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Le persone di successo hanno grandi certezze, posizioni strutturate, idee chiare e nette, si scelgono una parte e la difendono, costruiscono torri dalle quali risultano inattaccabili, il che contribuisce a creare la loro identità, che è un’identità sempre peculiare. Ho letto l’intervista di ieri sul Corriere a Zadie Smith. Alla domanda «Come difendere i minori?», risponde: «Bisogna esercitare il potere al meglio. Io per esempio non ho lo smartphone e quindi posso dire a mia figlia, di sette anni, che lei non ce l’ha perché io non ce l’ho». Il messaggio è chiaro, non sta dicendo che sua figlia di sette anni non ha lo smartphone, non sarebbe una notizia, sta dicendo che LEI non ha lo smartphone. Poi le chiedono: «C’è qualcosa che lei odia?», e prontamente risponde: «La tv». Posizioni strutturate, idee chiare e nette. L’identità. La torre. Franzen odia i social; Smith odia gli smartphone e la tv.

Ma anche i frustrati, i falliti, i delusi, fanno lo stesso. Non hanno incertezze, solo incrollabili convincimenti. Sanno indicare il male con un dito, o perlomeno quello che secondo loro È il male. Non dubitano. Questo fanno.

Quando compro il gelato a mio figlio, lui sceglie sempre gli stessi gusti: fragola e cioccolato. Se gli chiedo: «Quale dei due è il tuo gusto preferito?», lui risponde: “Tutti e due”. Al che gli dico: “Devi sceglierne uno”. E lui insiste: “Tutti e due”. Lo critico, gli dico che tra fragola e cioccolato ci dovrà pur essere un gusto che prevale. Ma niente. Si rifiuta di fare la scelta. Gli dico che è importante fare delle scelte, prendere una parte, che è attraverso le scelte che si costruisce l’identità. Lui mi guarda con gli occhi invasi dal dubbio.

Penso di sbagliare quando impongo a mio figlio una scelta tra fragola e cioccolato. Penso che invece dovrei coltivare quella cosa che gli traspare negli occhi. Il dubbio. A tal proposito ha scritto Tabucchi: “Il dubbio, come la letteratura, non è monoteista, è politeista. Peraltro le conseguenze dei pensieri mo­noteisti, che non nutrono alcun dubbio, sono sotto gli occhi di tutti”.

Mio figlio ha meno di tre anni e come la maggior parte dei bambini ama ascoltare storie. Naturalmente ha le sue preferite. Tra queste c’è la storia di Nicola Passaguai, raccontata in un libro illustrato di Jeanne Willis e Tony Ross pubblicato da Il Castoro. Nicola è un topolino, il più piccolo della famiglia, e ha una madre apprensiva che non lo fa uscire di casa se non dopo averlo avviluppato nella bambagia, cosa che procura al povero Nicola una sequenza infinita di disavventure. A mio figlio questa storia piace così tanto da farsela leggere fino a una mezza dozzina di volte al giorno, e lo fa ormai da qualche mese. Ieri, mentre lo guardavo trotterellare per casa, a un certo punto ho sentito che parlottava fra sé e sé. Faceva volare un piccolo elicottero di plastica e raccontava a se stesso una storia rimescolando elementi di altre storie, tra cui appunto quella di Nicola Passaguai. E quindi l’avventura di sua invenzione aveva come protagonista un topolino triste che sorvolava un parco giochi a bordo di un elicottero. Sono rimasto un po’ ad ascoltarlo, finché ho compreso il meccanismo con cui lavorava la sua fantasia. Mio figlio non faceva altro che rimaneggiare materiale narrativo preesistente (le peripezie di Nicola, l’elicotterino di plastica, il parco giochi in cui andiamo nelle giornate di sole) allo scopo di elaborare una narrazione originale, e faceva tutto questo senza che glielo avesse imposto nessuno, bensì nell’unica maniera a lui conosciuta, ossia come gli consigliava in quel momento l’istinto. Un piccolo essere umano di meno di tre anni, nelle remote profondità della sua coscienza, sente dunque il bisogno ancestrale di immaginare una storia e di raccontarla a se stesso, ossia a quello che, con buona ragione, si può definire il suo primo pubblico. Questa cosa, a metà tra la neuroscienza e lo sciamanesimo, mi ha fatto venire in mente una frase di Antonio Tabucchi, valida tanto per uno scrittore affermato quanto per un bambino alle prese con l’invenzione della sua prima storia: “So sempre, anche se a volte resta vago, quando un’anima o un personaggio sta viaggiando in aria e ha bisogno di me per raccontarsi”.

Di Tabucchi ho amato in particolare un racconto contenuto nella raccolta Il tempo invecchia in fretta. Il racconto si intitola Nuvole, ed è il colloquio tra la ragazzina Isabel e un ufficiale italiano reduce dalla missione in Kosovo dove ha subito l’esposizione alle radiazioni dell’uranio impoverito. L’ufficiale insegna a Isabel la nefelomanzia, una pratica divinatoria con cui si prevede il futuro osservando la forma delle nuvole. Avevo difficoltà a includere Tabucchi fra gli scrittori italiani. Quando c’era da fare una lista dei migliori fra i nostri, Tabucchi mi passava sempre di mente. Non perché non fosse annoverabile tra i migliori, ma perché faticavo a pensarlo come scrittore italiano. Va da sé che la sua militanza portoghese ha avuto la sua parte in questa specie di de-italianizzazione con cui il mio cervello ha messo fuori catalogo lo scrittore di Sostiene Pereira. Ma non è solo questo. È la materia della sua letteratura a essere, per certi versi, estranea alle tendenze della narrativa italiana contemporanea. La scrittura di Tabucchi non è fuori dal tempo, è sopra il tempo, incede con grazia e lievità, proprio come la forma di quelle nuvole fra le quali si rintana il futuro. Bene ha fatto Tabucchi a scegliere il Portogallo come paese d’adozione se è vero che oggi Il Giornale – voce italiana, italianissima, triviale e sciacallante come solo certi modi italiani sanno essere – gli dedica una finestra in prima pagina in cui gli dà del “talento fazioso” e del “falso mito”. Una riserva di bile versata a giochi fatti, com’è consuetudine degli ignoranti. Ma gli ignoranti non sanno che Tabucchi la sua replica l’aveva già scritta. La si trova in Tristano muore, e dice così: “Un inglese che come te scriveva libri disse che siamo tutti in una fogna ma che alcuni di noi guardano le stelle, e forse Tristano aveva voglia di guardare le stelle perché il suo paese era proprio una fogna”.

L’ultimo dell’anno è un giorno molto letterario. Voglio dire, si presta bene alla logica dell’invenzione letteraria. Ma stamattina, mentre venivo in ufficio pensavo, hai mai provato a immaginare tutti gli autori del mondo chiusi fra le quattro mura delle loro stanze e concentrati sull’idea della creazione? Hai mai provato a immaginare di guardarli tutti, come un uccello che plana di notte davanti alla facciata di un condominio e sbircia nei riquadri illuminati delle finestre, fino a comprendere in uno sguardo solo tutti quei momenti di solitudine perfetta e beata? Ringrazio Dio che esistano i libri e chi li scrive, ringrazio Dio che esistano i buoni e i cattivi autori, sì, lo ringrazio anche dei cattivi autori, senza di essi infatti non sapremmo apprezzare la maestria dei buoni. Ho tre libri sul comodino in questi giorni, i loro autori si chiamano Tabucchi, McCann e McCarthy. Sono un italiano, un irlandese e un americano, li conoscono tutti, perché appartengono alla categoria dei buoni autori (c’è questo di bello nel mondo, che i cattivi autori, a differenza dei buoni, non li conosce nessuno, o forse no, forse non è del tutto vero nemmeno questo). Ci sono stati giorni in cui quei tre libri erano ancora idee vaghe nella mente dei loro inventori, poi forse sono diventati appunti sparsi su un’agenda, su un file di Word, poi vere e proprie pagine, i libri vengono alla fine di tutto, dopo tutto, per noi che abbiamo bisogno di essere nutriti di storie e di idee, di mantenerci in forze. Dunque, trasmigrerò da un anno all’altro leggendo le storie di questi tre, cercando di comportarmi al meglio, di fare bene il mio mestiere di lettore. Pace e salute a tutti.

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