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Accendo la radio e ascolto una notizia: “Moody’s taglia il rating a quindici banche”. Come si legge nella nota di Moody’s, la decisione arriva al termine della revisione iniziata lo scorso 15 febbraio: “Tutte le banche coinvolte hanno un’esposizione significativa alla volatilità”. Loro non lo sanno, ma l’ultima frase ha un che di poetico. Un dizionario dei termini bancari è una miniera di suggestioni. Si trovano espressioni come stanza di compensazione che a quanto pare è un ufficio coordinato dalla Banca d’Italia in cui gli associati provvedono a scambiarsi i rispettivi crediti e debiti, ma che a me fa pensare a un luogo fresco e buio in cui gli esseri umani tornano a essere umani. O partita incagliata che è la classificazione di un credito in momentanea difficoltà, ma che nella mia immaginazione rimanda a una partita di scacchi dall’esito particolarmente incerto. Che dire poi di costituzione in pegno, ossia il diritto di una proprietà dato a garanzia di un credito, che di primo acchito mi fa pensare alla tendenza di una parte politica negli ultimi anni a liquidare i valori della carta costituzionale? Ci sono termini come estinzione, la “conclusione di una qualsiasi obbligazione nei confronti di terzi”, che non ha nulla a che fare con il declino terminale di una specie vivente. O ancora, centrale dei rischi, che non è la sede di un sistema di precognizione teorizzato da uno scrittore di fantascienza come Philip Dick, bensì un centro che “effettua rilevazioni sui tassi attivi e passivi praticati dal sistema bancario”. E infine un neologismo come bubabills, che indica i bot tedeschi, ma che non mi stupirei se mi dicessero che è un’allucinazione uditiva di Allen Ginsberg.

Riporto una frase di Kurt Vonnegut Jr estratta da un tributo ad Allen Ginsberg: “Ad essere sinceri dobbiamo ammettere che la poesia più grande soddisfa pochi profondi appetiti nei tempi moderni”. Ci rifletto su, come mi capita spesso, quando isolo un pensiero, una frase, in un contesto più grande, che però mi aiuta a comprendere il senso di qualcos’altro. Quali sono quei pochi profondi appetiti che soddisfa la grande poesia? A me pare che la poesia, più che soddisfare appetiti, apra piuttosto voragini di fame nei ventri umani che ne fanno uso. Io perlomeno la penso così. Riflettevo pocanzi su qualcosa di cui mi sono reso conto solo ieri. Nel mio quartiere ci sono due piccoli giardini  attrezzati con giochi per bambini, recinzioni, panchine, ghiaino e tutto l’occorrente per trascorrere un’ora in santa pace fuori dal circolo vizioso del traffico. Due piccoli ghetti di città. Uno dei due, tuttavia, è più ghetto dell’altro. Uno dei due è frequentato dalla buona borghesia del quartiere che alle sei del pomeriggio porta i propri figli a pascolare in un rutilante sfoggio di griffe e di ritocchi estetici. Nell’altro ci vanno le servitù asiatiche con prole. I due mondi non si combinano mai, neppure per errore. Ognuno nel quartiere sa qual è il posto che gli spetta per diritto di nascita. Si tratta di una discreta e moderna forma di apartheid di cui non si occuperà la grande poesia contemporanea. Uno dei più smaniosi appetiti dei tempi moderni è quello di marcare la differenza sociale, di mostrare la propria attitudine e inclinazione allo schiavismo. La poesia più grande dovrebbe entrare in questi mondi, denunciarli, svelarli, farli a pezzi, poiché quando le storture diventano convenzioni il genere umano è a rischio di catastrofi.

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