin dal principio che stanno leggendo una storia di fantasia. Al contrario, i lettori di un’opera letteraria autobiografica tendono a sottolineare la loro differenza e unicità rispetto a quell’opera, perché avvertono che dall’altra parte non c’è solo un libro, ma c’è un essere umano, un vivente che ha fatto esperienza di ciò che racconta (è fin troppo ovvio ricordare che l’essere umano c’è sempre, anche nella storia di fantasia, e c’è sommamente nell’opera di Camus). Ora resta da capire perché, come uomini, siamo disposti a lasciarci andare tra le braccia di ciò che è dichiaratamente falso, molto di più di quanto siamo disposti a fare quando ci troviamo al cospetto di un’ammissione di pura verità. In sostanza, perché accettiamo senza riserve ogni menzogna ben raccontata e restiamo così cauti e sospettosi di fronte all’aspra realtà? E se fin qui non ve ne siete resi conto, il mio non è un interrogativo di natura letteraria. È molto di più.

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Più invecchio, più passo gran parte delle mie giornate rinchiuso nel grattacielo in cui lavoro, più passo una parte del resto delle mie giornate rinchiuso in macchina per andare da casa al grattacielo in cui lavoro e viceversa, più passo un’altra parte del resto delle mie giornate rinchiuso in casa una volta tornato dal grattacielo in cui lavoro, più passo un’altra parte ancora delle mie giornate rinchiuso in un computer portatile dopo essere tornato a casa dal grattacielo in cui lavoro, insomma, più invecchio e più mi rinchiudo, e dalla mia chiusura guardo, guardo un mondo di cose chiuse, un mondo di vite ancora più chiuse, di vite sigillate, di menti arse dal desiderio di essere e di restare chiuse, di volontà chiuse, di svogliatezze, di indeterminazione, di nessuna propensione, e tutto questo, tutta questa abbottonatura che c’è intorno e che percepisco dentro e vicino e lontano da me in ogni istante della giornata, non è che uno stordimento collettivo, una narcosi generale, una smania di anticipare il tempo della sicurezza somma e inalterabile, la chiusura a piombo della cosa a cui in ultimo tendiamo senza volercelo mai dire fino in fondo: del sarcofago. Guardatevi in giro, non è che questo.

Stamattina guardavo la televisione, c’era Simone Cristicchi che raccontava di Benito Jacovitti. Cristicchi ha detto che da ragazzo cercò sull’elenco del telefono di Roma il numero di Jacovitti, lo chiamò e gli disse che voleva conoscerlo. Jacovitti gli rispose: “Vieni mercoledì”, e riattaccò. Cristicchi andò mercoledì. Ha detto che sul cancello della casa di Jacovitti c’era scritto “Attenti al dromedario”. Non ha detto a che ora andò a casa di Jacovitti, sebbene a quel punto mi sembrasse un elemento importante del racconto, visto che Jacovitti aveva detto “Vieni mercoledì”, senza specificare l’ora. Così mi sono chiesto a che ora sarei andato io se fossi stato Cristicchi. E dopo tanto pensare ho concluso che sarei andato alle quattro e mezza del pomeriggio. E questo perché se c’è un’ora del giorno armoniosa e bilanciata, un’ora del giorno – per così dire – euclidea, per me quell’ora è le quattro e mezza del pomeriggio. Quindi se mi dite che ci vediamo mercoledì, io che sono una creatura razionalmente rigorosa, geometrica, assennata, io arrivo alle quattro e mezza del pomeriggio.

Ho letto che a Chernobyl, da quando è andato via l’uomo, le specie animali si sono moltiplicate. Oggi la zona è diventata il paradiso delle alci, degli orsi bruni, delle volpi e dei cavalli di Przewalski. Io sono un membro del genere umano. Non il migliore, ma neppure il peggiore. Un esponente nella media, diciamo, ma attendibile nel caso in cui una schiatta aliena volesse approfondire, attraverso di me, il tema dell’umano. Eppure se mi guardo nello specchio, mi giudico molto male, ma non al punto da giudicarmi un disastro così letale, più letale addirittura d’un disastro nucleare. In fondo sono buono e calmo, e non ho mica – così, per dire – l’aria dello sterminatore. E quindi, dell’essere così tanto disprezzato dal cavallo di Przewalski, ecco, proprio non riesco a farmi una ragione.

Ai miei allievi della Scuola del libro, durante il primo incontro del corso di scrittura autobiografica Scrivere di sé, ho proposto un gioco. Pur essendo genericamente allergico ai comandamenti rivolti agli scrittori, ho preso le famose otto regole di Kurt Vonnegut per scrivere un racconto breve (compaiono nella postfazione di Bagombo Snuff Box) e le ho riadattate al racconto autobiografico (le mie sono quelle tra parentesi). Alcune fanno ridere, altre sono mortalmente serie.

1. Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi. (K.V.)
(Fate in modo che i vostri conoscenti non pensino di aver sprecato tempo frequentandovi).

2. Date al lettore almeno un personaggio per cui possa fare apertamente il tifo. (K.V.)
(Voi siete il personaggio per cui il lettore deve fare apertamente il tifo).

3. Ogni personaggio che si rispetti deve volere qualcosa, fosse anche solo un bicchiere d’acqua. (K.V.)
(Siate personaggi di tutto rispetto, vogliate il massimo, non accontentatevi solo di un bicchiere d’acqua).

4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l’azione. (K.V.)
(Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il vostro carattere o far regredire l’azione fino alle cause che l’hanno determinata).

5. Iniziate la narrazione il più possibile vicino alla fine. (K.V.)
(Iniziate la narrazione il più possibile vicino al punto in cui vi trovate mentre state scrivendo).

6. Siate sadici. Non importa quanto siano dolci e innocenti i protagonisti del vostro racconto: fategli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti. (K.V.)
(Siate spudorati. Non importa quanto siete dolci e innocenti nella realtà: raccontate cose terribili di voi, in modo che il lettore possa vedervi disarmati).

7. Scrivete per piacere a un solo lettore. Se spalancate la finestra e vi mettete a fare l’amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite. (K.V.)
(Scrivete per piacere a un solo lettore. Ma per carità fate in modo che quel lettore non siate voi stessi. Se vi mettete a fare l’amore con voi stessi, per così dire, alla vostra storia verrà una famigerata forma di cecità).

8. Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di terminare da soli la storia nel caso in cui gli scarafaggi si mangino le ultime pagine. (K.V.)
(Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di spacciarsi per voi nel caso in cui gli scarafaggi vi mangino vivi).

Stamattina ero in una sala d’attesa, e facevo quel che si fa nelle sale d’attesa, ossia attendevo. Per ingannare l’attesa, e quindi la sala d’attesa, e quindi me stesso in attesa, guardavo le piante. C’erano tante piante, alcune molto belle. E pensavo a quei video time-lapse in cui vengono catturati i singoli momenti della crescita di una pianta. E pensavo che la crescita di una pianta emette rumore, poiché ogni movimento in natura emette una quantità, seppure infinitesimale, di rumore. Ma quello della crescita delle piante dev’essere un rumore lentissimo, uno scricchiolio diluito nel macrotempo. E quindi pensavo che se fosse possibile cogliere quel rumore usando una tecnica time-lapse per i rumori avremmo il suono di una pianta che cresce, il suono emesso dal processo di distensione dei tessuti vegetali. Poi pensavo alla somma di tutti questi rumori, alla somma di tutte le piante che crescono emettendo un microrumore, alla somma di questi microrumori diluiti nel macrotempo, a questo frastuono di piante che crescono, a questo putiferio infernale che esiste solo in una velocità del tempo che per fortuna non corrisponde alla nostra, e pensavo che per cavarsela, per non impazzire, nove volte su dieci, occorre solo adottare una velocità che non corrisponde alla velocità di ciò che abbiamo intorno, occorre solo questo, andare pianissimo, o fortissimo, in controtempo.

A Bolzano ho visitato la cappella di San Giovanni nella chiesa dei Domenicani. All’interno della cappella c’è un bellissimo ciclo di affreschi, tra i migliori esempi di pittura di scuola giottesca del nord Italia. Il mio accompagnatore ed io ci siamo soffermati sulla scena che raffigura il martirio di San Bartolomeo (qui). San Bartolomeo secondo la tradizione venne scuoiato della pelle per ordine del re dei Medi. La rappresentazione pittorica più famosa di questo episodio è nel Giudizio Universale della Sistina, dove Michelangelo, in quello che forse è l’autoritratto di artista più angosciante di tutti i tempi, raffigura se stesso nella pelle floscia staccata dal corpo di San Bartolomeo (qui). Nella cappella di San Giovanni, il cosiddetto “Maestro dei Domenicani” (l’autore degli affreschi) raffigura il martirio nella sua fase iniziale. Il santo è sdraiato su un tavolo, intorno a lui sei uomini incidono la pelle delle braccia e del torace. Mentre osservavamo la scena, il mio accompagnatore ha detto a voce alta: “Cosa doveva esserci nella testa di questi uomini per compiere su un altro uomo uno scempio del genere?”. Ed io, in un impeto di razionalismo: “In fondo si tratta di gente vissuta duemila anni fa”.

La sera torno a casa, accendo la tv e sento che il sovrano del Brunei dal 3 aprile ha introdotto nel suo paese un nuovo codice penale basato sulla Sharia. Per omosessuali, adulteri e ladri il codice prevede la lapidazione, il taglio della mano e del piede.

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