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Quello che succede oggi in Libia è già successo in Kosovo. Allora il presidente degli Stati Uniti Clinton disse a D’Alema (che in quel momento sedeva sullo scranno più alto di palazzo Chigi) che comprendeva l’imbarazzo dell’Italia nel caso di un suo coinvolgimento diretto nelle azioni di guerra nei Balcani, ma che in ogni caso l’America aveva bisogno delle basi militari sul territorio italiano. D’Alema rispose che l’Italia, non essendo un paese di serie B, avrebbe fatto la sua parte fino in fondo. Va detto che il governo D’Alema nacque proprio per rispettare gli impegni Nato e dopo aver messo a disposizione una forza composta da 50 aerei terminò il suo mandato con l’autorizzazione all’eventuale partecipazione dell’Italia alla formazione di un corpo di invasione. Anche oggi in Libia l’Italia è stata chiamata a un intervento diretto in uno scenario di guerra posto entro i tracciati di un paese praticamente confinante. L’Italia aderisce con un governo spezzato in due e incapace di avere un’idea univoca sulla questione; aderisce a meno di un anno dal defilé romano di Gheddafi, blandito da una pletora di politici, imprenditori e starlette e da un Presidente del Consiglio  “birichino” incapace di frenare la propria libido anche di fronte alla mano del dittatore libico; aderisce nell’assurda convinzione di poter sostenere contemporaneamente due guerre (per chi se ne fosse dimenticato c’è già l’Afghanistan); aderisce senza calcolare i rischi di essere geograficamente in prima linea e quindi facilmente esposto a ritorsioni di natura militare e ai pericoli di quelle che da più parti vengono definite come “bombe umanitarie”. Esattamente un mese fa Berlusconi, chiamato a esprimere un parere sull’evoluzione della crisi libica, rispose: “Non voglio disturbare Gheddafi”. Oggi apprendiamo che nelle personali regole di diplomazia internazionale messe in pratica dal premier, sparare un missile è più educato che fare una telefonata.

La notizia dell’assegnazione del Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo – che fu tra coloro che presero parte alla protesta di Tienanmen, ed è stato tra i firmatari e i creatori di Carta 08, il manifesto per la democrazia in Cina – è una delle scelte più importanti degli ultimi anni fatte dal comitato norvegese per l’assegnazione del premio. Lo è perché, come recita la motivazione ufficiale, Liu Xiaobo è un “simbolo della campagna per il rispetto e l’applicazione dei diritti umani fondamentali” in Cina, e come si sa la questione dei diritti umani pesa come un macigno non solo sulla storia recente di questo paese (vedi Tienanmen), ma sul presente stesso del mostro economico mondiale (basti ricordare che in Cina sono tuttora operativi i Laogai, i campi di concentramento istituiti da Mao Zedong nel 1950 sull’esempio dei Gulag sovietici, in cui a tutt’oggi uomini, donne e bambini sono costretti a svolgere lavori forzati in condizioni disumane e a vantaggio del governo cinese e delle multinazionali che producono e investono in Cina). Il Nobel a Liu Xiaobo, va chiarito, è uno schiaffo in faccia al primo mondo, quello occidentale, Italia compresa, che in nome del dio economico differisce la questione cinese e nel frattempo è impegnato sul fronte di guerra afghano in un’operazione decennale contrassegnata dall’ipocrisia di quel nome in codice, Enduring Freedom, che la dice lunga sull’arbitrarietà con cui l’occidente attribuisce significato alle parole. Personalmente, appena appresa la notizia del Nobel a Liu Xiaobo, la mia mente e il mio cuore sono volati allo scrittore dissidente Ma Jian, l’autore di quell’autentico capolavoro della narrativa mondiale che è Pechino è in coma, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e intervistare lo scorso anno a Cagliari durante il Festival Tuttestorie. Ma Jian aprì il suo incontro col pubblico cagliaritano pronunciando questa frase: “Cominciamo col dire che se adesso ci trovassimo in Cina, tutti voi, per il solo fatto di essere intervenuti alla mia conferenza, verreste immediatamente arrestati e trasferiti in carcere. Ma per fortuna non siamo in Cina”. Se ripenso a intellettuali di casa nostra come Edoardo Sanguineti che, durante un’intervista in Tv nel 2007, definì i martiri di Tienanmen “ragazzi poveretti, sedotti da mitologie occidentali, che volevano solo la Coca-Cola”, credo che la forza simbolica delle parole, l’attribuzione di un premio, il coraggio di una dissidenza siano, nonostante tutto, ancora importanti.

Da qualche ora i tiggì nazionali ripetono con una certa sadica soddisfazione che i tre operatori dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah accusati di terrorismo “hanno confessato”. Il governo italiano dal canto suo non ha perso occasione per mostrare la ghigna, gli estroversi esponenti del governo si sono presentati in Tv con le schegge di vetro in bocca e le orecchie rosee di compiacimento. Pensare che ci sia una regia occulta, un asse tutto interno alla Nato teso a eliminare dalla zona delle operazioni di guerra un testimone come Emergency non è poi così azzardato. Un tale di nome Gasparri che di mestiere fa il presidente del gruppo Pdl al Senato ha dichiarato questo: “Il nostro governo deve tutelare la reputazione dell’Italia che impegna le proprie Forze armate in Afghanistan e in altre parti del mondo a tutela della pace e della libertà minacciate dal terrorismo. Chi dovesse vigilare poco, e siamo generosi a limitarci a questo, crea un gravissimo danno. Ci riferiamo ad Emergency. L’Italia non può essere danneggiata da queste situazioni”. Dunque, secondo questo signore, Emergency rappresenterebbe un danno per l’Italia, omettendo di precisare che dal 1999 a oggi Emergency ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso, cose che dal suo punto di vista (non stento a crederlo) danneggiano la reputazione di un paese. Borges diceva: “Viviamo in un’epoca molto ingenua”. Quest’epoca talvolta – aggiungo io –  è anche molto infame.

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Giuseppe Ungaretti, NON GRIDATE PIÙ

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

Ho letto in questi giorni commenti sfrenati sulla morte dei sei parà italiani in Afghanistan. L’arcobaleno dei toni andava dalla compassione più smodata alla contestazione polemica più becera. Senza entrare nel merito della vicenda, posso dire che la leva profonda che ha mosso pietà e antagonismo, allo stesso modo, è l’ansia di protagonismo. Oggi dirò che in Italia è morta l’opinione pubblica. In realtà è morta da tempo, ma è bene che se ne decreti l’ufficialità. Dire che l’opinione pubblica ha governato il mondo equivale a dire che la massa e la generale mediocrità hanno esercitato una costante violenza morale sulle minoranze. E questa affermazione è senz’altro vera, senonché ancora valida per la maggior parte dei popoli occidentali. Nell’Italia odierna, al contrario, si è compiuto un passo in avanti, ci si è spinti oltre un limite, e l’opinione pubblica è diventata qualcosa di mai visto prima. Pasolini diceva che “gli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere; perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione, e, con questa possibilità, essi fraternizzano”. L’Italia è un paese molto strano, è fatto di gente capace di emozionarsi oltre ogni decenza e di infischiarsene oltre ogni umana pietà. Oggi è anche un paese in cui quella stessa gente sa provare emozione e pietà solo se da esse ne deriva un tornaconto di natura personale. La libertà di esternare il dolore e di esercitare in pubblico la propria opinione (compresi i sentimenti dell’emozione e della pietà) ha trovato una nuova facilità nell’era di internet, questa facilità si esprime ogni giorno nella facoltà di porre commenti su qualsiasi cosa, di fare mercato dei sentimenti, di pronunciare il proprio giudizio del mondo. Esprimere pubblicamente un’opinione oggi, però, non è più un’attività finalizzata a contribuire in piccola parte alla costruzione di un’opinione pubblica (nell’accezione migliore del termine), tantomeno è l’esercizio di un diritto fondamentale riconosciuto all’uomo, tende in realtà alla resa pubblica della propria opinione, che è cosa ben diversa. Questa forma apparente di libertà è in realtà il più pericoloso strumento di conformismo che si possa immaginare. Dietro all’immenso palcoscenico su cui ognuno sgomita per mettere avanti il proprio individualismo si nasconde una forma subdola e violenta di mimetismo. Sigmund Freud ne Il disagio delle civiltà sosteneva che “ci sovrasta il pericolo di un condizione che potremmo definire la miseria psicologica della massa. Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri”. Così le scene che vedremo oggi durante i funerali di stato dei sei soldati italiani saranno l’ennesima celebrazione di una nazione incapace di sincerità, vuota e superficiale, che userà il pianto e le sue dubbie forme di pietà come ricatto morale, ben al di là di ogni giudizio segreto dell’anima e ben al di sotto del rispetto dovuto a chi quel dolore lo subisce in prima persona.

Ieri nel nord dell’Afghanistan un raid della Nato ha provocato la morte di circa novanta persone. Secondo la Nato sarebbero rimasti uccisi soltanto talebani che avevano sequestrato del carburante destinato ai contingenti militari internazionali. Poco importa, secondo me, quale sia la versione, non voglio entrare nel merito di queste logiche tese a rendere più o meno gravoso il peso specifico dei morti ammazzati. Novanta morti sono novanta morti. Punto e basta. Il resto d’Italia è impegnato in beghe di ben altro livello, al resto d’Italia non frega niente dei novanta morti in Afghanistan. Quanto a me, mi lascio sfuggire queste poche parole e liquido la questione. Sarà il senso del dovere dell’obiettore di coscienza che sono stato un tempo, quando l’obiezione di coscienza aveva ancora un residuo di senso. O sarà che sto diventando disinibito e spensierato a furia di aggiornarmi sui massacri quotidiani commessi in nome di una religione o di un sistema aperto o di quello che volete voi. Però ho quel vizio che mi porta ad ascoltare le voci dei poeti che ne hanno sempre una da dire su tutte le questioni umane. Ah, i poeti… Certe volte i loro versi ti vengono incontro durante il giorno, si affacciano alla tua finestra come folletti ingegnosi che sanno precisamente quando è il loro turno. E così i versi dell’israeliano Aharon Shabtai, in questo esangue pomeriggio di tarda estate, sono spuntati sotto i miei occhi con una scelta di tempo perfetta. Sono quaranta versi che aspettavano novanta morti per chiedermi la parola. E allora se anche oggi il Signor Primo Ministro, l’Onorevole Generale, Sua Eccellenza il Deputato, Sua Santità, si affanneranno in trentesima pagina a dare la loro versione di un’altra strage al di là del mondo, ecco, che leggano questi quaranta versi e che si regolino su quello che devono fare.

Aharon Shabtai, SE MI CHIEDETE

Se mi chiedete
Di dare la caccia a un ragazzo
A 150 metri di distanza
Con un fucile a cannocchiale,
Se mi chiedete di sedermi in un tank e
Dalle altezze della moralità ebraica,
Fare penetrare un obice
Nella finestra di una casa,
Mi toglierò gli occhiali
E borbotterò cortesemente:
‘No, signori!
Rifiuto di spogliarmi
Per sguazzare con voi
In un bagno di sangue’.
Se mi chiedete
Di tendere le orecchie
Perché voi ci caghiate dentro,
Scusandomi, dirò:
’no, grazie!
Le vostre parole puzzano,
Preferisco sedermi
Sull’asse del mio cesso!’
Meglio dunque che la smettiate,
Perché se vi ostinate,
Se continuate a insistere
Che io mi unisca alla vostra muta,
Per grugnire insieme,
Perché insieme ci rotoliamo
E ci facciamo tutti crescere addosso
Setole di porco,
E insieme affondiamo
Le nostre narici di lupi
Nella carne cruda,
Perderò la pazienza
E risponderò con fermezza:
‘Signor Primo Ministro,
Onorevole Generale,
Sua Eccellenza Deputato,
Sua Santità il Rabbino,
Baciatemi il culo!’
 

 

Il cielo è bianco
sulla soglia delle rovine della città antica
bianchissima è la fiamma dell’estate
vasta come l’Asia
per i nostri giorni così lontani
le nostre città assediate
da aperitivi e finger food
Farah è un pianeta vecchio di duemila anni
nella Tv satellitare
suona di ruggine e di bombe
è il suolo che asciuga i morti
al sole
è una città di scheletri
un coltello conficcato nel dolore della terra
trent’anni di guerra hanno ammazzato
anche i sassi
e per ultimo
un soldato che portava
il nome italiano di una nazione in guerra
tornato in una bara
col tricolore
il picchetto interforze e il trombettiere
che intona il Silenzio
l’altro è americano
catturato il 30 giugno a Paktika
beve tè e pensa alla sua ragazza
che spera di sposare
pensa alla sua bella famiglia
nella casa d’America.

I loro cuori sono alberi
da cui pendono i frutti
beccati dai corvi.

(Andrea Pomella – Luglio 2009)

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