Cartesio amava passare le mattine nel letto a meditare. Siccome Cartesio era un pensatore a cui l’umanità deve qualcosa, il suo passare le mattine nel letto a meditare era un’attività che si sarebbe dovuta preservare. Invece la regina Cristina di Svezia lo obbligò a impartirle lezioni di filosofia per tre volte la settimana, dalle 5 alle 10 del mattino, e Cartesio per tre giorni la settimana non poté meditare. Finì per beccarsi un’infezione toracica causata dal freddo invernale di Stoccolma e morì a 54 anni lasciando molte cose a metà. Cristina di Svezia non la si ricorda come notevole filosofa. La morale è che le persone dovrebbero passare il tempo facendo ciò per cui sono umanamente, psicologicamente e convenientemente portate. Ne guadagneremmo un po’ tutti.

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Alessandro Morelli della Lega, Presidente della Commissione Trasporti della Camera ed ex direttore di Radio Padania, ha depositato a Montecitorio una proposta di Legge secondo cui “le emittenti radiofoniche, nazionali e private devono riservare almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. Nel 1936 una circolare del Partito Fascista impose ai giornali di tradurre in italiano tutti i termini stranieri contenuti nelle canzoni, compresi i nomi degli artisti. Benny Goodman divenne Beniamino Buonuomo, Wanda Osiris fu “italianizzata” in Vanda Osiri, Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio. Due anni dopo il jazz venne dichiarato “musica negroide” e bandito completamente dalle radio. Non mi stancherò di ripeterlo: questo di adesso non è fascismo, è una sua parodia molto stupida, è il carnevale dell’imbecillità. Ma la parodia ha una caratteristica, si mette a distanza dall’oggetto parodiato. Ed è in quella distanza che crea qualcosa di nuovo, è in quella distanza che affiora la sua portata distruttrice.

Come si chiama quel sentimento che si sprigiona, per esempio, quando sei seduto al tavolo di un bar, in una stazione, in attesa di un treno, e sorseggi una bevanda per riscaldarti, e hai un’aria così arresa e solitaria e pensosa, e ti guardi dal di fuori e in quel momento esatto provi una specie di compassione, o forse no, più che compassione direi indulgenza, ma nel senso puramente cattolico, ossia cancelli in te una parte di peccato, dove per peccato si intende tutto ciò che normalmente non sopporti di te stesso, e ti vedi all’improvviso come un gatto paziente e tranquillo che si lecca le zampe con gli occhi chiusi, e la tenerezza che provi per te stesso è così sconcertante che non riesci più a pensare alle conseguenze nefaste del tempo che passa, alla tua intelligenza, alle noie della tua vita, all’assurdità di ogni cosa?

A pagina 670 della nuova edizione Einaudi di Guerra e pace tradotto da Emanuela Guercetti, Tolstoj scrive: “Che cosa stava accadendo in quell’anima infantilmente recettiva, che captava e assimilava con tanta avidità tutte le più varie impressioni della vita?”. Sta parlando di Nataša, o meglio, sta voltando tra le sue mani la statuina del personaggio di Nataša, la contempla e la rimira, dà due colpi di pollice alla terracotta e ne sistema il profilo, poi si chiede lui stesso che cosa Nataša capterà e assimilerà della vita, insomma come la farà parlare e pensare e muoversi e agire. Ecco, la cosa straordinaria di questo romanzo è che i personaggi sono essi stessi opere d’arte, non solo quindi il libro compiuto in sé, ma ogni singola figura. Se una civiltà del futuro rinvenisse anche solo un frammento di questo immenso romanzo, diciamo la descrizione di uno dei personaggi, il ritrovamento avrebbe lo stesso valore di una statua dei frontoni del Partenone che attraverso il panneggio bagnato di Fidia ci racconta di un mondo perduto.

Ora ho preso l’abitudine a colazione di guardare i programmi della BBC. All’ora in cui faccio colazione io però, ossia alle sei e un quarto circa, sulla BBC va in onda il programma di economia condotto da Sally Bundock. Non ho grande interesse per le questioni economiche, per l’ascesa e la discesa dei titoli azionari, per le vicende giudiziarie di questo o di quel magnate. Ho interesse invece per la gentilezza. Ed ecco, Sally Bundock è gentilissima. E anche i corrispondenti dalle varie sedi internazionali sono gentilissimi, di una gentilezza quasi asfissiante, e molto simpatici. Il più simpatico di tutta la combriccola è Rico Hizon, il corrispondente da Singapore. Rico è filippino ed è un uomo adorabile, la quintessenza della gentilezza. Le questioni economiche, come altre faccende mondiali del resto, pullulano di cose cattive che sono il contrario della gentilezza. Per esempio ho letto che un tale Keith Wade – che io non conosco ma che sicuramente in molti conosceranno, se non altro perché anche Keith avrà i suoi amici e parenti e persone che lo stimano o lo detestano – ha dichiarato che nel 2019 per l’economia globale il rischio è la stagflazione. STAGFLAZIONE non è una parola gentile, ma è una parola dal suono rude, severo, gelido. Però a guardare il programma di economia della BBC alle sei e un quarto del mattino circa si direbbe che il mondo è un posto tutt’altro che brutale.

Serotonina, il nuovo romanzo di Houellebecq, affronta il tema della rivolta del ceto medio. Uscirà mentre in Francia è in atto la protesta dei gilet gialli. Sottomissione fu pubblicato il giorno della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Non mi viene in mente un altro caso di un autore così perfettamente sincronizzato col suo tempo, il che significa qualcosa d’importante, al di là del giudizio che si può avere sullo scrittore e sulla sua opera. A me, per esempio, Sottomissione non era piaciuto, e poco in generale m’è piaciuto di Houellebecq. A parte Estensione del dominio della lotta, quello sì un capolavoro. Ciò che mi chiedo è: possiamo giudicare grande uno scrittore di cui non ci è piaciuto praticamente nulla, a parte un solo libro? A me pare di sì. Perché per certi scrittori la risposta non sembra limitarsi a una questione puramente letteraria. La loro grandezza affiora, certo, dalla pagina scritta, ma si realizza poi in una specie di sovrasfera, che è un misto di lampo, intuizione, stile e circostanze. Le circostanze, ecco. Ci sono stati autori potenzialmente grandissimi a cui sono mancate le circostanze.

Forse qualcuno sa che ho passato i miei anni di gioventù ad ascoltare le canzoni di uno che durante i concerti si arrampicava sulle torri del palco ed era capace di lasciarsi dondolare nel vuoto a dieci metri d’altezza. E un altro che urlava “Rape me, rape me again!” e che poi un bel giorno, non trovando più nulla di buono in questo mondo, si è chiuso in una serra e si è sparato un colpo di fucile. Frequentavo gente che certe sere desiderava tagliarsi un dito perché lo percepiva di troppo, o passava ore con la schiena al muro terrorizzata perché sotto i piedi vedeva voragini colme di demoni urlanti. Gli adulti di quel tempo facevano la morale al grunge, dicevano che era roba malsana, che ai loro tempi gli idoli del rock mica rischiavano la pelle facendo certe stronzate (non si ricordavano che AI LORO TEMPI Keith Moon, per dirne uno, durante i concerti imbottiva di esplosivo la grancassa della batteria e la faceva esplodere sul finale dei brani, o che strafatto guidava una cadillac dentro la piscina di un hotel). Sento dire da qualcuno che il pericolo per i giovani di oggi è la trap. Vorrei prenderli a schiaffi, perché non sanno che stanno dicendo due cose che fanno male: la prima è che i ragazzi sono scemi, mica come loro; la seconda è che il rock’n roll non fa più paura, quindi stavolta è davvero morto. Diceva Lovecraft che l’età adulta è l’inferno, mi sento di dargli ragione. Il moralismo e la smania di giudicare erano, sono e saranno il problema principale contro cui combatte la gioventù. È passato tanto tempo, ma non so se ve ne siete accorti: oggi il problema principale siete voi.

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