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Sui social, a furia di replicarlo, hanno accoppato un aforisma della Merini che fa: “Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare di colore. Mi piace cambiare di misura”. Negli ultimi tempi stanno accoppando pure un passaggio della lettera di Pasolini a Gennariello, quello che dice: “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece”. A pensarci bene sui social hanno accoppato tutta la Merini, non solo quel verso, e tutto Pasolini (ma non solo sui social). Così come prima dei social, ma con le stesse modalità, hanno accoppato Hesse e Kerouac. Neanche la Szymborska se la passa tanto bene.

Sabato pomeriggio, in un paesino di un centinaio di anime (per dare un’idea della solitudine si dice così, si indicano le anime) sono uscito da un negozio di vini e formaggi, c’era un tizio che bestemmiava perché un altro tizio aveva parcheggiato l’Ape davanti alla sua porta, il tizio ha pronunciato per una trentina di volte la stessa bestemmia, ogni volta che ripeteva la bestemmia faceva in modo di perfezionarne il tono, la caduta degli accenti, per rimarcare con più forza il destinatario delle invettive, che era senz’altro Dio, cioè era il proprietario dell’Ape il quale però, non essendo probabilmente famoso come Dio, è rimasto in secondo piano.

E così sei corsa a nasconderti nella pioggia. Come avvolta nella carta di un pane, con l’aria azzurra nei capelli e la bocca sempre un po’ nascosta. La pioggia silenziosa in cui tutti presto o tardi ci ritiriamo, quella che si espande con un leggero odore, che si annuncia rizzandoci i capelli di elettricità, che ci fa tendere le orecchie verso l’orizzonte. Sei corsa a nasconderti là, con la tenerezza delle tue spalle arrendevoli, tra le risa represse dei morti, e le grida turpi dei vivi che oscillano nell’aria pesante di ognissanti. La tua ombra senza fretta è passata nel mondo, fra la polvere dei manicomi, è sopravvissuta in mezzo al vento e nell’aria corrosa del novecento. Lo confesso: non amavo i tuoi versi, perché ne avevo paura. Le tue parole si oscuravano ai contorni, non ci si poteva sottrarre a loro sperando nella salvezza, esse erano come porte sospinte nella notte che si aprono davanti a oceani terrorizzanti di dolcezza. Portavi il lutto della poesia, questo è certo, mentre cadeva il tramonto intorno a tutto, trascinavi in ogni luogo l’impronta solitaria dei tuoi stracci, la lama consumata dei tuoi denti, la tenebra, gli uccelli neri nella tua mente. Saranno stati terribili i tuoi anni, questo dicono le cronache. Ma quanto più terribili sono stati i nostri, stretti nel chiarore di spiagge dorate, di luci, e di buona normalità, mentre annegavamo con le gambe fangose a inseguire la traccia di giorni migliori? Allora che sia buona la tua notte, che tu sia una piccola brace bianca, come la neve, lontano in quell’oscurità.

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Alda Merini, VELEGGIO COME UN’OMBRA

Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l’inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s’addormenta mai.

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