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Una delle osservazioni che mi sento fare più spesso dai lettori de L’uomo che trema è: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai avuto un’esperienza di depressione”. Ciò che mi interessa in questo genere di affermazioni, al di là del giudizio di valore, è che nessuno credo abbia mai detto a Camus: “Ho apprezzato il libro pur non avendo mai ammazzato un arabo”. Il punto non è la distanza che corre tra noi e l’avventura che leggiamo, o il grado di immedesimazione che avvertiamo rispetto ai protagonisti della nostra avventura. Il punto è: perché i lettori che non hanno mai sofferto di depressione, nel momento in cui leggono la mia storia di depressione tendono a precisare di essere, per così dire, estranei alla faccenda? È come se dicessero: “In fondo mi è piaciuto per un po’ guardare il mondo con i tuoi occhi da depresso”. Questa ammissione di compiacimento – e al contempo questa presa di distanza – non avvengono quasi mai quando si ha a che fare con la narrativa d’invenzione. NON sto scrivendo questa riflessione con l’intento di mettere a confronto il mio libro con quello di Camus, e di questi tempi non è mai troppo prudente ricordarlo. Ciò che voglio dire è che i lettori de Lo straniero apprezzano il libro, al di là dei suoi giganteschi meriti letterari, senza sottolineare che in vita loro non hanno mai fatto concretamente l’esperienza di Meursault, perché sanno fin dal principio che stanno leggendo una storia di fantasia. Al contrario, i lettori di un’opera letteraria autobiografica tendono a sottolineare la loro differenza e unicità rispetto a quell’opera, perché avvertono che dall’altra parte non c’è solo un libro, ma c’è un essere umano, un vivente che ha fatto esperienza di ciò che racconta (è fin troppo ovvio ricordare che l’essere umano c’è sempre, anche nella storia di fantasia, e c’è sommamente nell’opera di Camus). Ora resta da capire perché, come uomini, siamo disposti a lasciarci andare tra le braccia di ciò che è dichiaratamente falso, molto di più di quanto siamo disposti a fare quando ci troviamo al cospetto di un’ammissione di pura verità. In sostanza, perché accettiamo senza riserve ogni menzogna ben raccontata e restiamo così cauti e sospettosi di fronte all’aspra realtà? E se fin qui non ve ne siete resi conto, il mio non è un interrogativo di natura letteraria. È molto di più.

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Ho letto Il senso di una fine di Julian Barnes (Einaudi) spinto da forze uguali e contrarie. Da una parte recensioni entusiastiche che non fanno economia degli elogi (per esempio questa di Goffredo Fofi), dall’altra inflessibili stroncature (come questa di Christian Raimo), talmente inflessibili da incuriosire e trasfondere per paradosso la voglia di correre in libreria a comprare il romanzo. Cosa che ho fatto giusto una settimana fa. La verità in questo caso non l’ho trovata nel mezzo. Il libro di Barnes – finalmente vincitore, come ci ricorda Read More

La notizia dell’uomo che si è strappato gli occhi in una chiesa di Viareggio mi ha tolto il sonno. Il valore degli occhi nella civiltà occidentale è tale che il gesto assume un significato che oltrepassa, per senso, il suicidio. Tralasciando le ovvie interpretazione che danno alla follia la responsabilità dell’atto, la verità più profonda e incisiva di questa notizia sta nella rivolta alla legge morale, al corpo, alla società (l’uomo è laureato, conosce cinque lingue e non ha mai lavorato) e alla ricerca universale di Dio. In questo c’entra la follia, certo. Come folle era Mizoguchi, il monaco buddista balbuziente che incendia uno dei santuari più belli di Kyōto ne Il padiglione d’oro di Mishima, poiché l’ossessione per la bellezza si accompagnava in lui agli enormi sforzi per distruggerla. La rivolta è di per sé un atto folle, poiché sommuove e turba. Non è un caso che i giornali si siano affrettati a riportare la dichiarazione del medico del pronto soccorso che ha prestato all’uomo le prime cure: “Occorre una forza sovrumana per fare una cosa del genere”. La società attuale ha bisogno di medici che certifichino l’insurrezione con un referto, che dichiarino una cosa ovvia (anche se il medico non ci dice a quale genere di forza abbia attinto l’uomo, forza fisica, metafisica o simbolica). Tuttavia la scienza non potrà mai spiegare certi attributi umani speciali, come non potrà mai spiegare il ricorso a metodi inauditi per porre fine al dolore (o per procurarsene di nuovo). Camus sosteneva che “l’uomo è l’unica creatura che rifiuti di essere quello che è”. A tal proposito riprendo le parole rilasciate alla stampa dalla madre dell’uomo di Viareggio: “Eravamo già stati nella chiesa della nostra parrocchia, San Paolino, dove abbiamo fatto anche la comunione. Poi siamo tornati a casa. Mio figlio però mi ha chiesto di voler andare a visitare la chiesa di Sant’Andrea perché non ci era mai stato. Ho deciso di accompagnarlo, ci siamo andati insieme, abbiamo preso la messa anche lì. Eravamo seduti con le altre persone. A un certo punto si è tolto gli occhi”. Questo è l’incipit perfetto di un romanzo sulla fine dell’uomo contemporaneo.


Unione Sarda, 12  marzo 2011 – Nemesi
è il trentunesimo libro di Philip Roth. Non solo, è anche una delle opere più intense e toccanti che siano mai state scritte dal cantore di Newark. Pubblicato in Italia da Einaudi, questo romanzo breve è soprattutto un apologo sul male e sull’assenza di Dio. La storia. È l’estate del 1944, la città di Newark è stretta in una morsa di afa e i suoi 429 mila abitanti si ritrovano alle prese con un nemico invisibile e onnipresente, la poliomielite, che assedia la città portandosi via le gambe e le vite di un’intera generazione di ragazzi. In prima fila a difendere l’innocenza dei ragazzini di Newark c’è Bucky Cantor, il ventitreenne animatore del campo giochi di Weequahic, il quartiere ebraico della città. Bucky è un eroe buono, un condensato di coraggio e valori positivi, un giovane “gravato da un’austera bontà naturale” che soffre il fatto di essere stato scartato dall’esercito per un difetto alla vista. La fiducia e la solerzia di Cantor si incrinano però quando si lascia convincere dalla fidanzata Marcia a lasciare il campo giochi di Newark per raggiungerla al campo estivo di Indian Hill, sulle Pocono Mountains. I sensi di colpa per aver mollato, proprio al culmine dell’epidemia di polio, i ragazzi del quartiere, incominciano allora a togliergli il sonno. La nemesi, quella che per i greci rappresentava la giustizia compensatrice, non tarderà a punirlo in un modo insopportabile. Con questa storia Roth ha scritto la sua personale Peste americana. Come Camus, anche Roth pone al lettore, attraverso il suo personaggio principale, l’antichissima domanda sul senso del male e il suo essere inconciliabile con la presenza del Dio delle scritture. Già duramente provato dalla vita, orfano di madre e con il padre in prigione, Bucky è il tipico prodotto di un’America che crede ciecamente nella dottrina del riscatto. Cresciuto dal nonno, che lo educa a essere un “lottatore intrepido”, perde tutta la sua forza una volta posto di fronte al grande dilemma rappresentato dall’esistenza del Demiurgo malvagio, di quel demone onnipotente capace di concepire una malattia tanto orrenda come la polio, una catastrofe come la seconda guerra mondiale e un’anomalia come lo storpio Horace (uno dei personaggi più dolorosi e vividi del romanzo). Neanche l’amore per la dolce Marcia, né l’affetto che nutre per la famiglia di lei, riusciranno a salvarlo. Anzi, come in una sorta di autopunizione, Bucky rinuncerà per sempre all’amore, come a voler espiare la sua incapacità a fronteggiare il male assoluto, la sua grande occasione perduta di battersi nel mondo contro le ingiustizie e le prevaricazioni del destino. A raccontare tutto questo sarà uno dei ragazzi del campo giochi di Weequahic, un sopravvissuto alla polio, col quale Bucky si rincontra per caso quasi trent’anni dopo, in quello che ormai è da considerarsi un classico della tecnica narrativa di Roth. L’impatto del tempo sui due uomini e sulle cose nel frattempo è stato devastante, e l’incontro fra i due è l’occasione per riflettere sulla colpa e sulle sofferenze umane. «Volevo aiutare i ragazzini a renderli forti […] e invece ho arrecato loro un danno irrevocabile», confessa Bucky al culmine del racconto. Forse, nella sua linearità e nell’assenza di veri e propri colpi di genio in stile Roth, Nemesi non farà strappare i capelli ai più fanatici cultori dello scrittore americano, ma è pur sempre uno di quei solidi romanzi alla Steinbeck (o se si preferisce alla Thornton Wilder) in cui il senso della tragedia di un singolo si estende a simboleggiare il dramma di un’intera comunità di uomini. Diversamente, per chi non avesse mai aperto un libro di Roth, questa è l’occasione giusta per avvicinarsi alla lettura di uno dei più grandi narratori degli ultimi quarant’anni.

ANDREA POMELLA

La mia vita di lettore dei romanzi di Houellebecq si era precocemente interrotta nel 1999, anno di pubblicazione in Italia di Le particelle elementari. Tanto trovai nauseante quel romanzo che decisi in un colpo solo di mettere una pietra sul nome di questo scrittore. Complici di un simile giudizio tranchant erano stati quei critici letterari che si erano affrettati a fare paragoni davvero impossibili con gente come Céline e Camus. Se vuoi disgustare i lettori come me e convincerli immediatamente della poca o nulla affidabilità di questo e quell’autore, è sufficiente che tu gli dica frasi tipo “devi leggerlo assolutamente, è il nuovo Céline” (o il nuovo Dostoevskij, fa lo stesso, l’effetto è ugualmente garantito). Houellebecq nel frattempo ha pubblicato molte altre cose, e ha prosperato benissimo, va da sé, anche senza che io gli concedessi il mio sdegno o il mio sentito apprezzamento. Finché non mi è capitato sottomano quest’ultimo La carta e il territorio, uscito in Italia per Bompiani alla fine di settembre, storia di Jed Martin, artista suo malgrado, protagonista defilato dei vorticosi ambienti dell’arte contemporanea, che un bel giorno decide di dipingere il ritratto di Michel Houellebecq scrittore. Questa, l’avrete capito, non è una recensione, è piuttosto il racconto di una riconciliazione. Perché di questo si tratta, una riconciliazione tra un lettore (in questo caso io) e un autore (Houellebecq, qui presente anche nelle vesti di personaggio letterario). Mi costa davvero fatica un simile ravvedimento, sono generalmente ostinato, irremovibile, nei giudizi letterari. Però ho trovato in questo romanzo passaggi davvero folgoranti, descrizioni sublimi, su tutte gli uffici alla periferia zurighese che ospitano l’associazione per l’eutanasia Dignitas in cui il protagonista va a cercare i resti di suo padre scappato da Parigi per comprarsi una morte dignitosa, ed il contrasto con l’edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase, sontuoso ma semideserto, il quale induce Jed Martin a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Unica pecca, alla quale davvero fatico a trovare una spiegazione, è il motivo per cui nella copertina dell’edizione italiana abbiano optato per l’immagine di una colomba che cade dall’alto come lo spirito santo. Dicono che sia un’opera di Robert Gligorov dal titolo Divina. Io, con tutta la buona volontà, non sono riuscito a trovare un nesso con la storia. Chissà che non dovrò far passare altri undici anni (anche se Houellebecq stavolta non avrà colpe).

Per lungo tempo ho portato nella mia sacca un libro importante come Lo straniero di Albert Camus. L’ho portato come una delizia e come una croce. Non già dall’incipit, ma dalla prima riga, o meglio ancora dalla prima frase, quella che si conclude con un punto, cinque parole, “Oggi la mamma è morta” e già avevo compreso tutto il peso di questo romanzo tra i più importanti del Novecento. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.’ Questo non dice nulla: è stato forse ieri”. Ho studiato e ristudiato queste parole per mille giorni. Letteralmente. Credo infatti di non essere riuscito a liberarmi di questa specie di ossessione letteraria prima che fossero passati tre anni dalla sua lettura. La storia dell’impiegato francese Meursault che ad Algeri nel ’36, per una serie di circostanze fortuite, finisce per compiere un assassinio involontario, è forse il più forte canto all’indifferenza che sia mai stato concepito da una mente umana. Il personaggio creato da Camus è infatti l’incarnazione perfetta dell’assurdità del vivere, di quella superficialità congenita che tanta parte ricopre ancora nella società contemporanea. Tre anni – ho detto – per liberarmi di Meursault, per non obbligarmi ogni volta a penetrare nelle frasi che leggevo o che scrivevo con la volontà ultima di asciugarne il senso, di sfrondarle del superfluo e lasciarle disossate come noccioli di albicocca al sole. Poi, dopo quel lungo periodo, ho regolato il mio rapporto con questo libro, ne sono venuto a patti, ho potuto finalmente posarlo nella libreria e riappropriarmi di un po’ di pace. Eppure, ancora oggi, se ne rileggo una frase, un capitolo, una specie di demone minaccioso torna a impossessarsi di me. Penso allora che Meursault sia ancora al suo posto, nella mia sacca, come una maschera sovrumana, un’ombra interminabile.

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Jorge Luis Borges, FAMILIARITÀ

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e, dentro, gli sguardi
non hanno bisogno di fare caso agli oggetti
che sono già precisamente nella memoria.
Conosco le abitudini e gli animi
e quel dialetto di allusioni
che ogni raggruppamento umano ordisce.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
bene mi conoscono coloro che qui mi circondano,
bene sanno le mie angosce e la mia debolezza.
Questo è raggiungere ciò che è più alto,
ciò che forse ci darà il Cielo:
non ammirazione né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una Realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.

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