Stiamo davvero così male?

13 marzo 2018

Fra le tante cose interessanti emerse nell’ultima campagna elettorale ce n’è una che mi è parsa più interessante di tutte. A muovere il voto non è più l’interesse personale. Esempio: a Taranto la maggioranza dei lavoratori dell’Ilva ha votato per il Movimento 5 Stelle, che ha in programma la chiusura dell’Ilva. Tra una “minaccia” avvertita (l’immigrato clandestino, le banche, l’industria farmaceutica, i toscani in politica) e una minaccia reale, l’elettore ha più paura della minaccia avvertita. “Realtà” e “percezione” sono i due poli che separano la vecchia dalla nuova politica. La REALTÀ interessava la vecchia politica, quella che si fondava sul dinamismo, sul “fare”. La nuova politica punta tutto sulla PERCEZIONE (i dati del Viminale dicono che per quanto riguarda i flussi migratori, da luglio 2017 gli sbarchi nel nostro Paese sono calati del 67%, mentre Salvini prende valanghe di voti parlando di “invasione senza controllo”). Il leggendario milione di posti di lavoro promesso a suo tempo da Berlusconi oggi non smuoverebbe le masse dei disoccupati. Sul Foglio di oggi c’è un interessante articolo di Mattia Ferraresi in cui si parla del paradosso proposta da Steven Pinker, professore di psicologia ad Harvard, che arriva a chiedersi perché se il mondo – il nostro, quello ricco, occidentale – “veleggia spedito verso i lidi del benessere ineluttabile” – ricchezza diffusa, sicurezza, diritti – “per qualche sortilegio o illusione ottica collettiva la gente si ostina a dire che sta male”? Ecco, pensiamoci un momento, realisticamente, misurandoci su ordini di grandezza ragionevoli. Stiamo davvero così male?

Annunci

Gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati

6 marzo 2018
  • 1991. Il congresso di Rimini sancisce la fine del PCI e la nascita del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1992. Alle politiche, il PDS prende il 16% dei voti, il 10% in meno rispetto al PCI. È l’anno zero della sinistra.
  • 1994. L’alleanza dei Progressisti sbaglia un rigore a porta vuota. Berlusconi vince le elezioni. Occhetto si dimette da segretario del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1998. Sotto la guida di D’Alema nasce la “Cosa 2”, il PDS si fonde con altre forze della sinistra e nasce un nuovo progetto: i Democratici di Sinistra. È l’anno zero della sinistra.
  • 2000. Alle elezioni regionali il centrodestra guidato da Berlusconi vince in 8 Regioni su 15. D’Alema, prende atto della sconfitta e lascia la Presidenza del Consiglio. È l’anno zero della sinistra.
  • 2001. Alle politiche i DS prendono il 16%, alle spalle di Forza Italia, che diventa il primo partito con quasi il 30% di voti. È l’anno zero della sinistra.
  • 2002. In una manifestazione organizzata dal centrosinistra a Roma a Piazza Navona, Nanni Moretti sale sul palco e lancia un’invettiva contro i leader della coalizione. Nascono i girotondi. È l’anno zero della sinistra.
  • 2003. In vista delle elezioni europee del 2004, Prodi propone a tutti i partiti della coalizione di centrosinistra di presentarsi sotto un unico simbolo, quello dell’Ulivo. È l’anno zero della sinistra.
  • 2007. I DS insieme alla Margherita e ad altre formazioni minori danno vita alla fase costituente del Partito Democratico. È l’anno zero della sinistra.
  • 2008. Alle elezioni politiche, PD e Italia dei Valori raccolgono complessivamente il 37% dei consensi, contro il 46% del Popolo della Libertà. È l’anno zero della sinistra.
  • 2009. Dopo le elezioni regionali sarde in cui Soru, governatore uscente e uomo di punta del PD, viene sconfitto da Cappellacci, Veltroni si dimette dalla carica di segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2013. Dopo la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica, si dimettono Bersani e l’intera segreteria nazionale. Renzi vince le primarie per la scelta del nuovo segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2018. È l’anno zero della sinistra.

Io comincio a pensare che tutto questo è Matrix, una neuro-simulazione interattiva, e che ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati.


Non usate la forza

16 febbraio 2018

Il maestro di judo di mio figlio ripete continuamente: “Non usate la forza, usate la tecnica”. La lezione è di giovedì, inizia alle sei e mezza e finisce alle sette e mezza. Spesso guardo l’ultima mezz’ora, quella dedicata ai combattimenti e all’affinamento della tecnica. I ragazzi hanno tutti meno di otto anni, sono seduti sul bordo del tatami con le gambe incrociate in ordine di cintura. Il primo della fila ha la cintura arancione, l’ultimo la bianca. Mio figlio è giallo-arancione, una mezza cintura, com’è di prassi tra i piccoli judoka. So poco e niente del judo, così quando guardo i combattimenti e mi sembra di intuire che un lottatore sia migliore dell’altro, puntualmente il maestro fa i complimenti all’altro. Dice quasi sempre: “Non mi è dispiaciuto affatto”, riferendosi a qualche movimento che solo lui è in grado di cogliere col suo occhio esperto. Mio figlio ha una passione sfrenata per Star Wars. “Perché mio alleato è la Forza e un potente alleato essa è” sono le parole proferite da Yoda, il saggio gran maestro del Consiglio Jedi. Ma il maestro di judo ripete: “Non usate la forza, usate la tecnica”. Così, quando usciamo dalla palestra e commentiamo la lezione di judo, mio figlio mi pone sempre di fronte a questa dicotomia. Forza o tecnica? Allora penso alla matematica. La soluzione migliore per risolvere un problema non è la più logica, né la più breve, bensì la più elegante. Il matematico non ricerca solo l’esattezza in un procedimento, ricerca la bellezza nell’esattezza. Perciò ho provato a spiegare a mio figlio che non c’è opposizione tra forza e tecnica, tra la teoria dei jedi e la teoria del judo. L’importante è che il fine sia la bellezza. Il che, tutto sommato, mi sembra valido per molte cose.


Il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato

5 febbraio 2018

La teoria deduttiva che sta alla base dell’espressione “evitare altri fatti come quelli di Macerata, aumentando le espulsioni” è che chi ha sparato non ha colpa, la colpa è semmai dell’immigrato che occupava uno spazio fisico concreto che non avrebbe dovuto occupare, perché in quello spazio, se l’immigrato fosse rimasto nel suo paese d’origine, il proiettile aveva il sacrosanto diritto di transitare, perché il proiettile, lui sì, era a casa sua, non l’immigrato, perché quello spazio, quella traiettoria, si chiama ITALIA, non NIGERIA, e quindi tu, immigrato, per il solo fatto che possiedi un corpo, e per il solo fatto che il tuo corpo occupa uno spazio di una certa ampiezza, ti sei meritato l’italico proiettile. Chi dice questo è al 39,1% nei sondaggi pre-elettorali. Quasi un italiano su due crede che se affoghi nella merda è perché non sai nuotare.


Quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana

2 febbraio 2018

Ho visto le immagini della scuola di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta in cui uno studente diciassettenne ha sfregiato al volto con un coltello l’insegnante che voleva interrogarlo. Ma non è di questo che voglio parlare. La scuola è un istituto tecnico commerciale. Già la denominazione – istituto tecnico commerciale – è triste, come lo sono pressappoco tutte le denominazioni degli istituti superiori italiani. E il fabbricato, il fabbricato è triste, come lo sono pressappoco tutti i fabbricati delle scuole italiane, edilizia funzionale da quattro soldi, senza un minimo di attenzione all’estetica, complessivamente deprimente, in modo da educare alla mestizia i futuri adulti di questo paese. La scuola è intitolata a Ettore Majorana. Questo razionalmente non è triste. Eppure, ecco di cosa voglio parlare, un po’ mi è sembrato triste pure questo. La scuola in cui andavo io da ragazzino era intitolata a Ungaretti. A nessuno di noi fregava niente di sapere chi fosse stato Ungaretti. C’era stato un tempo tuttavia in cui una commissione toponomastica aveva stabilito che quella scuola media dovesse essere intitolata a Ungaretti. Pur immaginando, credo, che a noi studenti borgatari, cazzoni e sfaccendati, più dediti al Commodore 64 che all’Ermetismo, non fregasse una mazza di sapere chi fosse stato Ungaretti. Cosicché, se ripenso alla targa affissa all’ingresso della scuola – Scuola Media Statale G. Ungaretti – io, ecco, io mi intristisco. È sacrosanto che alle migliori intelligenze di questo paese vengano intitolate le scuole, ossia le istituzioni educative che dovrebbero favorire l’aggregazione sociale ed il civismo. Però penso che la tristezza che provo sia determinata anche dal fatto che queste intitolazioni vengano, per così dire, imposte, che forse se avessero chiesto il permesso a Majorana lui avrebbe detto: “Boh, signori, non sono mica tanto sicuro di voler prestare il mio nome a questo fabbricato di merda color mandorla pallido in cui, un giorno, uno stronzetto di diciassette anni sfregerà l’insegnante con un coltello perché non vorrà essere interrogato”. E se avessero chiesto il permesso a Ungaretti di intitolare la scuola media in cui sono andato io, lui, poeta di carattere volubile, contrastante, intemperante, ardente, ma anche tenero e nostalgico, lui avrebbe risposto: “Boh, tanto quei bulletti non penseranno mica a me, ma al Commodore 64”. Quindi, ecco, io avrei intitolato la mia scuola Scuola Media Statale Commodore 64, e l’istituto tecnico commerciale di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta Istituto Tecnico Commerciale Pokémon Go, in modo che, quando poi capita lo stronzetto armato di coltello che sfregia l’insegnante per non farsi interrogare, poi sui giornali non ci vanno a finire, neppure obliquamente, quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana, santiddio.


Un’antichissima filosofia

17 gennaio 2018

La notte mi sveglio tirando calci, sogno spesso qualcuno che tenta di irrompere nel mio appartamento, la mia testa è sempre veloce, anche nel sonno, i pensieri si affrettano come se ci fosse poco spazio, come una torma di spettatori impauriti che si assiepa davanti all’uscita di un cinema in fiamme. Di contro, la mia vita è così lenta, è talmente lenta che a volte mi sembra di impazzire. Tempo fa dalla finestra dell’ufficio guardavo un uomo che portava a spasso il suo cane, si fermava ogni due passi, lasciava al cane il tempo di annusare la strada, il muro, le ruote della auto parcheggiate, di decidere dove avrebbe depositato i suoi bisogni, erano entrambi lenti, il cane e l’uomo, si prendevano il tempo, non avevano ritmo, non avevano fretta. Le vite di tutti noi, per quanto possano sembrare frenetiche, in generale sono lente, costruite sulle pause e sulla pazienza, sullo sfinimento e sull’attesa. Ma la mia vita è più lenta delle vite degli altri, oltreché molto ma molto ripetitiva, quasi ossessiva nella sua reiterazione. Forse i miei pensieri sono veloci per contrasto, se avessi una vita convulsa, o quantomeno lenta di una lentezza, per così dire, regolare, penserei più comodamente, e anche i sogni sarebbero più calmi e distesi. Ho sentito il medico a cui mi sono consegnato qualche mese fa implorandogli di trovare un modo per rallentarmi i pensieri e sveltirmi la vita. Gli ho spiegato che va meglio rispetto a prima, sono rimasti solo i pensieri rapidi e i calci nel sonno, i colpi di coda di quella guerra cruenta, gli ho detto che, però, ora temo l’arrivo della primavera. “Per adesso non tocchiamo niente, lasciamo tutto così com’è”, ha detto. La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza, sostiene un’antichissima filosofia.


Raggi fotonici

17 gennaio 2018

Per superare il trauma della perdita della vite americana, sommo fallimento delle mie aspirazioni giardinesche, ho consultato un esperto giardiniere al quale ho chiesto che cosa, a questo punto della mia vita, potrei piantare che sia robusto, gradevole, duraturo, profumato, spedito nella crescita, resistente alla mia inettitudine, al che l’esperto giardiniere ha sentenziato: “La pianta che fa al caso tuo è la FOTINIA”. Perciò ho cercato notizie sulla suddetta fotinia, e ho letto: la fotinia è una pianta sempreverde, porta in estate foglie di color verde che si tingono di rosso in inverno ma non cadono mai. Dunque, mi sono detto, la fotinia è una pianta che per metà dell’anno è verde e per metà è rossa, ossia non è che si possa dire letteralmente “sempreverde”. Forse “quasisempreverde”. O “quasisemprerossa”. O “mezzaverdemezzarossa”. Quel che sia, è una pianta che, a differenza della famigerata vite americana, non perde mai le foglie. La vite americana le ha perse quando non doveva ancora perderle. Ho letto inoltre che la fotinia viene spesso usata per le decorazioni natalizie, “e anche in altre stagioni”, ho letto, “ha qualcosa di magico”. Ora, io non pretendo che abbia qualcosa di magico, la fotinia, pretendo che cresca e fiorisca e faccia tutte quelle cose che deve fare una pianta. Quando l’esperto giardiniere mi ha consigliato questa pianta, ho detto: “Aspetta un attimo che me la segno”, e in effetti me la sono segnata, ma col nome sbagliato: FOTONIA. Il perché è presto detto, nell’armamentario di Mazinga (mia prima, bambinesca passione) c’erano armi dai nomi bellissimi quali Ali Taglienti, Pugno Atomico Rotante, Grande Tifone e… Raggi Fotonici. Così la fotinia è diventata la fotonia. E poiché io insisto, nel segreto della psiche, a credere che il giardino (Supremo Imperatore delle Tenebre) sia uno spazio intimamente concatenato alle mie età infantili, l’idea di una pianta fotonica (o fotinica) che mi faccia dimenticare il trauma della perdita della vite americana mi fa prudere non poco i pollici (neri anziché verdi) che ho.


Le gioie delle cesoie

6 gennaio 2018
Il giardino è in condizioni disastrose. Cosicché – mi dico – oggi è il giorno che lo affronto. Armi in collo vado, e tronco, recido, accorcio, rastrello, estirpo, ammasso, setaccio, annaffio, ammucchio, sradico, divelgo, concimo, sfrondo, sfoltisco. Giardinaggio selvaggio, la mia specialità. Peccato per le viti americane che sono il mio grande rimpianto, ineluttabilmente defunte, al punto che sbarbo il terreno delle quattro radici secche, che furono americane, e fine della storia. Per tappare i buchi trovo una nuova disposizione per i vasi, che sono tre o quattro in tutto, niente di che. Alla fine contemplo a petto gonfio il giardino ringiovanito: per la prima volta dai tempi del trasloco – ormai un aprile fa – il risultato non è malaccio. L’indomani al primo insorgere dei dolorini mi dico: “Ah che belli i dolorini”, quei supplizietti quasi piacevoli, quelle fitte delicate tra tendini e muscoli a me ignoti che sembrano affiorare apposta per dirti: “Sei stato proprio bravo, un vero ometto di casa”. Poi alle 17:52, finito di guardare la partita in tv, bevuto un tè nero Assam con grisbì al cioccolato, all’improvviso, il tracollo. Ora cammino col culo a papera perché qualsiasi altra posizione del culo mi provoca non più i bei dolorini, bensì feroci supplizi, strazi e patimenti. Ah, che bella la casa col giardino, lo spazio esterno, un posto all’aria aperta dove potersi rilassare… Ah, le gioie delle cesoie…

 


Ma ti perdi comunque qualcosa

27 dicembre 2017

Nel 2017 una famiglia su dieci in casa non possiede nemmeno un libro. Per me è la stessa cosa che dire “una famiglia su dieci in casa non ha un bicchiere”, o “una famiglia su dieci in casa non ha una sedia”, o “una famiglia su dieci in casa non ha il letto”. Cosa pensereste se vi invitassero a cena in una casa senza bicchieri? Oppure, invitereste mai qualcuno in casa vostra sapendo che non avete una sedia su cui farlo sedere? Tanta gente si vanta di non avere in casa la tv. Io penso sempre questo: non è grave, certo, ma ti perdi comunque qualcosa. Spesso la stessa gente che si vanta di non avere in casa la tv possiede un sacco di libri e dice: “Per me non possedere nemmeno un libro equivale a non avere in casa un bicchiere, o una sedia, o un letto. Io non inviterei mai qualcuno in casa sapendo che non ho sedie su cui farlo sedere”. Quella stessa gente invita qualcuno in casa infischiandosene del fatto che non ha in casa la tv. In effetti non avere libri e non avere la tv è più o meno la stessa cosa. Puoi invitare in casa chi vuoi, non è detto che dovrai per forza fargli leggere una pagina, o fare in modo che non si perda l’ultima puntata del suo programma preferito. Perciò non è vero che non avere libri equivale a non avere in casa un bicchiere, o una sedia, o un letto. Puoi non avere nemmeno un libro e spassartela comunque. In ogni caso penso sempre questo: non è grave, certo, ma ti perdi comunque qualcosa.


Non so che pensare

6 dicembre 2017

Sono andato a un appuntamento, ore diciotto, ho parcheggiato in una via tranquilla, elegante, dove passa giusto una macchina ogni tanto. Mi sono messo comodo, avevo venti minuti d’anticipo. Leggo un po’, mi sono detto, con tutta la pace del buio, con la concordia della sera. Due tizi sono usciti da un cancello, si sono messi a chiacchierare proprio dietro la mia macchina, uno dei due diceva delle cose che non capivo, e l’altro rideva, rideva sempre di più, in un modo così esagitato e naturale e contagioso che stavo per mettermi a ridere anch’io, sebbene non sapessi di cosa avrei dovuto ridere. Fatto sta che a quel punto non potevo più leggere, perché se il silenzio non è pressoché totale io non riesco a leggere, perciò sono sceso dalla macchina, mentre i due continuavano a ridere reggendosi la pancia. “Se passa qualcuno chissà che pensa”, ha detto uno dei due, sempre ridendo a crepapelle. Stavo passando io, che a quel punto non potevo più leggere e non potevo più ridere, non potevo più fare niente, non ero ‘qualcuno’, non il ‘qualcuno’ a cui si riferivano loro, o forse è che ho riso per davvero, e quindi hanno pensato che fossi dei loro, che non fossi il qualcuno che passa e che pensa (a che pensa?), o forse hanno pensato che io non penso, che non ho la faccia di uno che pensa, o forse al contrario che penso troppo e che ero talmente assorto da non aver neppure notato le loro risate sguaiate, che ero insomma qualcuno che passa pensando a tutt’altro, uno che chissà che avrebbe pensato se invece avesse notato loro due che ridevano reggendosi la pancia. Non so che pensare.


Nessuno muore di lavoro

21 novembre 2017

In Germania si sta mettendo in discussione il limite stabilito per legge delle otto ore di lavoro giornaliere. Si definisce questo limite “obsoleto”, perché nell’epoca digitale “le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail”. Visto che attraverso i mezzi digitali si è realizzata una commistione tra vita privata e lavoro, i cui confini sono sempre più labili, per non dire che sono definitivamente aboliti (questo varia ovviamente da lavoro a lavoro), l’idea tedesca non è tanto di ridiscutere un limite, quanto di abolire l’idea stessa di porre un limite. Il lavoro coincide con la vita, come se nella vita non esistesse altro che il lavoro. Non solo il limite, ma il concetto stesso di orario di lavoro è obsoleto. Eppure ancora oggi costituisce, salvo poche e lungimiranti eccezioni, il fondamento che sta alla base di qualsiasi organizzazione del lavoro. Un sistema che si fonda sul principio che il datore di lavoro acquista dal lavoratore una particolare capacità produttiva (quella “merce speciale” – come la chiamava Marx – “che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo”). In realtà, ciò che il datore di lavoro acquista dal lavoratore è il tempo, e non la prestazione. E questo “prodotto” non può essere ora ridotto, per i saggi di Germania, a solo un terzo delle ventiquattro ore. Ora il datore di lavoro pretende di acquistare il pacchetto completo, le ventiquattr’ore, ossia la vita intera del lavoratore. L’idea che una persona felice possa lavorare meno e meglio, e quindi essere più produttiva, è un’utopia destinata a restare tale. La civiltà in cui ci è toccato vivere diffida del tempo libero. La rivoluzione digitale sta spingendo le cose in questa direzione. Una persona che ha molte ore a disposizione fuori dal proprio lavoro viene vista con sospetto. Ancora oggi questa etica del lavoro subisce l’influenza di valori religiosi antichi di millenni (nella Bibbia il lavoro è la punizione per i peccati dell’uomo, e un riformatore come Lutero sosteneva che “nessuno muore di lavoro; sono piuttosto l’ozio e la mancanza di occupazione a rovinare il corpo e la vita”). Sulla carta d’identità è riportato il nostro lavoro, quando moriamo o ammazziamo qualcuno o perveniamo agli onori della cronaca, prima ancora di chiamarci per nome, ci definiscono in base alla professione: “Idraulico uccide la madre e va a costituirsi”. Perché allora dovremmo mai continuare a mascherarci da qualcos’altro per sedici ore al giorno, fingere di non essere ciò che il mondo vuole che siamo, impiegati, artigiani, commessi, avvocati, amministratori delegati, magazzinieri, autisti, piloti, poveri stronzi, o quel che sia?


Vita da cani

17 novembre 2017

Mio figlio un bel giorno ha preso il tablet e ha scritto un’email a una bambina, una sua compagna di classe, poi una volta a scuola le ha detto: “Isi, ti ho scritto un’email, mi dai il tuo indirizzo così te la spedisco?”. La bambina le ha dato l’indirizzo di casa. Mio figlio è tornato da scuola e ha detto: “Ho l’indirizzo di Isi”, e ha snocciolato l’indirizzo di casa di Isi. Al che gli abbiamo spiegato che avendole scritto un’email e non una lettera vera e propria, ossia non una di quelle lettere che si scrivono sulla carta, non possiamo spedirgliela all’indirizzo di casa, abbiamo bensì bisogno della sua email. A quel punto ha voluto sapere cosa diavolo fosse esattamente una EMAIL, dal momento che pensava di averne scritta una sul tablet e che questo fosse di per sé sufficiente, quindi ha pensato che, per recapitare a Isi l’email che lui aveva scritto sul tablet, avessimo bisogno che anche Isi scrivesse a sua volta un’email, e che solo dopo le due email – la sua e quella di Isi – avrebbero potuto incontrarsi in un punto remoto di una memoria nebulosa magnetizzata.

Da due giorni siamo bloccati a questo punto della storia.

L’altra sera, dopo aver saputo che la mamma non sarebbe tornata per cena, mio figlio ha esclamato: “Uff, che vita da cani!”.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: