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Ieri in Tv ho guardato il documentario Piero Ciampi – poeta, anarchico, musicista. Pressappoco a metà del documentario, Bobo Rondelli, seduto sul molo del porto di Livorno, racconta un aneddoto legato al periodo in cui Ciampi era vicino di casa di Moravia a Roma. Moravia teneva un merlo in terrazzo. Quando Ciampi rientrava a notte fonda, spesso ubriaco, cominciava a fischiettare col merlo. La cosa infastidiva il sonno di Moravia che un bel giorno decise di tirare il collo al merlo. Da questa storia Ciampi trasse l’ispirazione per una canzone, Il merlo, appunto, che a un certo punto dice: Sono contento di non aver dato / alcun seguito a quel peccato / di volerti un giorno mangiare.

La mia dottoressa ha un rimedio per qualsiasi malattia. Il rimedio è semplice: bere molta acqua. Ogni volta che vado da lei mi rimprovera di bere poca acqua. Eppure sono uno che beve tanta acqua, due litri al giorno, le dico. E lei, col suo esasperato rotacismo, ribatte che due litri al giorno sono niente, che ne devo bere minimo tre, se non quattro, quattro litri d’acqua al giorno. Secondo lei il novanta per cento delle malattie è causato dalla scarsa idratazione, il che rende inutile che io vada nel suo studio le volte che sto male. Un’altra cosa che la mia dottoressa dice sempre è che mi trova dimagrito, mi fa i complimenti per questo, anche se non è vero che sono dimagrito, poi mi chiede come ho fatto a dimagrire. Le rispondo che bevo molta acqua.

Il sorcio, di Andrea Carraro, è un libro uscito per Gaffi nel 2007. Racconta la storia di Nicolò Consorti, scrittore-bancario ultra quarantenne con la psiche deturpata dalle angherie di un collega soprannominato il Sorcio e con le nevrosi di un complessivo disadattamento ai ruoli molteplici che gli ha assegnato la vita, l’essere contemporaneamente figlio, marito e padre. Scritto come se fosse il racconto di una lunga seduta psicanalitica, è un romanzo sorprendentemente crudo, schietto e inesorabile, che mette in scena uno spaccato piccolo-borghese alla maniera dei grandi narratori italiani del Novecento come Moravia e Gadda. Questa umanità nuova e antica, senza più principi etici né valori, divorata da se stessa e dalle proprie ossessioni, è la materia prima di cui si serve Andrea Carraro, autore capace come pochi di svelare la falsificazione delle nostre esistenze sfigurate dal conformismo. Il sorcio allora diventa figura simbolo di quel male oscuro che svuota le vite di velleitari impiegatucci, di divorziati in cerca di un’eterna giovinezza, di puttanieri, di alcolizzati annoiati e sentimentalmente distratti, o peggio di condannati in via definitiva a sperperare i propri anni migliori. Un libro bellissimo, con un finale che esibisce le prove di come sia impossibile, in definitiva, far convergere letteratura e vita.


Unione Sarda, 7  febbraio 2011
– Da pochi giorni è uscito in libreria un piccolo incantevole volume, di quelli che ormai si stampano sempre più di rado. Ha per protagonista la biografia di un uomo e, per estensione, di un secolo, il Novecento, filtrato attraverso la storia della narrativa e della poesia, della musica e dell’arte. Si intitola La letteratura è un cortile (ed. Giulio Perrone). L’autore è Walter Mauro, classe 1925, critico militante e allievo di Ungaretti, esponente di una generazione che credeva ancora profondamente nel rapporto tra cultura e società e che si riconosceva nella sacralità dell’atto creativo.
Lungi, per sua stessa ammissione, dal lasciarsi andare alla celebrazione dei bei tempi andati, Mauro convoca nel cortile in cui ha trascorso tutta la sua vita, il cortile della letteratura appunto, i personaggi che hanno scritto la storia culturale del Novecento, richiamando alla memoria gli incontri, le conversazioni, gli aneddoti più gustosi, fino a tratteggiare una vita, la sua, tra le più ricche e irripetibili. Non manca davvero nessuno a questo appello. Si parte da lontano, dai compagni del liceo, il Quinto Orazio Flacco di Bari, con cui il critico condivise l’esperienza dell’antifascismo e dal successivo periodo di prigionia nel carcere di Carrassi, dove il tempo trascorreva attraverso lezioni di filosofia e tornei di calcio tra detenuti politici ed ergastolani (“Inutile dire che per forza fisica e caparbietà gli ergastolani risultavano imbattibili”). Poi Roma, Parigi, New York e quel mondo meraviglioso di fermenti uscito dalle ceneri del dopoguerra.
Ecco allora le lezioni di Ungaretti (un secondo padre per lui) all’Università di Roma, le serate nella casa del poeta con i samba di Vinícius de Moraes, la passione per il jazz e l’improvvisazione di When the saints go marching sulla pista dell’aeroporto di Ciampino per accogliere l’arrivo di Louis Armstrong in Italia. Tanta musica, che si intreccia negli anni alla poesia, all’arte e alla politica, da cane sciolto, nel Pci.
Ma nel cortile di Mauro ci sono soprattutto i giganti della letteratura. Il gruppo degli esistenzialisti francesi, Éluard, Queneau, Sartre, inseguiti nei caffè e nelle loro case del Quartiere Latino. Il viaggio a New Delhi con Moravia, Elsa Morante e un Pasolini che spariva dopo cena preda di un “delirio erotico, attratto dallo sporco, dal sudicio, dalla miseria” di quelle strade. E ancora la particolare collezione di Zavattini, centinaia di quadretti piccolissimi, dipinti da artisti come Braque, Picasso, Modigliani. La malinconia di Pavese. Sciascia, al quale “bisognava togliere le parole di bocca”, a meno che non si parlasse di mafia. Montale, che lascia in eredità il suo cappotto al poeta Elio Fiore, il quale lo indossava anche a ferragosto, solo per il gusto di dire “Ho la stoffa di Montale”. La solitudine di Philip Roth, “la persona più scontrosa che abbia mai conosciuto”.
Un viaggio che arriva fino ai giorni nostri. Con la contemporaneità, però, il tono cambia. Gli accenti si fanno amari. Mauro non entra nel merito delle ragioni che hanno condotto all’attuale, impietoso, degrado della poesia, della narrativa e della saggistica italiana. E non risparmia neppure il Saviano di Gomorra che viene ricollocato nella sua naturale categoria di appartenenza, che è a suo dire quella doverosa della cronaca. E non il cortile che è la letteratura.

ANDREA POMELLA

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