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Quando un uomo è ricco solo della parola e quel poco che gli è concesso se lo guadagna con un lavoro che non gli appartiene, solo perché la sua vita ha preso una direzione discordante il giorno che ha deciso di denunciare e combattere gli abusi del potere, quell’uomo diventa un poeta dissidente, o più semplicemente un poeta. Su questo foglio a cristalli liquidi che mi sono messo a scarabocchiare prendendo appunti di letteratura e di oppressione, oggi traccio il nome di Gëzim Hajdari, poeta albanese dell’esilio, della solitudine e del viaggio. Trasferitosi in Italia nel ’93, dopo aver ricevuto numerose minacce di morte per via del suo impegno come esponente politico e giornalista di opposizione al regime di Berisha, Hajdari ha lavorato per anni come pulitore di stalle, bracciante agricolo, manovale e aiuto tipografo e ora vive a Frosinone, guadagnandosi da vivere con conferenze e lezioni interculturali. Si definisce un poeta migrante, sostenendo che “tutti i grandi poeti sono stati dei migranti, perché liberandosi della nazionalità raggiungevano altre dimensioni, valori universali”. Il bilinguismo di cui si serve per scrivere, in italiano e in albanese, è l’impronta visibile di questo incontro di culture, il cristallo fragile rappresentato dalla madrepatria e la lotta del tempo presente, qui in Italia.

Gëzim Hajdari, da STIGMATE/VRAGË

Quanto siamo poveri
io in Italia vivo alla giornata
tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero
la nostra colpa: amiamo la terra
la nostra condanna: vivere soli divisi dall’acqua buia

ritornerò in autunno come Costantino
mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l’origano
da portare nella mia stanza ancora sgombra
ora vivo al posto di me stesso
lontano da un paese che divora i propri figli

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