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Delle città che ho visitato la cosa che invariabilmente ricordo meglio è il libro che leggevo. Per esempio a Berlino leggevo Non dire notte di Amos Oz, che è ambientato a Tel Kedar, una tranquilla cittadina israeliana nel deserto del Negev. Così, quando ripenso a Berlino, mi viene in mente il deserto del Negev. Questa è una dimostrazione pratica di come la letteratura abbia molto a che fare con i viaggi, e non solo in rapporto agli universi simbolici che un romanzo è capace di ricreare, ma in quell’intima comunanza che la letteratura suscita tra la nostra anima e l’anima dei luoghi immaginati. Io sono quasi certo – potrei affermarlo sotto giuramento – che ad Alexanderplatz ho incontrato Noa e Theo, i protagonisti del romanzo di Oz. Forse abbiamo fatto di più, forse il giorno dopo abbiamo preso insieme un caffè nella Literaturhaus a Charlottenburg, e Noa mi ha parlato del suo progetto, l’apertura di un centro di riabilitazione per giovani tossicodipendenti. Non ho conservato fotografie a testimonianza della cosa, ma sono abbastanza sicuro che chi mi legge si fida di me, così come io mi sono fidato di Oz.

Ho letto Momento musicale, un racconto vecchio di trent’anni di Yehoshua Kenaz, in Italia ripubblicato di recente da Giuntina insieme all’altro, bellissimo, Fra la notte e l’alba. Ho sempre dichiarato la mia speciale propensione per gli autori della letteratura israeliana contemporanea, e Kenaz rappresenta a buon diritto la quarta gamba di quel tavolo di insuperabili composto da Oz, Grossman e Yehoshua. Profondo conoscitore della cultura francese di cui ha tradotto i classici in ebraico, di Kenaz da queste parti se n’era già parlato prima e dopo la lettura del suo Ripristinando antichi amori. Leggere Momento musicale però è come fare un’immersione nei grandi classici del Novecento, il rapporto tormentato che lega il giovane protagonista allo studio del violino riecheggia di numerosi rimandi testuali, in primo luogo, ineludibile, è il riferimento proustiano, l’odore della colofonia, una resina che serve a conservare in buono stato l’archetto, che diventa la sua madeleine, un profumo che trasportava “la mia immaginazione verso spazi lontani e dava al mio cuore il gusto dell’avventura”. Ecco, rispetto agli altri grandi della letteratura recente israeliana, Kenaz forse è quello che più di tutti si sgancia dalle urgenze contingenti legate alla vicenda di Israele, per esplorare più in generale i moti universali dell’animo umano.

Da un po’ di giorni non faccio altro che leggere articoli sul cosiddetto “ritorno alla realtà” della narrativa italiana contemporanea. La definizione – che è presa in prestito da un saggio di Romano Luperini di qualche anno fa – è poco più che un aggiornamento del termine “neorealismo” con cui puntualmente, da qualche decennio a questa parte, si ricorre per definire una circostanza sensibile, una temperie, che dovrebbe accomunare in qualche modo i maggiori, o presunti tali, autori italiani. Così si mettono in fila un po’ di nomi forti (forti in termini di mercato) e ci si edifica sopra una bella teoria sull’Italia contemporanea, mescolando sapientemente autori di reportage giornalistici, giallisti dediti all’uso del dialetto e misteriosi gruppi di scrittori mascherati che di tanto in tanto si dilettano a fare il punto sulla questione delle patrie lettere. Questo per ricordare a tutti che viviamo in un’epoca buona per essere raccontata. Dovrebbe essere, questo ennesimo “ritorno alla realtà”, un’operazione di rottura, una messa in crisi di un sistema, una risposta politica a un’epoca storica lobotomizzata. Così almeno si sforzano di dipingerla. In realtà è l’ennesimo baraccone messo in piedi dagli stessi nomi che alimentano lo stesso circuito da almeno quindici anni a questa parte, nomi che convivono con estremo agio con un potere politico che osteggiano solo superficialmente, ma senza il quale non potrebbero essi stessi sopravvivere. Le dotte tirate dei critici che tentano di legittimare quello che è in realtà il più scandaloso baratro culturale degli ultimi secoli di storia della letteratura italiana non è altro che pasturazione di superficie che serve a far affiorare banchi di piccoli lettori da pescare all’amo. Non solo. Il sistema che è stato edificato per la promozione della letteratura in Italia è di tipo protezionistico. Nei festival, sui giornali, nei programmi radiofonici e televisivi dedicati all’argomento, si tende a dare risalto quasi assoluto agli autori italiani del momento, fingendo che i rapporti di forza con letterature del mondo oggettivamente più in salute della nostra siano egualitari. Questo ha finito per condizionare anche il dibattito a largo spettro che alimenta la galassia del web. Ne risulta una distorsione generale delle categorie di forza e una rimozione forzata e collettiva di una crisi culturale – come ho già detto e come ribadisco – tra le più gravi di sempre. In Italia, questo è vero, i buoni scrittori ci sono, ma sono confinati ai margini del sistema dominante, com’è vero – e se ne facciano una ragione – che non ci sono i Marías, i Roth, gli Oz, i Pamuk, i Vargas Llosa, i Kundera e via dicendo. Qualche serio addetto ai lavori (come Wlodek Goldkorn, per fare un esempio) ogni tanto tenta di ricordarcelo. E questo, forse, è l’unico ritorno alla realtà possibile.

Unione Sarda. 25 maggio 2010, Pag. 43 – Nella quiete sinistra di un pittoresco borgo del “Chianti d’Israele”, si intrecciano otto storie oscure e indecifrabili che hanno per protagonisti gli abitanti del villaggio immaginario di Tel Ilan. È questa, per somme righe, la trama dell’ultima opera di Amos Oz, Scene dalla vita di un villaggio, la quattordicesima pubblicata in Italia da Feltrinelli del grande scrittore e saggista israeliano. Gli otto racconti potrebbero vivere autonomamente se non fossero legati tra loro dall’aria soffocante, umida e carica di lutti e di colpe pregresse che aleggia tra le case coloniche in cui risiede la piccola comunità. Si tratta di storie aperte, senza epiloghi, durante le quali non veniamo mai a sapere niente di preciso sul destino dei personaggi chiamati in causa. Inutile cercare delle risposte, il genere di soluzioni convincenti da romanzo giallo. I racconti, o meglio, le scene di Oz sono smaccatamente enigmatiche, vivono di allusioni, di richiami leggeri come sospiri.

Così accade che la moglie di Benni Avni, il sindaco del paese, un giorno scompaia nel nulla dopo aver fatto recapitare al marito un biglietto con sole quattro parole: “Non preoccuparti per me”. O che il nipote della dottoressa Ghili Steiner, il cui arrivo a Tel Ilan era previsto con l’ultimo pullman della sera, abbia fatto misteriosamente perdere le sue tracce. O, ancora, che l’immobiliarista Yossi Sasson voglia comprare una vecchia casa in rovina, enorme e piena di stanze, appartenuta al defunto scrittore Eldar Rubin, e che si ritrovi in una cantina buia con la giovanissima figlia dello scrittore la quale cerca di sedurlo, o – forse – di rinchiuderlo per sempre in quella casa.

La scrittura di Oz incide a perfezione i caratteri di questi uomini, sospesi tra le angosce e il bel verde bucolico in cui si stagliano le loro esistenze. Essi non rivendicano alcun diritto, ma sembrano rassegnati ad essere parte di una totalità atavica di storie sulle quali non hanno alcun controllo. Sono come le fondamenta della casa del vecchio Pesach, che ogni notte sente rumori di scavi sotto casa e si convince che a farlo sia lo studente arabo Adel, ospitato in una catapecchia della sua proprietà, che forse vuole far crollare tutto per riprendersi la terra. Pesach e Adel sono facce diverse della stessa prostrazione, ma come tiene a precisare lo studente: “Il nostro avvilimento è un po’ per colpa vostra e un po’ per colpa nostra. Ma il vostro viene dall’anima”.

Solo alla fine apprendiamo che c’è stato un tempo, una notte primordiale, in cui forse la terra ha sobbollito e gli uomini del villaggio si sono resi colpevoli di cose immonde, un passato comune che ha lasciato tracce profonde e incancellabili e che forse rappresenta l’unica spiegazione possibile del silenzio largo e profondo caduto su Tel Ilan.

Sulla quarta di copertina dell’edizione italiana leggiamo una frase tratta da una recensione di Haaretz: «Le cose più importanti sono quelle che rimangono non dette, ma che nella notte, nel silenzio possono essere udite». È proprio così che accade nella scrittura di Oz, le sue storie sono come gelsomini che sembrano non fiorire mai, ma di cui, inspiegabilmente, riusciamo a sentire forte il profumo che confabula col vento. È il meccanismo stesso della memoria, della verità inconfessabile che appartiene al passato di Tel Ilan e che si preserva, al di là degli anni e del buio che cala ogni sera sul villaggio e sui suoi abitanti.

ANDREA POMELLA

Venerdì scorso ho incontrato Abraham Yehoshua in un albergo nel centro di Roma. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato a Cagliari, due anni fa, quando ebbi il compito di accompagnare lui e sua moglie Ika per tre giorni in visita alla città. Allora (si trovava lì per un incontro col pubblico cagliaritano organizzato nell’ambito del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie) ebbi con lui delle lunghe conversazioni che presto imparai a riconoscere come lezioni fondamentali sull’arte del romanzo. Da quel momento in poi posso dire che i suoi insegnamenti sono diventati per me imprescindibili nell’esercizio della scrittura e più in generale nell’approccio alla letteratura. L’appuntamento di venerdì era stato fissato a margine della sua conferenza all’auditorium di Roma, gli avevo chiesto un’intervista per l’Unione Sarda, giornale con cui collaboro saltuariamente da qualche tempo. Abraham e Ika mi hanno accolto con gentilezza e garbo immutati, confessandomi del loro entusiasmo per Roma ed esibendo una forma e una serenità invidiabili (la letteratura mantiene giovani, è stata la battuta con cui ci siamo salutati). L’indomani sono andato ad ascoltare la sua conferenza nella sala Sinopoli dell’Auditorium. Una volta terminato l’incontro sono sceso in platea, Abraham mi ha chiamato con un cenno mentre usciva dal palco. Nei corridoi dietro le quinte mi ha detto, “ho una cosa per te”. Non dirò in che consistesse questa “cosa”, essa fa parte dei cerchi concentrici che racchiudono le nostre vite e che in qualche modo le conferiscono senso. Dirò che la grandezza di uno scrittore e di un uomo non si riconoscono dal numero di copie vendute né dalla qualità del proprio lavoro, ma dalla densità di certi piccoli gesti e dalla capacità di saper incidere nella nostra corteccia di uomini.

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Abraham Yehoshua, la letteratura come morale – Incontro a Roma con lo scrittore israeliano: la politica di Tel Aviv, il nuovo libro, il senso dell’etica

Unione Sarda. 28 Marzo 2010, Pag. 56 – Abraham Yehoshua, classe 1936, tra i più importanti narratori viventi, è in questi giorni a Roma, ospite della kermesse Libri Come, la festa del libro e della lettura che si chiude oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il nuovissimo appuntamento romano, ideato da Marino Sinibaldi (direttore di Radio 3 e conduttore della fortunata trasmissione radiofonica Fahrenheit) e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, rappresenta per lo scrittore israeliano l’occasione di un nuovo incontro con il pubblico italiano.

Con un romanzo appena concluso e che vedrà la luce in Israele in questo 2010 – tre anni dopo il suo ultimo Fuoco Amico (Einaudi) – Yehoshua ci appare in una forma smagliante. Il sorriso caloroso, i modi gentili, la vigoria e l’entusiasmo che traspaiono dalla sua voce davanti ai temi legati ai libri e alla letteratura, e che lasciano il posto alla risolutezza e al fervore quando si parla dell’argomento politico del giorno, ossia il piano di costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme est voluto dal governo di Tel Aviv.

«Io sono felice che gli Stati Uniti abbiano assunto una posizione così ferma e decisa» – ribadisce Yehoshua riferendosi alle critiche al piano mosse dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. «La posizione dell’amministrazione Obama, oltreché un esempio di grande fermezza morale, è un atto di amicizia e di amore verso lo Stato Ebraico, e non di ostilità». E replica al premier israeliano, il quale nei giorni scorsi aveva dichiarato che il progetto di costruzione delle nuove colonie non impedisce comunque la possibilità di una soluzione a due Stati. «Può darsi che abbia ragione Netanyahu. Ma in ogni caso perché costruire nuove colonie a Gerusalemme est? Quale sarebbe lo scopo?».

Riguardo all’ipotesi, rilanciata da Berlusconi in una recente visita a Gerusalemme, che Israele possa entrare un giorno nell’Unione Europea: «Si tratta di una proposta valida, purché comprenda anche la Palestina. Se si raggiungesse la pace sarebbe bello che ci unissimo alla Comunità Europea. Immagino anche per ragioni pratiche, come avere subito l’euro e non dover cambiare i soldi quando si va all’estero».

Tornando al motivo della sua presenza a Roma e al titolo, Come scrivo i miei libri, della sua conferenza all’Auditorium, Yehoshua chiarisce: «Non si può spiegare come si scrive un libro, ogni libro è diverso da un altro. Posso raccontare del mio metodo personale, di come pianifico il mio lavoro, di cosa significhi per me scrivere e da dove derivi l’impulso originale che mi spinge a farlo. Siamo abituati a sentir dire che la scrittura è una specie di fuga dal mondo. Non per me. Io non scappo dal mondo».

Poi ci anticipa che il suo nuovo romanzo, ambientato in Spagna, avrà per protagonista un regista di cinema. «Per il mio personaggio ho scelto questa professione perché penso che fra un regista e uno scrittore ci siano molte affinità. Uno scrittore è allo stesso tempo uno sceneggiatore, un fotografo, un narratore. Quindi lo scrittore racconta la storia in una situazione speciale, sotto tutti gli aspetti, incarnando vari punti di vista in un’unica persona».

Su quest’opera, attesissima, non aggiunge altro, perché «è difficile parlare di un bambino non ancora nato».

Allora la conversazione si sposta su un argomento presente in tutta la sua produzione letteraria: il rapporto tra etica e letteratura. Lo spunto è un saggio di qualche anno fa, Il potere terribile di una piccola colpa (Einaudi), in cui Yehoshua raccoglieva alcune riflessioni sui compiti della letteratura e sul senso morale dei lettori. «Stiamo perdendo la capacità di far sì che la letteratura sia un laboratorio per le questioni morali dell’umanità. È molto importante in letteratura porre in primo piano i dilemmi morali. Non dico risolverli, questo è un compito che spetta ad altre discipline. Nel secolo scorso, fino a un certo punto, abbiamo avuto una letteratura marcatamente ideologica, adesso, al contrario, gli scrittori sono terrorizzati dall’idea che le loro opere vengano giudicate tali. È per questa ragione che non osano più affrontare temi di carattere morale».

Discorso valido anche nella sua Israele, dove tuttavia negli ultimi tempi si è assistito a una vera e propria fioritura delle arti. «La situazione è complessa ed intensa in questo momento» confida. «Ci sono molti stimoli che provengono dalla società».

Per uno come lui, nato a Gerusalemme e trasferitosi da tempo ad Haifa, la complessità della società israeliana è da sempre oggetto di osservazione. «Ho lasciato Gerusalemme nel ’67 e ho scelto di vivere ad Haifa». Il carattere multietnico e multireligioso di questa città, in prevalenza ebraica, ma con presenza musulmana, cristiana e drusa, ricorda in parte quello di molti dei suoi personaggi. «In realtà Haifa non è molto lontana, ma è diversa, sia da Gerusalemme che da Tel Aviv, che è la città di mia moglie, e direi che riunisce il meglio di queste due città. Oggi posso dire che tutto ciò che cercavamo l’abbiamo trovato ad Haifa».

Al contrario di Amos Oz (l’altro vertice della cosiddetta «triade» dei grandi scrittori israeliani: Yehoshua, Oz, Grossman) che da bambino sognava di crescere e di diventare un libro, Yehoshua è categorico: «Non voglio essere un libro! Io sono un essere umano, non un libro. I libri non fanno l’amore, non mangiano, non ridono, non si godono la vita. Del resto nella mia scala dei valori io non pongo la scrittura in una posizione così elevata. L’arte è importante ma c’è anche altro nella vita. L’arte non è una religione o un oggetto di culto, è solo una fra le tante attività importanti dell’uomo».

ANDREA POMELLA

Nella nuova casa in cui abito mi sono creato uno spazio per scrivere. L’ho ritagliato a misura fra l’angolo esterno del divano e le pendici di una grande biblioteca bianca da cui si affacciano centinaia di volumi. Ho un piccolo e leggero tavolino, anch’esso bianco, che sposto a piacimento e sul quale poso il computer portatile con cui scrivo. Ho messo anche dei grandi cuscini arancioni che riducono lo spazio ma che mi accolgono come in un cosmo ospitale e materno. Sui ripiani alti della biblioteca ho montato una fila di tre fari che lasciano cadere la luce come da una fessura di montagna. Non mi serve molto altro, a parte lo starmene in silenzio, a lungo e concentrato, sfogliando di tanto in tanto un libro fra quelli che ho a portata di mano (uno scaffale ben selezionato di autori a me cari, tutto Amos Oz, i racconti di Kafka, Henry Roth, qualcosa di Faulkner, un acquisto recente di Magda Szabo). Non mi serve avere una veduta particolare in cui cercare quella cosa che molti chiamano “ispirazione”, nella posizione che mi sono scelto do le spalle alla finestra, e l’ordine della stanza è ancora così fresco e transitorio da non avere neppure scelto i quadri che orneranno le pareti. Per adesso c’è un grande muro bianco con due fori larghi come arance dai quali fuoriescono due ciuffetti di fili, appena ne sarò capace collegherò quei fili a una coppia di applique e coprirò il bianco dell’intonaco con una tela che non so ancora immaginare. Non ho bisogno di altro per scrivere, neppure di una tazza di caffè. Quando scrivo non cerco un posto in cui perdermi. Calvino diceva: “Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa”.

Giorni fa ho incontrato un uomo innamorato. Il luogo era la sala d’aspetto di un dentista, il tempo questa fine d’anno piovosa e febbrile. L’uomo in questione aveva un cappotto grigio in lana spigata, un orologio col cinturino nero, un paio di scarponcini di pelle anch’essi neri e due occhi fitti e profondi. Era assorto nella lettura di un romanzo quasi d’amore, o perlomeno così suggeriva il titolo stampato sulla copertina: Conoscere una donna. Il fatto è che in una sala d’aspetto ogni particolare diventa rilevante e la noia e l’impazienza rendono le cose secondarie più importanti di quello che sono. Non avverto la necessità di creare suspense nel lettore, né di costruire nel corso di questa piccola storia che vado raccontando uno stato di trepidazione tale da rendere indispensabile uno scioglimento finale degno di questo nome. Dirò perciò, senza troppe sorprese, che quell’uomo ero io. O meglio, io, ma in una versione a me ignota, in uno stato di verità totale, così diverso dalla menzogna che vedo nello specchio ogni volta che mi rado o che mi pettino. Io come non mi ero mai visto prima, senza la manipolazione delle espressioni, senza l’aspettativa di avere una sembianza piuttosto che un’altra, ma totalmente immerso nella sincerità di una lettura appassionata. Ero nello specchio, per la precisione ero riflesso nella vetrata di una porta. Il mio viso e il mio corpo mal si conciliavano con il libro che tenevo fra le mani, o più che con il libro direi con il gesto pieno di delicatezza con cui lo reggevo, sospeso a mezz’aria, fra le ginocchia ripiegate e gli occhi concentrati e seri, come di un bambino che mostra orgoglioso alla madre un nido di uova di passero appena deposte. C’è prima di tutto una cosa, amo i libri, e questo mi dà lo status di uomo innamorato. C’è poi che non ricordo di essermi mai sorpreso in uno specchio intento a leggere una storia. Così questo incontro fortuito di uno specchio e di una lettura mi hanno reso tutto molto più chiaro. Leggere un libro è completamente nella mia natura, ne ho letti a centinaia nella mia vita, ho per loro una passione sviscerata, li desidero e li conservo come tesori inestimabili, sui libri ho costruito perfino una ragione di vita. Eppure sono molto più avvezzo a vedermi in atteggiamenti banali e secondari come verificare nello specchio il colletto di una camicia o la buona riuscita di un accostamento di colore che non a sorprendermi con gli occhi e con il cuore catturati da una storia di seconda mano. Perciò posso a buon diritto affermare che l’uomo innamorato e assorto che leggeva un libro nella sala d’aspetto del dentista era per me un completo sconosciuto. Nei versi finali di una poesia di José Hierro intitolata Le nuvole c’è una domanda che il poeta spagnolo rivolge a se stesso: “Inutilmente interroghi / dalle tue palpebre cieche. / Che fai guardando le nuvole / José Hierro?”. Io potrei contraffare quella domanda e indirizzarla all’uomo innamorato nello specchio. In fondo i libri non sono poi tanto diversi dalle nuvole.

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