archivio

Archivi tag: adonis

Sette paragrafi in cui spiego Obama il messianico e la farsa della guerra in Siria. Pubblicato ieri su IlFattoQuotidiano.it. Qui.

*

Le nazioni per proliferare hanno continuamente bisogno di nemici. Ogni nemico deve essere identificato attraverso un simbolo, e poco importa se il simbolo rappresenta qualcosa di concreto o se resta una pura effigie, un’incarnazione. Non si fa una guerra senza avere un nemico. Dire che i nemici sono il primo requisito che serve per attivare e giustificare una macchina bellica può suonare come una banalità. Non lo è se uno Stato ha le necessità di muovere una guerra ma non ha a disposizione un nemico. Il nemico deve rappresentare una minaccia. Più è terribile la minaccia, maggiori saranno le possibilità che la guerra sarà percepita come giusta. Minore è la portata della minaccia e minore sarà l’interesse dell’opinione pubblica a concepire una guerra. La realtà della maggior parte delle guerre è che l’individuazione di un nemico, e quindi della minaccia, non precede la decisione di ricorrere alla guerra, ma la segue.

Le ragioni sostanziali per cui – soprattutto in occidente – si fa una guerra non sono mai legate a un rischio diretto di aggressione. Le ragioni sono di natura economica. Da oltre un secolo è l’economia che controlla la politica, e non più la politica che controlla l’economia. L’economia, rispetto alla politica, ha un vantaggio di posizione: non ha bisogno di convincere un elettorato, e perciò ha campo libero rispetto a cose come l’etica, la conciliazione, il benessere materiale dei popoli. L’economia indica alla politica che a un certo punto della storia occorre muovere una guerra. La politica deve agire su tre livelli: scovare la guerra da combattere, indicarne le motivazioni (inventarle, se necessario), individuare i simboli capaci di colpire l’immaginario pubblico. Il mandato per una guerra si costruisce scalando questi tre livelli. La politica si rende serva dell’economia, sale sul palcoscenico del mondo e mette in scena una farsa generale. Le reazioni dell’opinione pubblica a questa farsa diventeranno a loro volta farsa. Perché le reazioni dell’opinione pubblica tenderanno ad accogliere o rigettare le tesi che la politica ha indicato (inventato, se necessario), il dibattito si fonderà cioè su un’abile mistificazione e non sulle ragioni reali che muovono alla guerra, la disputa tenderà a ignorare il mandante economico, l’opinione pubblica si troverà a replicare a una realtà distorta, contribuendo suo malgrado a distorcerla ancora di più, e quindi a nutrirla, a ingrassarla, in una parola a legittimarla.

È quello che accade puntualmente oggi con la Siria. Che è accaduto ieri con la Libia, e l’altro ieri con l’Afghanistan e l’Iraq. C’è una crisi economica, c’è un uomo politico dal fascino messianico il cui mandato è risolvere questa crisi. L’uomo dal fascino messianico, una volta giunto al giro di boa del suo mandato, si rende conto di non possedere le forze né la capacità necessaria per compiere la sua missione. Il potere economico, che non sottostà al giudizio popolare ma che tutela il proprio interesse sopra a ogni cosa, gli indica allora il rimedio spiccio: una guerra, che – da che mondo è mondo – agisce come un vaccino, inocula il germe per stimolare il corpo ricevente alla produzione di anticorpi capaci di neutralizzare la malattia di cui quello stesso germe è portatore. Ma l’uomo dal fascino messianico ha tre problemi da risolvere, i quali, a loro volta, corrispondono ai tre livelli di cui si diceva sopra: scovare la guerra, indicarne le motivazioni (inventarle, se necessario), individuare i simboli capaci di colpire l’immaginario pubblico. Ergo: Siria – strage di civili / minaccia terroristica mondiale – armi chimiche. Questa la farsa.

La reazione pubblica alla farsa è diretta a rendere ancora più concreta la farsa stessa. La reazione è rivolta cioè a confermare o confutare le tesi su cui si fonda la farsa, e non a demolirla, per esempio, indicando la grande questione che ne è all’origine, e cioè che un’escalation bellica in Siria rappresenterebbe la scorciatoia per risolvere la grande recessione e riattivare l’economia. Una crisi economica che, è bene ricordarlo, è una crisi di sovrapproduzione, che deriva cioè da un blocco intervenuto nei meccanismi di accumulazione. Un blocco che, come già accaduto nel 1914, nel ’29 e all’inizio degli anni Settanta, la politica, asservita all’economia, riesce a sbrogliare solo attraverso il ricorso alle armi.

Se il dibattito pubblico non si reggesse sull’asse “farsa-controfarsa”, si porrebbe in primo piano, per esempio, la questione del simbolo, che nel nostro caso è l’uso, da parte di Bashar Al-Assad, di armi chimiche sui civili. Porre in primo piano la questione del simbolo significa interrogarsi sui produttori di armi chimiche, significa chiedersi, per esempio, perché, se il modo per legittimare una guerra alla Siria è accertarsi che ci sia stato il superamento della linea rossa data dall’uso di armi chimiche, non si debba allora – ragionando per paradossi – intervenire all’origine, muovendo guerra, per dire, ai paesi che producono ed esportano armi chimiche.

Confutare il simbolo significa svelare i lordi meccanismi che muovono il mondo, rigettare in toto la farsa dei tre livelli di persuasione, scartare le menzogne della politica asservita ai pattumi dell’economia, rifiutare la piattaforma del ragionamento su cui si fonda il dibattito internazionale sulla guerra in Siria e su tutte le guerre in generale, domandarsi perché non si scovano mai simboli buoni a legittimare guerre contro i produttori di disuguaglianze sociali (il divario tra i ricchi e i poveri è la prima causa di malessere dell’individuo; è quindi – in teoria – il primo problema delle nazioni), mentre se ne scovano sempre di buone per motivare conflitti utili ad aumentare la forbice della disuguaglianza, a mantenere al caldo le terga di chi detiene il potere economico.

All’uomo dal fascino messianico oggi regalerei i versi che un grande poeta siriano, Adonis, ha scritto in Siggil (Interlinea, traduzione di Fawzi Al Delmi): “Ma com’è facile mettere il cappello di un profeta sulla testa di un impostore, com’è facile mettere il cappello di un impostore sulla testa della storia”.

 

A proposito della Siria, dell’intervento in Siria, degli Stati Uniti, del presidente degli Stati Uniti, a proposito del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, del nobel per la pace Barack Obama, del Consiglio di Sicurezza Onu, del papa, a proposito del papa che sabato ha detto: “Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale”, a proposito del commercio illegale di armi, a proposito del commercio di armi (che per come la vedo io è sempre illegale), a proposito di tutto questo, ho letto una cosa di Adonis, che è tratta da Siggil (Interlinea, traduzione di Fawzi Al Delmi), una cosa in cui Adonis, che è il più grande poeta siriano vivente, dice: “Ma com’è facile mettere il cappello di un profeta / sulla testa di un impostore, / com’è facile mettere il cappello di un impostore / sulla testa della storia”.

La mia vicina è pazza, urla in piena notte, maschera i cani con la plastica costruendo loro strane armature da guerrieri medievali. D’estate cucina all’aperto con un piccolo fornello a gas, la puzza del gas si sparge per tutto il vicinato e io sono costretto a chiudere le finestre. La mia vicina ha decorato la siepe del suo giardino con enormi pupazzi di peluche trasformati dalla pioggia in grosse spugne sporche di terra e fango. Lei è sempre sola, ogni tanto la sento gridare al telefono con qualcuno, sono telefonate agghiaccianti, disperate. Col tempo sono giunto alla conclusione che forse dall’altra parte della cornetta non c’è nessuno e le telefonate non sono altro che un triste rituale a cui nessuno ha il coraggio di dare il giusto nome. In questi anni nessuno è mai venuto a farle visita, solo due volte ho sentito i rumori di un amore brutale, furioso, consumato in un’ora del pomeriggio in maniera frugale, come fanno due lupi di montagna quando è troppo duro l’inverno. Forse il suo partner è altrettanto pazzo, o forse anche lui non esiste, come non esiste il silenzioso confessore al telefono, o forse l’amante e il confessore sono la stessa persona, entrambi inesistenti. Così questa donna che maschera i cani e fa telefonate a nessuno non è altri che un’ombra interminabile e concreta finita in un sogno di indicibile solitudine. E io che qualche volta mi domando se non sia anche lei una maschera senza corpo, un’invenzione di ciò che percepisco del mondo, e se alla fin fine noi tutti non siamo abbastanza pazzi da credere di avere qualcuno che ci parla al telefono, un amante nel letto, un cane, un universo di stelle e di mondi che ci cammina dietro, lungo una strada infinita e tutta al buio.

.

Adonis, LE STELLE

Cammino e dietro camminano le stelle
verso il domani delle stelle
l’enigma, la morte, quel che fiorisce e la fatica
sfinisce i passi fanno sangue di me esangue

sono cammino non iniziato
non vi è giacimento a vista –
cammino verso me stesso
quel che verrà a me stesso
cammino e dietro camminano le stelle.

Non possiamo indignarci per tutto, fare dei nostri giorni una sequenza di sdegno e collera, non possiamo cambiare il mondo sacrificando il nostro fegato. È questo che ho pensato ieri sera ascoltando al tiggì della sera la notizia che in Guinea una manifestazione di protesta contro la giunta attualmente al potere è stata repressa in un bagno di sangue, con un totale – così leggo nelle agenzie di stampa – di 157 morti e 1.253 feriti. Dobbiamo essere equilibrati, domare il risentimento, goderci la vita, fottercene, per esempio, di quello che ci dicono sia accaduto nella capitale Conakry, dove in uno stadio che conteneva 25 mila persone inneggianti alla libertà l’esercito ha cominciato a sparare ad altezza d’uomo, e subito dopo sono stati visti camion militari caricare cadaveri nel tentativo di mascherare l’entità del massacro, e poi, ancora, esecuzioni sommarie e lo stupro di numerose donne fatto dai soldati adoperando le canne dei fucili. No, decisamente, il mondo è un luogo troppo vasto e selvaggio per correre dietro a tutte le fiere che ne infestano, per usare un’antica espressione persiana, i sei lati. E poi – com’è che ti ha detto qualcuno? – le cose che scrivi sono così pesanti, mai un accenno di speranza, mai uno sprazzo di sorriso, che la vita porcomondo non è mica solo stare a rimbrottare tutto il santo giorno. E no, la vita è pure sciocchezze, fesserie, leggerezze, giochi, chiudi gli occhi e sogna il tuo prossimo volo low-cost per Sharm el-Sheikh, e quell’amica là che ti ha mandato l’ultimo gift sponsorizzato, ovvero un orsacchiotto animato che tira baci pieni di cuoricini luminosi. A me no, a me arrivano poesie come questa qui di Adonis. A me succede che non riesco a starmene buono davanti alla sola idea di ciò che hanno fatto quei porci in quello stadio, e mi torna su come in una nausea il ricordo di Santiago del Cile, di Tien An Men, di Srebrenica, di Lhasa, di My Lai, di Kigali, di Jenin, di questo enorme banchetto di barbari e di agnelli, di questi generali vittoriosi, di questi morti moltiplicati per i morti, di questi tappeti di sangue sui quali prospera la nostra bella pace e i nostri teneri orsacchiotti digitali. Non si può indignarsi per tutto, rodersi le ossa delle mani perché sei nato con troppo sangue e poco zucchero. Allora che si fa? La scrivi o non la scrivi la nota sulla Guinea?

.

.

Adonis, IL NUOVO NOÈ

.

 

1

Con l’arca e i remi partimmo,
nel fango e la pioggia, di Dio la promessa,
viviamo e l’uomo muore
Sull’onda e il vuoto partimmo
era una catena di morti cui le vite legammo,
e tra noi e il cielo aprimmo
una finestra per chiamare:
“Oh Dio, perché solo noi poi salvasti
fra tutti gli esseri gli uomini al mondo?
Ci butti dove, aldilà,
nella nostra terra di prima?
su foglie morte alito di vita?
Dentro di noi, Dio, nelle nostre arterie
c’è paura del sole non c’è speranza di luce
né fede di domani
di nuovo la vita cominceremo.
“Oh, senza essere semi
di generazioni, terra, e creato,
se fossimo rimasti mota
o brace di fuoco, a metà fra i due
per essere ciechi al mondo
per non vedere l’inferno, due volte, e Dio”.

2

Se ritornasse l’inizio del tempo
l’acqua arrivata al volto della vita
il tremito la terra e Dio chiedesse:
– Noè, salva i viventi – Non lo ascolterei,
all’arca andrei tolti i sassi
e la mota dalle orbite dei morti
al diluvio le viscere svuotando
bisbigliando dentro le loro vene
che dallo morire siamo tornati, fuori dalla caverna,
il cielo degli anni abbiamo rifatto
e dritto navighiamo, non torniamo,
per paura indietro, sordi alla parola di Dio
la morte è il nostro appuntamento, sponda
il tormento di cui intimi e paghi siamo,
un gelido mare dall’acqua di ferro
solchiamo verso la fine,
sordi a quel io ce ne andiamo
diverso da lui, un Dio nuovo cerchiamo.

Un caro amico mi ha regalato la graphic novel che David Polonsky ha tratto dalla pellicola d’animazione diretta da Ari Folman, Valzer con Bashir. Ho dedicato la domenica mattina alla lettura di questo straordinario fumetto. La storia narra dell’amnesia regressiva del soldato Folman, di ventisei cani rabbiosi che tornano in sogno per inseguire una vendetta, e del tentativo di riportare alla memoria l’orrore per i massacri perpetrati dalle milizie cristiane libanesi alla periferia di Beirut negli insediamenti palestinesi di Sabra e Shatila, un’area direttamente controllata dall’esercito israeliano, tra il 16 e il 18 settembre 1982. Il pretesto per la mattanza che causò la morte di 3000 persone fra uomini, donne e bambini, fu un attentato in cui, tra gli altri, perse la vita il leader dei falangisti libanesi Bashir Gemayel. Una giornalista inglese, due giorni dopo la strage, scrisse sul Daily Mail: “Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore”. Conoscevo la poesia di Michel Cassir, Libano Sud. Il Libano è una terra che ha dato al mondo poeti meravigliosi come Etel Adnan, Adonis, Gibran. Così, terminata la lettura del fumetto di Polonsky, ho cercato i versi di Cassir, come se la mia coscienza non fosse ancora sazia, come se cercassi un altro albero di parole a cui appendere le braccia e chiudere gli occhi per lasciarmi dondolare lontano, in alto, sullo schifo del mondo degli uomini.

Michel Cassir, LIBANO SUD

agonia delle parole
prima diseredate e poi frantumate
come noccioli di olive
in una macina scura
di tre spessori di omicidio
i cadaveri di bambini
non hanno né lacrime né profumi
per la loro lunga erranza
attraverso il fumo
e i fuochi d’artificio
dell’armata cibernetica
sapiente e cieca
l’amore non ha il tempo
di liberare il suo lamento
un villaggio si richiude
sull’epurazione di una città
i sopravvissuti sono fantasmi
che sfiorano la guancia
dei giovani soldati mercenari
senza saperlo
di un lontano impero
che non si dichiara mai
tanto è preoccupato
di presenza anonima
che rode ogni sussulto
di sogno o di respiro
la trappola è inaudita
ogni resistenza fuori legge
e il grande cenacolo
dell’intelligenza universale
soppesa la compassione
delle parole vuote
come una fonte
pompata fino al sangue
in cui soffoca il grido
senza parole
nell’estate duemila e sei
oltre le stazioni balneari
i musei e i siti archeologici
rigurgitanti di entusiasmo
lo spirito sembra colpire le folle
Cana Tyr Baalbek Saïda Beyrouth
sotto un velo di pudore
silenzio si sgozza la storia
e questo crea meno agitazione
di uno sceneggiato del lunedì sera

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: