archivio

Archivi tag: amjad nasser

C’è un esilio nel destino di ogni uomo al mondo. Non è l’esilio da una terra, da una nazione, non è una deportazione o una diaspora, è l’esilio da una casa che ci portiamo dentro da sempre, dalle sue cose semplici e familiari, domestiche, intime e confidenziali come non lo sarà più nessun altra cosa che definiremo “nostra” negli anni a seguire. Questa forma segreta di esilio è indissolubilmente legata all’età infantile, a quel mondo che ci ronza nella testa come un’insettiera ogni volta che cerchiamo un paragone, una parola, una sensazione, l’oppressione della gioia o il cuore che fa male quando è triste. Alcuni di noi dimenticano la casa da cui provengono, la rimuovono, in qualcun altro quella casa risuona incessantemente come un dolore nelle praterie del petto. La nostra cultura occidentale che discende direttamente dal cristianesimo ci impone di pensare alla vita come una successione di eventi macchiata all’origine da un peccato che dobbiamo scontare. Non so se questo peccato sia l’assoluta inconsapevolezza dell’infanzia, l’incoscienza di quel mondo fatto di sensi e di meraviglie da cui, col tempo, veniamo estirpati. So che la forma di dolore che provo quando ripenso alla mia prima casa nel mondo, alla prima luce, alla prima meraviglia per la pioggia o per il sole, è connessa a quella ferita antica aperta nella liquidità del tempo dalla prima freccia – come dice Dante in quella terzina del Paradiso – scagliata dall’arco dell’esilio (“Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente; e questo è quello strale / che l’arco de lo essilio pria saetta”). Da bambino nei giorni di pioggia disegnavo con un dito sui vetri appannati delle finestre, qualche volta disegnavo una porta che immaginavo di attraversare, una porta che mi congiungesse ai miei giorni futuri, a un luogo dove accadono le cose, lontano dalla tranquillità della cucina di mia madre, a un tempo fatto solo di giornate di sole. Io non sapevo che quella porta fosse l’inizio di un cammino (perché sempre, a ogni esilio, è legato un cammino) e non sapevo che avrei passato tutti gli anni a venire a cercare il modo di riattraversare quella porta nel verso contrario, per tornare ad essere una pagina bianca, e intonare il canto di trionfo che nelle antiche storie della bibbia annunciava la fine dell’esilio.

Amjad Nasser, ESILIO

Hai visto?
Non siamo molto cambiati
e forse non lo siamo per niente:
le parole sature
il timbro beduino
il lungo abbraccio
le domande sulla famiglia e sul gregge
la risata squillante
l’odore della legna stagionata,
la legna accatastata nelle stalle
odora ancora nei nostri vestiti.
Hai visto?
Non siamo molto cambiati
e forse non lo siamo per niente:
le sedute accovacciati
il bucato che ingombra gli ingressi delle case
i visi dei ragazzi imbrattati di terra
il tè alla menta di sera
il pettegolezzo inebriante
l’accontentarsi di poco
la vendetta
il sangue che non diventa acqua.
E tutto ciò
come se fossimo a Mifraq o nel Salt
sul Kark o a Ramtha
come se non avessimo attraversato i confini del nord
verso le grandi metropoli
e le coste.
Dove romba una guerra
e romba un mare
e gli stranieri si aggrappano l’uno all’altro
per il bavero
o sparano pallottole
dai balconi
sulle corde del bucato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: