Posts Tagged ‘álvaro mutis’

La disperanza

26 luglio 2016

“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.

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Il mio tempo con qualcuno che non c’è

1 luglio 2010

E se potessimo, per qualche strano caso miracoloso, passeggiare dentro il luogo di un racconto, per esempio sulla barca del Gabbiere Maqroll che risale il fiume incontro alle misteriose segherie, o sulla baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, o nella macchina di Humbert Humbert vagabondando da un motel all’altro in giro per l’America? E se capitassimo in questi mondi contaminati, come in uno strano e interiorizzato alternarsi di paesaggi, scoprendo tuttavia che da essi Leggi il seguito di questo post »

Il poeta di un altro popolo italiano

1 settembre 2009

DeAndrèTutto è diventato irriconoscibile da quando non c’è più Fabrizio De André, perfino l’acqua in cui ci siamo immersi per annegare. La sua voce dolce e ferma di un altro tempo era l’ultima risorsa che avevamo fino a un decennio fa, era la sirena della sera che faceva resistere le nostre palpebre assonnate. Le canzoni sono delle bestie strane, avanzano costanti, si spingono in silenzio come barchette di carta, guadagnano terreno e si diffondono da una bocca all’altra, innestano nelle nostre menti e nei nostri corpi storie che non ci appartengono, o che forse ci appartengono troppo. E così, attraverso le canzoni di De André, io sento il profumo di quando ero bambino, sento l’odore di carta del sacchetto bianco dei gelati che riportava mio padre nelle sere d’estate, Leggi il seguito di questo post »

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