archivio

Archivi tag: aharon shabtai

Ieri nel nord dell’Afghanistan un raid della Nato ha provocato la morte di circa novanta persone. Secondo la Nato sarebbero rimasti uccisi soltanto talebani che avevano sequestrato del carburante destinato ai contingenti militari internazionali. Poco importa, secondo me, quale sia la versione, non voglio entrare nel merito di queste logiche tese a rendere più o meno gravoso il peso specifico dei morti ammazzati. Novanta morti sono novanta morti. Punto e basta. Il resto d’Italia è impegnato in beghe di ben altro livello, al resto d’Italia non frega niente dei novanta morti in Afghanistan. Quanto a me, mi lascio sfuggire queste poche parole e liquido la questione. Sarà il senso del dovere dell’obiettore di coscienza che sono stato un tempo, quando l’obiezione di coscienza aveva ancora un residuo di senso. O sarà che sto diventando disinibito e spensierato a furia di aggiornarmi sui massacri quotidiani commessi in nome di una religione o di un sistema aperto o di quello che volete voi. Però ho quel vizio che mi porta ad ascoltare le voci dei poeti che ne hanno sempre una da dire su tutte le questioni umane. Ah, i poeti… Certe volte i loro versi ti vengono incontro durante il giorno, si affacciano alla tua finestra come folletti ingegnosi che sanno precisamente quando è il loro turno. E così i versi dell’israeliano Aharon Shabtai, in questo esangue pomeriggio di tarda estate, sono spuntati sotto i miei occhi con una scelta di tempo perfetta. Sono quaranta versi che aspettavano novanta morti per chiedermi la parola. E allora se anche oggi il Signor Primo Ministro, l’Onorevole Generale, Sua Eccellenza il Deputato, Sua Santità, si affanneranno in trentesima pagina a dare la loro versione di un’altra strage al di là del mondo, ecco, che leggano questi quaranta versi e che si regolino su quello che devono fare.

Aharon Shabtai, SE MI CHIEDETE

Se mi chiedete
Di dare la caccia a un ragazzo
A 150 metri di distanza
Con un fucile a cannocchiale,
Se mi chiedete di sedermi in un tank e
Dalle altezze della moralità ebraica,
Fare penetrare un obice
Nella finestra di una casa,
Mi toglierò gli occhiali
E borbotterò cortesemente:
‘No, signori!
Rifiuto di spogliarmi
Per sguazzare con voi
In un bagno di sangue’.
Se mi chiedete
Di tendere le orecchie
Perché voi ci caghiate dentro,
Scusandomi, dirò:
’no, grazie!
Le vostre parole puzzano,
Preferisco sedermi
Sull’asse del mio cesso!’
Meglio dunque che la smettiate,
Perché se vi ostinate,
Se continuate a insistere
Che io mi unisca alla vostra muta,
Per grugnire insieme,
Perché insieme ci rotoliamo
E ci facciamo tutti crescere addosso
Setole di porco,
E insieme affondiamo
Le nostre narici di lupi
Nella carne cruda,
Perderò la pazienza
E risponderò con fermezza:
‘Signor Primo Ministro,
Onorevole Generale,
Sua Eccellenza Deputato,
Sua Santità il Rabbino,
Baciatemi il culo!’
 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: