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Da un anno ho smesso di interessarmi alla politica, è sbagliato, è da cretini, quando si abbandona il campo c’è un altro che occupa il campo al posto tuo, ok, prima dicevo la mia per iscritto, mi accaloravo nei discorsi, avevo delle opinioni su tutto, oggi non scrivo più, non mi accaloro più, non ho più opinioni, sono in una fase regressiva, di disillusione post/ideologica, il punto però è che non sono mai stato in una fase ideologica, voglio dire, sono diventato giovane dopo il 9 novembre del 1989, ossia non ho fatto in tempo a essere ideologico, prima di quella data ero un ragazzino e mi interessavo di calcio, di Space Invaders e di Topolino, eppure non ho attraversato una fase post/Space Invaders, diciamo che ho sempre preso il mondo come viene, anche quando tra me e il mondo non c’erano più i bunker difensivi che in Space Invaders vengono gradualmente distrutti dai proiettili degli alieni, così oggi quando sento parlare di politica in Tv cambio canale, se leggo un giornale salto le prime otto pagine, se in ufficio mi chiedono un parere su questa o quella riforma faccio finta di dover fare una telefonata urgente, Odio gli indifferenti di Gramsci me l’hanno sbattuto in faccia così tante volte che alla fine sono riusciti a farmi diventare indifferente.

Quand’ero ragazzino non esistevano le zanzare-tigre, esistevano le zanzare-zanzare, erano bestioline lisce che non avevano l’aspetto della tigre, lasciavano bolle che duravano di più e davano meno prurito, quand’ero ragazzino le zanzare facevano Zzzz, non pungevano attraverso i vestiti, ogni puntura non sembrava scaturire da una specie di gravità interiore, da una guerra santa.

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Un articolo uscito su Zona Roma Nord nel numero di venerdì 22 marzo, in cui si parla de “La misura del danno” e di quello che ho più o meno detto durante la presentazione del 16 all’Auditorium di Roma. Qui il pdf del giornale, il pezzo è a pagina 14.

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Il 16 marzo 2013 è stato presentato presso la sala Officina 1 dell’Auditorium Parco della Musica il romanzo dello scrittore Andrea Pomella intitolato “La Misura del Danno” edito da Fernadel. Il racconto è ambientato nel ventennio berlusconiano e ha come protagonista un attore di nome Alessandro Mantovani che registra un’impennata improvvisa della propria carriera Read More

Ho dato uno sguardo, come tutti, ai redditi dei ministri del governo Monti pubblicati in rete. Quella che è stata invocata come un’operazione di trasparenza a me sembra un potente sberleffo. È un governo di milionari, non c’è dubbio. Milionari che pagano le tasse, è stato detto, ma questo dovrebbe essere un fatto normale non una cosa di cui farsi vanto. O no? A ogni modo il professor Monti ha rinunciato al compenso da primo ministro, ora – conti alla mano – sappiamo perché. Anche il governo precedente era composto da milionari, e anche quello prima ancora. Adesso che ci penso, tutti i governi del mondo, da duemila anni a questa parte, sono stati composti da milionari. Non è un problema che un milionario vada al potere, intendiamoci; il problema è quando SOLO i milionari accedono ai posti di potere. L’altra sera ascoltavo Tremonti in Tv, si parlava della Grecia; a un certo punto ha detto che la Grecia è “pre-democratica” perché lì “chi ha più soldi prende più voti”. Immagino che Tremonti conservi qualche ricordo di chi ha governato questo paese negli ultimi vent’anni. Ho il sospetto che nel mondo la maggior parte dei governi eletti in maniera democratica siano, nel senso evocato da Tremonti, pre-democratici, per il motivo che ho detto all’inizio. Per fare politica bisogna avere soldi, e tanti. Ora però accade che la collera popolare si scagli contro gli stipendi dei parlamentari ritenuti troppo alti, quelle indennità sono diventate il simbolo della protervia del potere. Ma se oggi nascesse un Gramsci, senza gli ori di famiglia non potrebbe ambire a niente più che alla direzione di una sezione di partito. Ecco allora che forse il denaro dato alla politica non è sempre cosa del demonio. Questo perché la democrazia per definizione garantisce la libera partecipazione di tutti i cittadini ai meccanismi di funzionamento dello stato, senza distinzioni di censo. Non è buon segno che un primo ministro rinunci a ricevere un compenso per fare il lavoro di primo ministro. Non è buon segno che si invochi acriticamente l’accetta sui costi della politica per poi lodare l’esempio di un benefattore della cosa pubblica che dichiara di possedere un patrimonio in conti correnti, depositi titoli e gestioni patrimoniali per un totale di 11 milioni 522 mila euro. Però quasi tutti in questo paese hanno un’altra opinione, e io la rispetto.

Mi manca Giorgio Gaber. Mi succede sempre più spesso. Accade soprattutto quando ascolto un giornale radio la mattina mentre vado a lavoro in macchina, o all’ora di cena, quando tengo il volume del televisore basso e lascio scorrere in sottofondo le notizie del giorno. Mi manca la sua fiducia dolente nelle esperienze individuali dell’uomo, il suo guardare con sospetto ai movimenti e alle mode, mi manca la sua etica. La voce di Gaber me la ricordo da quando ero ragazzino, era il cantante alla radio, era il ritornello leggero di “vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu” che fischiettava ogni tanto mia madre, era il rumore degli anni Settanta che riverberava senza profondità nella coscienza in formazione del bambino che ero, un suono che seminava come un profumo di familiarità, che sedimentava un senso di appartenenza, correggendo certi passaggi infantili dei miei pensieri e tracciando i segni di un’eredità che avrei imparato ad apprezzare solo tanti e tanti anni dopo. I fiori sono maschere che a volte nascondono il volto nero del bosco. Gaber, insieme a qualcun altro della sua generazione, ha raccontato quel bosco con parole che profumavano di primavera. Nei centomila sogni abbattuti del Novecento il signor G è passato come il vento. Fin dal primo giorno in cui ho sentito formarsi dentro di me una coscienza politica mi sono sentito come un orfano, uno lasciato esposto alla corrente, con un buon grado di giudizio e la certezza di sapere da che parte stare, ma anche come uno che tuttavia ha smesso di credere ai dogmi e alle buone intenzioni dei filosofi. Da grande, ascoltando le canzoni di Gaber, ho scoperto di non essere poi così solo. “C’è sempre stata, da parte della sinistra, diffidenza nei confronti di chi non è allineato”, disse nel ’99 in un’intervista al Corriere della Sera. “Una delle caratteristiche della sinistra è una certa intolleranza che viene da lontano, da Gramsci, dalla figura dell’intellettuale organico. Io sono di sinistra. Ma non sono organico. Ho il privilegio di andare sul palcoscenico e di raccontare quello che penso”. Ecco, il mio Gaber è questo, è il Gaber del “potere dei più buoni, che un domani può venir bene per le elezioni”, è il Gaber di “io come persona, completamente fuori dalla scena”, ma è soprattutto l’ultimo, il più struggente e amaro, quello che si avvicina al mistero dell’amore con l’esperienza di una vita e l’umiltà di chi ammette che “quando sarò capace di amare farò l’amore come mi viene, senza la smania di dimostrare, senza chiedere mai se siamo stati bene”. Mi manca davvero quel Gaber. Mi manca davvero Giorgio Gaber.

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