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Archivi tag: anni di piombo

Ho alzato gli occhi dal libro che stavo sfogliando, e dietro al banco c’era Renato Curcio. Sapevo che l’avrei trovato lì, il giorno prima avevo letto un’intervista fatta da uno di Repubblica ansioso di estorcergli qualche dichiarazione eclatante su quelli che hanno gambizzato Adinolfi a Genova, un’intervista in cui Curcio invece non fa altro che ripetere “basta, ora faccio l’editore”. Quindi lo sapevo che stava a Torino, al Salone del Libro, con la sua cooperativa editoriale, ma quando ho alzato gli occhi non avevo neanche fatto caso che quello fosse lo stand di Sensibili alle foglie. Ora, da molto tempo lui non porta più la barba, ma il viso è sempre quello, è facile riconoscerlo. Mi ha guardato per un istante con un quasi sorriso che non era proprio un sorriso, piuttosto era qualcosa a metà tra il cenno di cortesia di un commesso libraio che vuol farti capire che se hai bisogno è a tua disposizione e un pudore malcelato e tradito da una piega del labbro, un disagio – questo voglio dire – nel sentirsi parte, forse, di un mondo normale dopo che la propria vita è stato tutto fuorché una vita normale. Non è la prima volta che mi ritrovo faccia a faccia con un ex brigatista, è la prima volta però che colgo quell’imbarazzo, quegli occhi bassi che si rialzano solo per il tempo necessario a spiegare un sorriso che vuol essere professionale, ma che riesce a essere solo profondamente mesto. Cosa fosse in realtà quel sorriso non posso intuirlo né saperlo.

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Rifletto spesso sui motivi per cui la letteratura italiana si è dimostrata incapace di fare i conti con la propria storia recente. Dagli anni Settanta in poi l’attitudine degli scrittori italiani ad elaborare la storia è stata inversamente proporzionale alla loro propensione a seguire di volta in volta nuove mode editoriali. Al di là di pochi e isolati casi, per esempio, nessuno che abbia messo mano alla tragica epopea degli anni di piombo, un’epoca della nostra storia recente che, in astratto, avrebbe dovuto stimolare una produzione simile a quella che in Italia ebbe luogo alla fine della seconda guerra mondiale. E invece gli anni di piombo sono rimasti di pertinenza della storiografia, quanto alla letteratura essi rappresentano un enorme buco nero, un lutto troppo grande di cui nessuno riesce ancora a parlare. Le ragioni più immediate sono forse da ricercare nel grado di ideologizzazione che ancora nutre, direttamente o indirettamente, le posizioni di molti intellettuali attivi sull’attuale scena letteraria. Superare il piano politico per mordere il muscolo vivo della questione sembra essere tuttora un proposito inattuabile, nonostante la distanza storica, nonostante le innumerevoli trasformazioni che i partiti politici italiani hanno subito negli ultimi trent’anni, nonostante il postmoderno, la fine delle ideologie e la globalizzazione. Il poco che si è visto è venuto da autori nati proprio nel decennio degli anni Settanta, e che quindi hanno assorbito quelle vicende come il latte materno, comprendendone compiutamente le circostanze soltanto in età adulta. L’idea che mi sono fatto è che quegli anni non sono mai veramente finiti, che quella violenza è rimasta nell’aria come una polvere sottile che ci ostacola il respiro, che una costante nelle diverse generazioni di italiani che si sono susseguite è il dividersi tra destra e sinistra in una guerra civile latente che non ha nulla a che fare con una normale dialettica politica, e che la letteratura – in quanto specchio della realtà – non ha potuto far altro che registrare questa paralisi, questa apoplessia della storia.

Mi fermo sul marciapiede di viale Libia a Roma, un minuto prima che scatti il verde per l’attraversamento pedonale. Davanti a me passa un ragazzo di sedici anni, magro, vestito con una t-shirt nera carhartt, i capelli un po’ lunghi che gli cadono davanti agli occhi, una bocca piccola e concentrata, una smorfia irriverente. Si muove a suo agio in mezzo al frastuono grave e roco del traffico, sotto le alte facciate dei palazzoni lividi che nascondono il sole. Passa tra le macchine incolonnate e i motorini, incurante di tutto, come un piccolo animale perfettamente abituato alle minacce di questo habitat metropolitano. È così giovane e sventato, lui che è nato, se dio vuole, intorno al ’95, in un’era di pace e prosperità, in una città sempre uguale a se stessa. Eppure, nei suoi capelli nero vivo, nella sua fisionomia, c’è una storia collettiva, le battaglie fra i rossi e i neri, le stragi, le pistole, l’appartenenza politica, la militanza, la sofferenza per la perdita degli amici, i picchetti d’onore. Lui, che non sa niente di niente, eccetto lo slalom che compie ogni mattina lungo le strade di questo quartiere, si porta addosso gli anni Settanta.

Non ho simpatia per gli ex terroristi, di qualsiasi colore politico. Ho in odio quelle cose come la dottrina Mitterand che si prendono in carico di misurare i sistemi giudiziari in vigore negli altri paesi democratici. Mi fa paura la pioggia la mattina presto, quella che scroscia forte mentre la radio annuncia la liberazione di Battisti in Brasile, paese in cui l’ex militante dei PAC resterà – come ha annunciato il suo avvocato – “perché ha molti amici” (ipse dixit). Mi fanno ribrezzo i gruppetti di pseudo intellettuali che come succedeva nell’America raccontata da Tom Wolfe, l’autore di Radical chic, Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, mettono in fila i loro nomi, non tanto per esprimere solidarietà a un assassino, quanto per ribadire la loro appartenenza a una lobby culturale che in questo paese ha sempre un certo peso. Provo dolore al solo pensiero di come possano sentirsi oggi i familiari delle vittime di terrorismo. Trovo osceno definire “scrittore” un uomo condannato all’ergastolo per quattro omicidi, perché – come ha detto molto meglio di chiunque altro Elias Canetti – “può essere scrittore solamente colui che sente la responsabilità benché magari nelle sue singole azioni egli la dimostri poco più di tanti altri. È una responsabilità per la vita che si sta distruggendo, e non bisogna vergognarsi di dire che questa respon­sabilità è nutrita dalla pietà”.

Mi domando se davvero non ci sia un modo per raccontare di questo paese. Lo dico mentre prendo in prestito la poesia di Tahar Ben Jelloun che inizia, appunto, coi versi “Mi racconti di questo paese / nell’esilio delle parole”. Ci sono molti modi per parlare di una nazione, dei suoi vizi e del proprio tempo. Alcune letterature nazionali hanno saputo meglio di altre tracciare schemi, inventare linguaggi e cifre stilistiche. La narrativa israeliana contemporanea, per esempio, porta i segni distintivi di una produzione che pone gli uomini e i personaggi di fronte al rebus di uno stato di conflitto (nazionale e individuale) permanente e irrisolvibile. Il disagio del singolo posto di fronte allo spettro perpetuo della sciagura diventa così, in quella regione letteraria del mondo, il nucleo costituente di una autentica letteratura nazionale contemporanea. Allo stesso modo la cultura americana che ha fatto seguito ai fatti dell’11 settembre è stata fortemente condizionata dall’ossessione per la vulnerabilità e la fragilità di un modello di vita fino a quel momento considerato inespugnabile, per favorire quindi il ritorno a un filone “catastrofista” che già aveva segnato un certo modo di fare cinema ai tempi della grande ferita del Vietnam. In Italia l’ultima volta che si è sentito parlare di qualcosa del genere è stato nel secondo dopoguerra. Calvino in una testimonianza del ’64 disse: “L’esplosione letteraria di quegli anni fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Tempo fa, parlando della crisi culturale dell’Italia contemporanea, Abraham Yehoshua mi disse che secondo lui l’insufficienza della produzione letteraria italiana degli ultimi decenni è figlia di questo periodo di pace ininterrotta che dura da sessant’anni. Non ero del tutto d’accordo con Yehoshua allora, e lo sono ancora meno oggi, poiché ritengo che l’Italia, dal ’45 a oggi, abbia avuto eccome le sue belle guerre da combattere (gli anni di piombo, tanto per dire). Ma ciò nonostante nessuno è stato in grado di fare i conti con certe ferite. In Italia piuttosto – per citare Asor Rosa – si è sempre preferito “dare ampio spazio ai naturali umori provinciali dei letterati italiani”.

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Tahar Ben Jelloun, MI RACCONTI DI QUESTO PAESE

Mi racconti di questo paese
nell’esilio delle parole
ti sei seduta fuori, nel crepuscolo,
per bere un caffè
e ridere
passa un venticello
pieno di odori e profumi
le spezie viaggiano
come i ricordi e le pietre
cardamomo e rose secche
la sera
gli oggetti danzano
nello stagno dell’oblio.

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