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Giovedì scorso, rispondendo alle domande del gruppo di lettura Pagine Vagabonde di Mendrisio, credo di aver detto che non considero la scrittura come un atto separato dalla vita. Scrivere autobiografia non è dare conto degli eventi che ho vissuto, ma è la parte finale di quegli eventi. Penso che le cose che mi accadono non siano mai pienamente concluse se non intravedo per loro un approdo nella pagina scritta. Forse questa è la forma di ossessione più grave che mi riconosco, ma è anche il modo che mi è più congeniale per dare sostanza e senso alla vita. La sera, dopo l’incontro, leggendo L’evento, il libro di Annie Ernaux che esce oggi (a pubblicarlo in Italia è sempre L’orma editore, a tradurlo sempre Lorenzo Flabbi) e che racconta l’esperienza di un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta, ho trovato nelle ultime pagine questo passo:

“Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, c’è n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”.

La bellezza di questo libro è lancinante, e non solo per il racconto feroce e dolente dell’aborto, ma anche per questa ammissione finale. In precedenza, a metà libro, Annie Ernaux scrive di aver sognato di essere nella stessa situazione del 1963, e aggiunge:

“Ricordare il sogno mi ha fatto credere di aver ottenuto senza sforzo ciò che cerco di ritrovare con le parole – rendendo inutile il mio processo di scrittura”.

Da tempo, leggere e scrivere autobiografie, mi pone di fronte a due domande incessanti: Qual è il momento esatto in cui si compie la mia vita, quando vivo o quando scrivo? Scrivere è un modo per ritrovare qualcosa che credevo perduto, o è un espediente per perdere nuovamente quella cosa, e per continuare a perderla, e perderla, senza requie, fino alla fine?

Mercoledì sono andato all’incontro con Annie Ernaux a Villa Medici, pioveva a dirotto ma nella sala c’era caldo, e a un certo punto uno ha aperto la finestra, il pubblico ha tirato il fiato e ha smesso di sventolarsi con i foglietti, la pioggia però è via via aumentata, il direttore dell’Accademia di Francia, Éric de Chassey, ha presentato la serata e il mio amico, seduto accanto a me, ha sussurrato: “Ci pensi? Anche Ingres è stato direttore dell’Accademia di Francia”, poi Annie Ernaux ha cominciato a parlare e il mio amico si è messo a tradurmi dal francese, si stava tutto sommato bene, con la temperatura e il resto, senonché Éric de Chassey si è alzato dalla prima fila e con fare brusco ha richiuso la finestra, al che il mio amico, scuotendo la testa, ha commentato: “Ce lo vedi Ingres che si alza e va a chiudere la finestra?”

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