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Due giorni fa, durante la conferenza stampa per la presentazione delle candidate alle elezioni regionali del Pdl, Silvio Berlusconi ha detto: “Sono arrivato alla conclusione che siamo antropologicamente diversi da questa sinistra”. La battuta è passata pressoché inosservata presso il grande pubblico degli opinionisti politici, un po’ perché non è la prima volta che il premier definisce antropologica la differenza fra coloro che la pensano come lui e il resto del mondo, o come direbbe lui “quel poco che resta del mondo”, (l’aveva già fatto nel giugno del 2009 durante un comizio in piazza a Cinisello Balsamo rivolgendosi a un gruppo di contestatori), e un po’ perché il personaggio ci ha abituato in passato a ben altri exploit linguistici. Eppure, nella frase pronunciata l’altro ieri, si annida un’idea perversa della politica e uno squarcio su uno scenario largamente inquietante. Partiamo dal semplice dato che a parlare non è semplicemente il leader di un partito politico, ma il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, che come tale è tenuto a operare a nome e per conto dell’intero paese, e non di una parte di esso. Cosicché nel richiamare la diversità degli universi simbolici a cui fanno riferimento idee e concezioni della politica italiana (cosa di per sé lecita) il primo ministro riesce, con un doppio salto mortale, a connotare di attributi spregevoli la porzione di Italia a lui ostile. Si tratta di uno sbarramento senza ritorno, contrario a ogni principio della politica intesa come confronto e partecipazione, l’edificazione di un argine invalicabile. Un tale oscuramento dell’elemento dell’alterità rischia di far sprofondare un’intera nazione in uno stato di guerra permanente, più di quanto non lo sia già, in cui la diversità diventa una nozione dura e dolorosa, l’ostinazione di una fede più che l’esperienza del reciproco riconoscimento. L’uomo politico, in buona sostanza, rinuncia definitivamente (si tratta di una “conclusione” a cui è “arrivato”, lo ammette lui stesso) al dialogo con quella parte di italiani che si riconoscono in modelli differenti dai suoi, cessa perfino ogni tentativo di persuaderli a venire dalla sua parte, e – in questo senso – si tratta di una rivoluzione copernicana nella definizione dell’uomo politico inteso come “unità aggregante”. Una tale visione dell’elettorato nazionale, effettivo e potenziale, è a dir poco sconcertante. In questa prospettiva quella che il politico definisce tout court “la sinistra” diventa una “diversità indesiderabile” – tanto per restare in un ambito linguistico usato in antropologia culturale – una cultura debole e teoricamente di basso profilo al confronto della quale vengono allo scoperto i tratti di una considerazione rozza, ingenua e svilente. I “coglioni che votano a sinistra”, che a suo tempo fece certamente più scalpore, pur trattandosi di un’affermazione greve e primitiva, era a parer mio molto meno rovinosa e imprudente di questo recente richiamo alla diversità antropologica. Sottigliezze. Forse.

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