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Archivi tag: 11 settembre

L’11 settembre 2001, al momento dello schianto del secondo aereo contro la torre sud, ero in un ipermercato di Roma. Mi aggiravo fra i corridoi dando un’occhiata alle lattine di olio per motori in esposizione nel reparto autoricambi. Non so, forse in quel periodo la mia macchina soffriva di perdita d’olio e io mi trovavo nella condizione di dover effettuare rabbocchi continui. O forse in quel periodo non avevo proprio la macchina, non ricordo bene, e la curiosità che mi spingeva esattamente in quel corridoio era più che altro di natura sociologica, il voler osservare l’esatta fauna appassionata di motori che adora passare i pomeriggi a scrutare le collezioni di Arbre Magique. Fatto sta che lo schianto lo vidi all’improvviso, voltando lo sguardo verso il corridoio centrale dell’ipermercato, dove un capannello sempre più folto di persone si accalcava nel reparto elettronica, davanti a ai televisori in esposizione che rimandavano tutti contemporaneamente le immagini dell’apocalisse, mentre la voce di Enrico Mentana riecheggiava tra le volte dell’ipermercato. Ovviamente quella non era una notizia, tutto era come in uno stato di ipnosi, tutto accadeva come in un finale wagneriano. Avevo ventotto anni, ma era come se ne avessi dodici, la mia vita aveva un aspetto muto e vuoto, senza colore, come i camici delle commesse che smisero in quel momento di sistemare la merce sugli scaffali e si precipitarono anche loro davanti alle Tv, per sgranare gli occhi sul secondo aereo che si infilava dritto e morbido nel ventre del grattacielo. Io e quelle commesse guardammo uno degli eventi più traumatici della Storia recente sugli schermi di televisori da cinquemila euro che non ci saremmo mai potuti permettere. Anche in quel posto sarebbe rimasto per sempre l’odore di una catastrofe accaduta a 6640 km di distanza. La Storia ha anche questo di interessante.

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A volte mi chiedo come appariremo a chi verrà dopo di noi. Per “noi” intendo quelli che appartengono alla mia generazione, anche se devo dire che la parola “generazione” mi suona così roboante e fuori luogo, più o meno come se invocassi l’avvento di Mazinga. In ogni caso, la mia generazione è quella dei nati nei primi anni Settanta, ma per estensione credo che possa comprendere anche le ultime frange dei Sessanta. Bene, non sono tipo che fa discorsi, appunto, generazionali. Però ogni volta che sento parlare i più vecchi, evocare ricordi legati indissolubilmente a fatti storici più o meno grandiosi, io cerco di immaginare un parallelo. E allora ecco che scopro di aver vissuto un’epoca in cui la Storia è stata, come dire, sospesa. Non perché fatti importanti non siano accaduti, ne cito tre a caso, il rapimento e la morte di Aldo Moro, la caduta del Muro di Berlino e l’Undici Settembre, ma perché quegli eventi, seppure drammatici e dalla portata enorme, non hanno praticamente inciso sulla vita mia quotidiana. Voglio dire, quei fatti sono stati rivolgimenti storici filtrati attraverso l’uso della Tv, in un certo senso, per un telespettatore come me, la verità di quegli eventi  è appena uguale alla verità delle fiction. Mentre le generazioni precedenti hanno vissuto, affrontato, sopportato, patito, la Storia sulla loro pelle, perché la Storia si faceva nelle loro case e sulle loro ossa, quelli della mia età hanno una percezione della Storia meno “palpabile”, la Storia per noi è un concetto astratto e immateriale, qualcosa che accade al di là dello schermo e dei libri. È del tutto evidente che si tratta di una parentesi, fortunata aggiungerei, nella vicenda umana che va dall’antichità al futuro più remoto, ma proprio per questo mi chiedo come ci guarderanno, con che cipiglio, quelli che dovranno giudicarci sulla base dei nostri comportamenti e della nostra atarassia. Noi viviamo oggi nell’epoca dell’informazione, eppure l’idea che abbiamo noi di informazione è il risultato della nostra capacità, ancora infantile, di guardare obiettivamente a noi stessi e ai fatti che ci accadono. Forse è anche per questo che un bel giorno mi sono messo a scrivere, perché cercavo il verme nella mela splendente, perché anche le donne più ottuse e bellissime prima o poi invecchiano e muoiono, così come le generazioni, la mia in primis, che hanno creduto di essere eternamente giovani e disobbligate.

Il 7 agosto del 1974 il funambolo francese Philippe Petit camminò in equilibrio su un cavo metallico teso tra le Torri Gemelle del World Trade Center. La sua performance – che ho rivisto ieri sera nel bellissimo documentario Man on Wire – Un uomo tra le Torri – è indecifrabile come il tempo, delirante e rigorosa come l’algebra. Passeggiare su una corda tesa a 415 metri d’altezza nel sereno e nella dolcezza di un mattino newyorkese, a una distanza infinita sopra agli occhi eretti di passanti attoniti, fu un atto di sconvolgente bellezza, qualcosa che ogni essere umano ha creduto potesse esistere solo in sogno. Non credo ci sia stata nella storia umana impresa più ardita di questa, né il mito del trasvolatore né le spedizioni nelle terre dei ghiacci reggono il passo del funambolo Petit. C’è qualcosa di assoluto nel gesto di quest’uomo, il fatto che non si trattò di un’azione volta alla realizzazione del progresso scientifico o tecnologico dell’uomo, ma fu uno scherzo cosmico, una canzonatura più vera della verità. La biografia di Petit ci informa che a diciotto anni era già stato espulso da cinque istituti per aver borseggiato gli insegnanti ed essersi rifiutato di dare esami. L’arte di strada era così entrata nel suo destino. Petit (che dal francese può essere tradotto con piccolo, minuto, o ancora, spicciolo, insignificante) era allora un uomo rosso di capelli, con gli occhi piccini e vispi come quelli di un bambino, o di un sognatore (che poi in fin dei conti è la stessa cosa). “Uomo dell’aria, tu colora col sangue le ore sontuose del tuo passaggio fra noi. I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni” disse ai microfoni una volta sceso dalla corda distesa fra le Torri. Petit quel mattino non poteva sapere che 27 anni e 35 giorni più tardi il sangue avrebbe colorato quel cielo alle estremità del suo passaggio e che i due grattacieli tra cui aveva teso un filo per andare a spasso con gli angeli sarebbero venuti giù come un castello di carte. Fa una certa impressione allora rivedere oggi il funambolo Petit bighellonare sul cielo nudo di Manhattan come una farfalla nera e sottile, vestito unicamente di un’asta rigida e curva, immerso nel silenzio della vetta, lontano dagli strepiti delle ambulanze, dal traffico cittadino, dai rumori e dalle tragedie del mondo.

La storia di Umar Farouk Abdulmuttalab, l’uomo che il 26 dicembre ha tentato di farsi esplodere a bordo del volo Delta-Northwestern da Amsterdam a Detroit, è la rappresentazione drammatica di un’epoca e di una civiltà. Rampollo di una tra le più ricche e influenti famiglie d’Africa, padre banchiere ed ex ministro del governo nigeriano, studi allo University college di Londra e all’università di Dubai, finisce per lasciarsi contagiare da idee fondamentaliste ed emulare gli autori degli attentati dell’11 settembre. C’è qualcosa che inquieta oltre misura nel gesto di questo ragazzo. La dichiarazione di guerra di Abdulmuttalab all’occidente arriva direttamente dal ventre grasso della terra e non più dai deserti di povertà in cui Al Qaeda recluta i martiri islamici. “Prima di adesso, da quando era bambino Farouk, eravamo molto presenti e nostro figlio non ha mai mostrato comportamenti, attitudini o appartenenza ad associazioni che potevano destare preoccupazione” hanno rivelato i genitori del ragazzo. La ferita inferta alle nostre sicurezze da una dichiarazione del genere è letale. Luogo natìo e culla di dolore, mi verrebbe da dire. Le parole ricchezza e insurrezione mal si conciliano, dacché la storia è storia le ribellioni più feroci e malpagate sono dei reietti, di coloro che non hanno nulla da perdere eccetto la loro vita. Il capitalismo occidentale ci ha insegnato a guardarci dalla povertà, secondo la dottrina capitalista ogni forma di povertà è un attentato alle nostre sicurezze, ogni indigente è una bomba piazzata davanti alle porte dei salotti belli e confortevoli, è una minaccia alla nostra benestante indifferenza. La vicenda di Abdulmuttalab scompiglia le carte in tavola, perverte la cognizione di un’epoca e di una civiltà che ha fondato sui valori del patrimonio e della proprietà il discrimine fra bene e male, che alleva i propri figli nella liturgia del denaro, che li educa alla diffidenza e al sospetto verso la miseria. Ed ora, proprio nei giorni deputati alla sacralità della festa cristiana che celebra la nascita del Figlio dell’Uomo, arriva l’insurrezione criminosa e terroristica del figlio di un capitalista, un atto inequivocabile che rompe l’illusione. Farouk (forse inconsapevolmente) ha tolto all’uomo occidentale i suoi ultimi punti di riferimento. È questo che genera la nuova paura.

Mi domando se davvero non ci sia un modo per raccontare di questo paese. Lo dico mentre prendo in prestito la poesia di Tahar Ben Jelloun che inizia, appunto, coi versi “Mi racconti di questo paese / nell’esilio delle parole”. Ci sono molti modi per parlare di una nazione, dei suoi vizi e del proprio tempo. Alcune letterature nazionali hanno saputo meglio di altre tracciare schemi, inventare linguaggi e cifre stilistiche. La narrativa israeliana contemporanea, per esempio, porta i segni distintivi di una produzione che pone gli uomini e i personaggi di fronte al rebus di uno stato di conflitto (nazionale e individuale) permanente e irrisolvibile. Il disagio del singolo posto di fronte allo spettro perpetuo della sciagura diventa così, in quella regione letteraria del mondo, il nucleo costituente di una autentica letteratura nazionale contemporanea. Allo stesso modo la cultura americana che ha fatto seguito ai fatti dell’11 settembre è stata fortemente condizionata dall’ossessione per la vulnerabilità e la fragilità di un modello di vita fino a quel momento considerato inespugnabile, per favorire quindi il ritorno a un filone “catastrofista” che già aveva segnato un certo modo di fare cinema ai tempi della grande ferita del Vietnam. In Italia l’ultima volta che si è sentito parlare di qualcosa del genere è stato nel secondo dopoguerra. Calvino in una testimonianza del ’64 disse: “L’esplosione letteraria di quegli anni fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Tempo fa, parlando della crisi culturale dell’Italia contemporanea, Abraham Yehoshua mi disse che secondo lui l’insufficienza della produzione letteraria italiana degli ultimi decenni è figlia di questo periodo di pace ininterrotta che dura da sessant’anni. Non ero del tutto d’accordo con Yehoshua allora, e lo sono ancora meno oggi, poiché ritengo che l’Italia, dal ’45 a oggi, abbia avuto eccome le sue belle guerre da combattere (gli anni di piombo, tanto per dire). Ma ciò nonostante nessuno è stato in grado di fare i conti con certe ferite. In Italia piuttosto – per citare Asor Rosa – si è sempre preferito “dare ampio spazio ai naturali umori provinciali dei letterati italiani”.

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Tahar Ben Jelloun, MI RACCONTI DI QUESTO PAESE

Mi racconti di questo paese
nell’esilio delle parole
ti sei seduta fuori, nel crepuscolo,
per bere un caffè
e ridere
passa un venticello
pieno di odori e profumi
le spezie viaggiano
come i ricordi e le pietre
cardamomo e rose secche
la sera
gli oggetti danzano
nello stagno dell’oblio.

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