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Diciannove giorni fa, nell’ombra interminabile di un crepuscolo di primavera, ho assistito al sorgere di una fiamma misteriosa. Ho cercato da quel giorno di compendiare nei miei pensieri la grandezza del primo gesto del mondo, la nascita di una creatura vivente, senza cedere il verso allo stupore. Ma lo stupore è il primo nutrimento di uno scrittore. Così da diciannove giorni non faccio altro che rivedere un momento preciso della nascita di mio figlio, un istante che forse sfugge persino a una madre, perché avviene nell’attimo che segue nell’immediato la fase espulsiva del parto, e precede il primo vagito. È il momento in cui il piccolo appena venuto al mondo è ancora sospeso senza sguardi e senza respiri, involto in una coltre lattiginosa e incapace di articolare il minimo movimento. È ancora un essere che proviene da un altro mondo, lo scampolo terminale di un sogno che sopravvive per un attimo al risveglio. Poi accade qualcosa. Accade che il luccichio della spada di un arcangelo misterioso infonda vita in quell’involto alabastrino, e la carne del piccolo si accende di piccole scosse, e i tremiti diventano via via più forti, finché i polmoni apprendono il primo rudimento della vita, la respirazione dell’aria. Ecco, tutto questo ha l’aspetto di una sofferenza indicibile, ma è una sofferenza che ingoiamo come acqua e che ci spreme le viscere di commozione. Abelardo Linares in una poesia dedicata agli albori del mondo dice: “È ancora giovane il mondo / e con lui i miei occhi”. Io credo che i miei occhi resteranno per sempre giovani finché continuerò a rivedere in me quell’attimo inafferrabile, colmo di un rumore dolce e straziante, la prima voce terrestre di un essere umano.

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IL SEGRETO DELL’OSSIGENO

Ora restiamo in silenzio, anche se
nel silenzio così a lungo
non abbiamo mai parlato.

Il tuo corpo piccolo, umido e forte
è uscito dalle acque scure
e adesso la marea si ritira e torna
a perdersi.
E già apri la bocca e cerchi il mondo,
un fremito leggero ti attraversa,
la vita si accende con un suono basso,
un vagito
convulso
di gola
che libera aquile e cavalli
e vola,
il palpito batte
accelerato, giù dalle radici,
dal tuo petto premuto di viole,
ti torci, come la paglia di grano,
mentre tua madre adesso è di nuovo
leggera.

L’aria della sera
è così imbevuta di femminilità.

Mi appoggio al muro, respiro. Chiudo gli occhi e
ascolto
con un piacere infantile il rumore sordo
e lieve
del tuo parto.

Dirai un giorno
che hai lasciato tuo padre stanco
ed esausto, ansimante,
ad apprendere il segreto dell’ossigeno che ci rende
creature viventi,
e mi dirai che di quel silenzio
hai capito perfettamente
ogni ferita e gioia
come se tu allora avessi già sentito
come se mi avessi sussurrato
qualcosa di noi che ancora
non sapevo.

(Andrea Pomella – Maggio 2010)

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