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Su Fuori Asse n. 6 è stato pubblicato questo mio articolo che ha per tema il romanzo “L’amante” di Yehoshua e in particolare il personaggio di Dafi. Qui si può scaricare la rivista.

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È una mattina dell’ottobre del 2007, me ne sto rannicchiato con le ginocchia alla gola sul sedile davanti di un vecchio taxi che ci porta dalla spiaggia del Poetto al Castello di Cagliari. Dietro di me c’è Abraham Yehoshua, sua moglie Ika e Alessandra, la mia compagna. Abbiamo appena consumato una granita al limone in un bar sulla spiaggia conversando di letteratura ebraica americana, e in particolare di Henry Roth, l’autore di Chiamalo sonno. Ho una foto di noi quattro seduti a quel tavolo con sullo sfondo un gruppo di uomini vestiti da ciclisti che sembrano divertirsi un mondo. Read More

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Questa è una mia recensione al libro di Nathan Englander “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” (Einaudi) pubblicata ieri su ilfattoquotidiano.it (qui il link all’articolo originale).

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Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, gli basta mettere in scena due personaggi apparentemente banali, farli interagire, e questi si ergono immediatamente a simboli della storia millenaria di un popolo. Faccio un esempio: tra gli otto racconti che formano la raccolta Scene dalla vita di un villaggio (Feltrinelli) di Amos Oz, un libro uscito un paio d’anni fa, ce n’è uno che racconta la storia di un certo Pesach Kedem, un bisbetico ottantaseienne ex deputato laburista che vive con la figlia insegnante e che ogni notte sente un rumore di scavi proveniente dalle fondamenta della casa. L’uomo pensa che sia colpa dello studente arabo che lui e sua figlia ospitano in una casupola poco distante; forse – sospetta il vecchio Pesach – lo studente in quel modo cerca di reclamare il possesso della terra.

Ecco, ho ritrovato la stessa capacità di unire in un legame allegorico lo scorrere regolare della quotidianità con le grandi questioni della storia nella recentissima raccolta di Nathan Englander: Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, pubblicata in Italia da Einaudi. Incensato pubblicamente da colleghi come Jonathan Franzen, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Jennifer Egan, Dave Eggers, vale a dire l’establishment culturale della nuova narrativa americana, i racconti di Englander hanno in effetti una caratteristica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria regola per la canonizzazione dei nuovi autori: sono cioè racconti abbastanza classici e al tempo stesso abbastanza cool da riuscire a imporsi tanto all’attenzione del lettore dai gusti più sofisticati quanto alla sterminata massa dei meno esigenti.

Il filo conduttore di tutta la raccolta è l’ebraicità e la sua neshome (“anima” in ebraico-yiddish), un’ebraicità sentita come “un destino inestinguibile” usando una definizione che ne ha dato Aharon Appelfeld. Ci si muove sui più vari registri, dal comico al grottesco al tragico, e questo è uno dei marchi di fabbrica di Englander, una caratteristica già conosciuta dalla precedente raccolta Per alleviare insopportabili impulsi e dal romanzo Il ministero dei casi speciali. Qui è l’ombra sovrastante della Shoah che domina vite apparentemente tranquille.

Com’è nel caso del primo racconto che – parafrasando Carver – dà il titolo alla raccolta (in molti, me compreso, sulle prime hanno pensato: “Che gran furbata dare un titolo del genere”; ma basta leggere questo racconto per capire che forse non c’era un titolo migliore di questo), in cui si narra di una coppia di ebrei ortodossi proveniente da Israele che fa visita in Florida a una coppia di vecchi amici. Il dialogo fra i quattro si snoda attraverso vari temi, dallo stile di vita americano all’educazione dei figli, fino a sfociare in un dilemma morale di portata colossale che prende forma attraverso un gioco, il “gioco di Anne Frank”: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?”

O come accade in Camp Sundown, dove la tranquilla e un po’ comica routine degli ospiti di un centro estivo per anziani viene interrotta quando i villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno uno spettro del loro passato, un carceriere nazista contro cui tenteranno di applicare le “regole del campo”.

Vastità di implicazioni che non mancano neppure in Peep Show, un spassoso apologo su una delle archetipiche caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il senso di colpa, qui impersonato da un avvocato di successo che cerca la trasgressione in un locale a luci rosse, e finisce per fare i conti con la propria coscienza in un crescendo comico che ricorda da vicino il miglior Woody Allen.

La letteratura ebraica, come ebbe modo di precisare Abraham Yohoshua, “non è quel che in genere si immagina: non è tutta la letteratura scritta da ebrei, ma quella scritta da ebrei e che riguarda temi ebraici”. Englander, in questo senso, è a pieno diritto un autore di letteratura ebraica, sicuramente uno dei più bravi della sua generazione (è nato nel 1970). Non so se sia davvero degno di comparire accanto ai vari Bellow, Roth, Singer eccetera, come qualcuno si è affrettato a scrivere, e non so nemmeno quanto senso abbia immaginare questi club letterari esclusivi con annessi criteri di ammissione. Una cosa è sicura, nella misura breve – e quest’ultima raccolta sta lì a dimostrarlo – Nathan Englander è uno degli autori (di letteratura ebraica e non) più capaci e raffinati in circolazione.

C’è un quadro al centro dell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua: è Caritas romana, di Matthias Meyvogel, che ritrae la giovane Pero mentre allatta, in un gesto di estrema pietà, il padre Cimone, condannato a morire di fame. Un tema che ha un precedente letterario nel memorabile finale di Furore di John Steinbeck. Il quadro, o meglio una riproduzione di esso, si trova in una camera d’albergo di Santiago de Compostela, dove l’anziano regista israeliano Yair Moses viene invitato per presenziare a una retrospettiva sui suoi primi film. È l’opera di Meyvogel a far riaffiorare il ricordo di una scena che l’amico sceneggiatore Trigano aveva proposto a Moses come finale di un loro film. Ma il rifiuto dell’attrice protagonista, Ruth, di girare la scena aveva messo fine al sodalizio artistico e al rapporto d’amicizia che legava il regista e lo sceneggiatore. Moses ben presto scopre che dietro all’organizzazione della manifestazione c’è proprio il vecchio amico la cui intenzione era mettere Moses in condizione di fare i conti col proprio passato. Opera sui misteri della creazione, La scena perduta – questo il discutibile titolo scelto da Einaudi per l’edizione italiana, a dispetto dell’originale e più efficace Carità spagnola – è un romanzo in cui Yehoshua, contrariamente alle sue abitudini, mette in scene tutto se stesso, o almeno una gran parte. È infatti facile scorgere nella figura del regista Moses forti somiglianze con lo scrittore israeliano. “È vero, dunque, che in Moses c’è qualcosa di me e di ciò che agisce in me quando creo. È anche vero che due o tre dei film evocati nel romanzo e presentati nella retrospettiva sono echi di miei libri”, ha dichiarato lo stesso Yehoshua in un’intervista rilasciata lo scorso giugno a Elena Loewenthal e pubblicata su La Stampa. Siamo di fronte a un libro complesso, e in parte anomalo nella vasta produzione di Yehoshua. Qualcosa che assomiglia a un bilancio di vita e letteratura. Eppure, a leggere La scena perduta, c’è la percezione di un avvitamento, manca quella caratteristica aria intorno ai personaggi che è tipica dei romanzi migliori di Yehoshua. Quella che è una delle sue virtù maggiori di scrittore, ossia la profondità d’analisi della psiche, la capacità di insinuarsi tra le pieghe dei caratteri dei personaggi, di renderceli così straordinariamente familiari anche attraverso la descrizione dei momenti minori delle loro vite, va un po’ in secondo piano. La volontà, conclamata, era quella di scrivere un’opera dal valore fortemente simbolico. Può piacere o meno. Siamo in ogni caso nel campo della grande letteratura.

Abraham Yehoshua scrisse Tre giorni e un bambino nel 1965. Fa parte di quel periodo della sua vita che costituisce, per stessa ammissione dell’autore, un lungo periodo di apprendistato sull’arte del racconto, prima di dedicarsi, dopo il compimento dei quarant’anni, alla scrittura dei romanzi che l’hanno reso uno degli scrittori più acclamati al mondo. Ma, al di là delle categorie, Tre giorni e un bambino è uno dei vertici dell’intera produzione di Yehoshua. Ho sempre sostenuto che tra le qualità migliori dello scrittore israeliano c’è quella di saper descrivere i movimenti minori dei personaggi, lo scorrere delle loro giornate, il loro affaccendarsi in una routine quotidiana che magari non ha nulla di eccezionale. Eppure, nel descrivere queste vite che girano al minimo, riesce sorprendentemente (e come nessun altro al mondo) a dilatare la prospettiva, fino a simbolizzare significati e temi di rilevanza storica, politica, religiosa e culturale. Sono i  giorni di passaggio dall’estate all’autunno, e in una Gerusalemme ancora infuocata dalla calura, Ze’ev, un giovane laureando in matematica, si impegna a tenere con sé il figlio della sua ex, Haya. Il piccolo Yali, tre anni, assomiglia come una goccia d’acqua a sua madre, e questa somiglianza ridesta in Ze’ev antichi sentimenti di amore per la donna perduta. Tuttavia, nel suo atteggiamento verso il bambino, c’è una sorta di inspiegabile ostilità, un’avversione che lo spinge ad immaginarne addirittura la morte o ad avere l’impulso di abbandonarlo ai suoi giochi pericolosi e alla febbre che ben presto lo contagia. In questo Yehoshua ancora ventinovenne c’è già tutta l’intensità, la forza poetica e morale, l’eccellenza del grande maestro che conosciamo oggi. In un’intervista rilasciata nel 2010, parlando dei personaggi che animano le sue storie, ha dichiarato: “Andrebbero rispettati come gli esseri umani. Mai ridotti a finzione. Nei miei libri non ce ne sono mai di radicalmente aberranti o incompatibili con me. Non c’è un solo personaggio che io non accetterei di far accomodare nel mio salotto”. In questa affermazione c’è tutta la distanza che separa Yehoshua da una parte rilevante di scrittori contemporanei. Una dichiarazione d’intenti, a quanto pare, mai tradita, neppure nella più remota giovinezza.

Ho letto Momento musicale, un racconto vecchio di trent’anni di Yehoshua Kenaz, in Italia ripubblicato di recente da Giuntina insieme all’altro, bellissimo, Fra la notte e l’alba. Ho sempre dichiarato la mia speciale propensione per gli autori della letteratura israeliana contemporanea, e Kenaz rappresenta a buon diritto la quarta gamba di quel tavolo di insuperabili composto da Oz, Grossman e Yehoshua. Profondo conoscitore della cultura francese di cui ha tradotto i classici in ebraico, di Kenaz da queste parti se n’era già parlato prima e dopo la lettura del suo Ripristinando antichi amori. Leggere Momento musicale però è come fare un’immersione nei grandi classici del Novecento, il rapporto tormentato che lega il giovane protagonista allo studio del violino riecheggia di numerosi rimandi testuali, in primo luogo, ineludibile, è il riferimento proustiano, l’odore della colofonia, una resina che serve a conservare in buono stato l’archetto, che diventa la sua madeleine, un profumo che trasportava “la mia immaginazione verso spazi lontani e dava al mio cuore il gusto dell’avventura”. Ecco, rispetto agli altri grandi della letteratura recente israeliana, Kenaz forse è quello che più di tutti si sgancia dalle urgenze contingenti legate alla vicenda di Israele, per esplorare più in generale i moti universali dell’animo umano.

Ho letto che Abraham Yehoshua ha rimesso mano al suo romanzo Un divorzio tardivo, pubblicato in prima edizione nel 1982, ribaltandone il finale. Al di là dei giudizi sugli esiti più o meno felici dell’operazione, trovo interessante che a distanza di anni uno scrittore celebrato in tutto il mondo avverta l’esigenza di tornare su uno dei suoi capolavori indiscussi, andando a ritoccare proprio uno dei punti nevralgici del romanzo, ossia l’excipit, la chiusa narrativa. Così immagino Yehoshua in tutti questi anni segretamente tormentato dallo scioglimento della sua storia – metafora, come in tutti i suoi libri, della società ebraica e della situazione d’Israele negli anni Ottanta, nonché puntigliosa analisi dei conflitti che esplodono negli ambiti familiari – e quella chiusura della vecchia versione che culminava dopo un crescendo con la frase che oggi, alla luce della recente riscrittura, appare quantomeno profetica: “Tutt’a un tratto sei in un bel guaio”. Ecco, qualsiasi scrittore conosce bene quel mistero in cui si viene precipitati quando si scrivono le ultime parole di una storia, il freddo estremo del silenzio che risuona nella mente, l’improvvisa voragine di righe bianche. E poi ancora le insicurezze, le mille indecisioni, le ansie e i timori, quel personaggio che forse poteva mostrare qualcosa di meglio di sé, o quell’altro a cui magari si sarebbe potuto concedere una seconda opportunità. Insomma, chissà che l’Onnipotente stesso non abbia avuto rimorsi per non aver fermato per tempo la mano di Caino e allora la risposta senza pentimento del primo reo della storia umana, il famoso “Sono forse il custode di mio fratello?”, non avrebbe avuto motivo di essere. La vita di un personaggio d’invenzione dipende completamente dalla mente di chi l’ha creata. Il peso della responsabilità è enorme, e quando si avverte di non essere stati completamente all’altezza si può ben dire, sì, di essere finiti tutt’a un tratto in un bel guaio.

Venerdì scorso ho incontrato Abraham Yehoshua in un albergo nel centro di Roma. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato a Cagliari, due anni fa, quando ebbi il compito di accompagnare lui e sua moglie Ika per tre giorni in visita alla città. Allora (si trovava lì per un incontro col pubblico cagliaritano organizzato nell’ambito del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie) ebbi con lui delle lunghe conversazioni che presto imparai a riconoscere come lezioni fondamentali sull’arte del romanzo. Da quel momento in poi posso dire che i suoi insegnamenti sono diventati per me imprescindibili nell’esercizio della scrittura e più in generale nell’approccio alla letteratura. L’appuntamento di venerdì era stato fissato a margine della sua conferenza all’auditorium di Roma, gli avevo chiesto un’intervista per l’Unione Sarda, giornale con cui collaboro saltuariamente da qualche tempo. Abraham e Ika mi hanno accolto con gentilezza e garbo immutati, confessandomi del loro entusiasmo per Roma ed esibendo una forma e una serenità invidiabili (la letteratura mantiene giovani, è stata la battuta con cui ci siamo salutati). L’indomani sono andato ad ascoltare la sua conferenza nella sala Sinopoli dell’Auditorium. Una volta terminato l’incontro sono sceso in platea, Abraham mi ha chiamato con un cenno mentre usciva dal palco. Nei corridoi dietro le quinte mi ha detto, “ho una cosa per te”. Non dirò in che consistesse questa “cosa”, essa fa parte dei cerchi concentrici che racchiudono le nostre vite e che in qualche modo le conferiscono senso. Dirò che la grandezza di uno scrittore e di un uomo non si riconoscono dal numero di copie vendute né dalla qualità del proprio lavoro, ma dalla densità di certi piccoli gesti e dalla capacità di saper incidere nella nostra corteccia di uomini.

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Abraham Yehoshua, la letteratura come morale – Incontro a Roma con lo scrittore israeliano: la politica di Tel Aviv, il nuovo libro, il senso dell’etica

Unione Sarda. 28 Marzo 2010, Pag. 56 – Abraham Yehoshua, classe 1936, tra i più importanti narratori viventi, è in questi giorni a Roma, ospite della kermesse Libri Come, la festa del libro e della lettura che si chiude oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il nuovissimo appuntamento romano, ideato da Marino Sinibaldi (direttore di Radio 3 e conduttore della fortunata trasmissione radiofonica Fahrenheit) e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, rappresenta per lo scrittore israeliano l’occasione di un nuovo incontro con il pubblico italiano.

Con un romanzo appena concluso e che vedrà la luce in Israele in questo 2010 – tre anni dopo il suo ultimo Fuoco Amico (Einaudi) – Yehoshua ci appare in una forma smagliante. Il sorriso caloroso, i modi gentili, la vigoria e l’entusiasmo che traspaiono dalla sua voce davanti ai temi legati ai libri e alla letteratura, e che lasciano il posto alla risolutezza e al fervore quando si parla dell’argomento politico del giorno, ossia il piano di costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme est voluto dal governo di Tel Aviv.

«Io sono felice che gli Stati Uniti abbiano assunto una posizione così ferma e decisa» – ribadisce Yehoshua riferendosi alle critiche al piano mosse dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. «La posizione dell’amministrazione Obama, oltreché un esempio di grande fermezza morale, è un atto di amicizia e di amore verso lo Stato Ebraico, e non di ostilità». E replica al premier israeliano, il quale nei giorni scorsi aveva dichiarato che il progetto di costruzione delle nuove colonie non impedisce comunque la possibilità di una soluzione a due Stati. «Può darsi che abbia ragione Netanyahu. Ma in ogni caso perché costruire nuove colonie a Gerusalemme est? Quale sarebbe lo scopo?».

Riguardo all’ipotesi, rilanciata da Berlusconi in una recente visita a Gerusalemme, che Israele possa entrare un giorno nell’Unione Europea: «Si tratta di una proposta valida, purché comprenda anche la Palestina. Se si raggiungesse la pace sarebbe bello che ci unissimo alla Comunità Europea. Immagino anche per ragioni pratiche, come avere subito l’euro e non dover cambiare i soldi quando si va all’estero».

Tornando al motivo della sua presenza a Roma e al titolo, Come scrivo i miei libri, della sua conferenza all’Auditorium, Yehoshua chiarisce: «Non si può spiegare come si scrive un libro, ogni libro è diverso da un altro. Posso raccontare del mio metodo personale, di come pianifico il mio lavoro, di cosa significhi per me scrivere e da dove derivi l’impulso originale che mi spinge a farlo. Siamo abituati a sentir dire che la scrittura è una specie di fuga dal mondo. Non per me. Io non scappo dal mondo».

Poi ci anticipa che il suo nuovo romanzo, ambientato in Spagna, avrà per protagonista un regista di cinema. «Per il mio personaggio ho scelto questa professione perché penso che fra un regista e uno scrittore ci siano molte affinità. Uno scrittore è allo stesso tempo uno sceneggiatore, un fotografo, un narratore. Quindi lo scrittore racconta la storia in una situazione speciale, sotto tutti gli aspetti, incarnando vari punti di vista in un’unica persona».

Su quest’opera, attesissima, non aggiunge altro, perché «è difficile parlare di un bambino non ancora nato».

Allora la conversazione si sposta su un argomento presente in tutta la sua produzione letteraria: il rapporto tra etica e letteratura. Lo spunto è un saggio di qualche anno fa, Il potere terribile di una piccola colpa (Einaudi), in cui Yehoshua raccoglieva alcune riflessioni sui compiti della letteratura e sul senso morale dei lettori. «Stiamo perdendo la capacità di far sì che la letteratura sia un laboratorio per le questioni morali dell’umanità. È molto importante in letteratura porre in primo piano i dilemmi morali. Non dico risolverli, questo è un compito che spetta ad altre discipline. Nel secolo scorso, fino a un certo punto, abbiamo avuto una letteratura marcatamente ideologica, adesso, al contrario, gli scrittori sono terrorizzati dall’idea che le loro opere vengano giudicate tali. È per questa ragione che non osano più affrontare temi di carattere morale».

Discorso valido anche nella sua Israele, dove tuttavia negli ultimi tempi si è assistito a una vera e propria fioritura delle arti. «La situazione è complessa ed intensa in questo momento» confida. «Ci sono molti stimoli che provengono dalla società».

Per uno come lui, nato a Gerusalemme e trasferitosi da tempo ad Haifa, la complessità della società israeliana è da sempre oggetto di osservazione. «Ho lasciato Gerusalemme nel ’67 e ho scelto di vivere ad Haifa». Il carattere multietnico e multireligioso di questa città, in prevalenza ebraica, ma con presenza musulmana, cristiana e drusa, ricorda in parte quello di molti dei suoi personaggi. «In realtà Haifa non è molto lontana, ma è diversa, sia da Gerusalemme che da Tel Aviv, che è la città di mia moglie, e direi che riunisce il meglio di queste due città. Oggi posso dire che tutto ciò che cercavamo l’abbiamo trovato ad Haifa».

Al contrario di Amos Oz (l’altro vertice della cosiddetta «triade» dei grandi scrittori israeliani: Yehoshua, Oz, Grossman) che da bambino sognava di crescere e di diventare un libro, Yehoshua è categorico: «Non voglio essere un libro! Io sono un essere umano, non un libro. I libri non fanno l’amore, non mangiano, non ridono, non si godono la vita. Del resto nella mia scala dei valori io non pongo la scrittura in una posizione così elevata. L’arte è importante ma c’è anche altro nella vita. L’arte non è una religione o un oggetto di culto, è solo una fra le tante attività importanti dell’uomo».

ANDREA POMELLA

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