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“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.

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E se potessimo, per qualche strano caso miracoloso, passeggiare dentro il luogo di un racconto, per esempio sulla barca del Gabbiere Maqroll che risale il fiume incontro alle misteriose segherie, o sulla baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, o nella macchina di Humbert Humbert vagabondando da un motel all’altro in giro per l’America? E se capitassimo in questi mondi contaminati, come in uno strano e interiorizzato alternarsi di paesaggi, scoprendo tuttavia che da essi sono scomparsi tutti i personaggi, per qualche misteriosa ragione, o per il fatto stesso che non c’è più nessun lettore disposto a dargli vita, a rimetterne in moto tormenti e passioni? E se qualcuno poi ci comandasse di tenere nota di ogni pressoché irrilevante osservazione, chiedendoci di vivere per qualche tempo al posto di questi personaggi, dentro quei territori, in luogo di uomini e donne che abbiamo conosciuto se non altro per nome o per fama, sostituendoci ad essi e prendendo possesso delle loro vite? E se, in virtù di questo sconsiderato gioco, ci tramutassimo in piccoli fantasmi con le ali di polvere che si aggirano come in una scenografia logora e in abbandono, piena di ragnatele, di limature e detriti, di resti della pioggia, della neve e del sole, confrontandoci col silenzio e con le vestigia di altre vite? Sei mai entrato nell’appartamento di uno sconosciuto, vagando tra le sue cose nel silenzio caldo di un pomeriggio, osservando le pieghe che le sue ossa hanno lasciato sulle lenzuola, e l’impronta delle sue dita sulla saponetta, e l’odore del suo corpo nel guardaroba, e i resti sui fornelli delle sue grasse fritture, e gli scarti alimentari nel sacchetto della spazzatura, e i giornali e le riviste e i libri e le fotografie incorniciate e la carta da parati e le tende parasole? Io passo continuamente il mio tempo da quelle parti, con qualcuno che non c’è.

Tutto è diventato irriconoscibile da quando non c’è più Fabrizio De André, perfino l’acqua in cui ci siamo immersi per annegare. La sua voce dolce e ferma di un altro tempo era l’ultima risorsa che avevamo fino a un decennio fa, era la sirena della sera che faceva resistere le nostre palpebre assonnate. Le canzoni sono delle bestie strane, avanzano costanti, si spingono in silenzio come barchette di carta, guadagnano terreno e si diffondono da una bocca all’altra, innestano nelle nostre menti e nei nostri corpi storie che non ci appartengono, o che forse ci appartengono troppo. E così, attraverso le canzoni di De André, io sento il profumo di quando ero bambino, sento l’odore di carta del sacchetto bianco dei gelati che riportava mio padre nelle sere d’estate, e la borsetta e il cappotto di mia madre che si fermava a guardare una partita di pallone fra ragazzini passando in mezzo a un campo tracciato a righe di gesso sull’asfalto della strada. Sono i muscoli della memoria che ci esortano a non lasciar cadere via i ricordi di ciò che eravamo, quelle piccole sfilacciature di vita che presto o tardi perderemo nella notte del tempo che passa. Sarà che De André sapeva più di ogni altro quanto fossimo vulnerabili, così lasciava cadere le parole dei suoi versi come gocce di whisky sulla sabbia, ti lasciava graffi di sangue vicino all’orlo della bocca e in prossimità del cuore, la fredda intensità delle sue canzoni ci lambiva come il fuoco. De André è stato il poeta di un altro popolo italiano, lo specchio di quello che avremmo potuto essere cantando i nostri nomi e le nostre domeniche di sole, senza lasciarci incenerire dalla volgarità di massa. Uno dei suoi autori preferiti, Álvaro Mutis, nei versi che seguono dice che ogni poesia “nasce da una sentinella cieca / che urla nel vuoto profondo della notte / la parola d’ordine della propria sofferenza”. Fabrizio De André è stata la sentinella della nostra poesia, il suo canto la parola d’ordine dei nostri anni da ricordare. Adesso, se mi affaccio alla finestra, scompare l’immagine del sacchetto dei gelati, scompaiono le sere d’estate e le partite di pallone, gli uccelli hanno perso l’ultimo volo, e nel cielo chiaro stanno a galla due nubi bianche. Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano, cosa importa se sono caduto se sono lontano…

Álvaro Mutis, OGNI POESIA

Ogni poesia un uccello che fugge
dal luogo indicato dalla piaga.
Ogni poesia un vestito della morte,
attraverso strade e piazze invase
dalla cera letale dei vinti.
Ogni poesia un passo verso la morte,
una moneta falsa di riscatto,
un tiro al segno nel bel mezzo della notte
traforando i ponti sul fiume,
le cui acque addormentate viaggiano
dalla vecchia città verso i campi,
dove il giorno prepara i suoi falò.
Ogni poesia il tatto irrigidito
di chi giace sulla lastra di pietra delle cliniche,
avida esca animale che percorre
la melma morbida delle sepolture.
Ogni poesia un lento naufragio del desiderio,
uno scricchiolio di alberi maggiori e di sartie
che reggono il peso della vita.
Ogni poesia un boato di tele che precipitano
sopra il ruggito gelido delle acque
con il crollo del pallido paranco delle vele.
Ogni poesia tesa a invadere e a lacerare
l’amara ragnatela della noia.
Ogni poesia nasce da una sentinella cieca
che urla nel vuoto profondo della notte
la parola d’ordine della propria sofferenza.
Acqua di sogno, fonte di cenere,
pietra porosa dei mattatoi,
legno in ombra dei semprevivi,
metallo che suona per i condannati,
olio funereo a doppio taglio,
quotidiano lenzuolo funebre del poeta,
ogni poesia semina nel mondo
l’aspro cereale dell’agonia.

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