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Riporto una frase di Kurt Vonnegut Jr estratta da un tributo ad Allen Ginsberg: “Ad essere sinceri dobbiamo ammettere che la poesia più grande soddisfa pochi profondi appetiti nei tempi moderni”. Ci rifletto su, come mi capita spesso, quando isolo un pensiero, una frase, in un contesto più grande, che però mi aiuta a comprendere il senso di qualcos’altro. Quali sono quei pochi profondi appetiti che soddisfa la grande poesia? A me pare che la poesia, più che soddisfare appetiti, apra piuttosto voragini di fame nei ventri umani che ne fanno uso. Io perlomeno la penso così. Riflettevo pocanzi su qualcosa di cui mi sono reso conto solo ieri. Nel mio quartiere ci sono due piccoli giardini  attrezzati con giochi per bambini, recinzioni, panchine, ghiaino e tutto l’occorrente per trascorrere un’ora in santa pace fuori dal circolo vizioso del traffico. Due piccoli ghetti di città. Uno dei due, tuttavia, è più ghetto dell’altro. Uno dei due è frequentato dalla buona borghesia del quartiere che alle sei del pomeriggio porta i propri figli a pascolare in un rutilante sfoggio di griffe e di ritocchi estetici. Nell’altro ci vanno le servitù asiatiche con prole. I due mondi non si combinano mai, neppure per errore. Ognuno nel quartiere sa qual è il posto che gli spetta per diritto di nascita. Si tratta di una discreta e moderna forma di apartheid di cui non si occuperà la grande poesia contemporanea. Uno dei più smaniosi appetiti dei tempi moderni è quello di marcare la differenza sociale, di mostrare la propria attitudine e inclinazione allo schiavismo. La poesia più grande dovrebbe entrare in questi mondi, denunciarli, svelarli, farli a pezzi, poiché quando le storture diventano convenzioni il genere umano è a rischio di catastrofi.

Dice una poesia di Enrique Gracia Trinidad: “Fa lo stesso / che la Luna dimentichi di guardarci, che la cena sia fredda, / che Dio non sia al suo posto e che questo / vada a finire male”. Gli italiani si odiano, si odiano da cent’anni, forse da mille. Gli italiani si odiano gli uni con gli altri, appartengono a razze diverse, sono frammenti di popoli e di stirpi, brandelli di comunità antiche che si detestavano fin da quando il loro destino era funestato dalle pietre. Gli italiani vivono un esilio secolare pur credendo di abitare una terra che gli è propria per diritto di Dio, ignorano più degli altri uomini del mondo che nessuna terra è di qualcuno “per diritto”. Erano stranieri a se stessi già ai tempi dell’impero, stranieri nelle repubbliche marinare e nei liberi comuni di popolo, stranieri nelle dominazioni. Essi oggi odiano per vanto, odiano per affermare loro stessi e la loro natura, odiano in ogni circostanza, in ogni frontiera, odiano come maiali ciechi per il possesso della loro ghianda, odiano la follia della natura e il cielo quando piove, odiano le leggi e i limiti che si pongono ai loro desideri, odiano ciò che vedono ogni giorno, compresa la propria faccia nello specchio. Giorni fa rileggevo un testo di Dennis Brutus, scrittore e poeta sudafricano, storico intellettuale capofila delle battaglie contro l’apartheid insieme a Nelson Mandela. Rileggevo in particolare alcuni suoi versi che formano un decalogo per la sopravvivenza in un paese allagato dall’odio. L’attacco è folgorante. Brutus ci dice che “sopravviviamo comunque /e non appassisce, frustrata, la tenerezza”. Sono importanti i poeti, e fortunata è la nazione che ne possiede.

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Dennis Brutus, SOPRAVVIVIAMO COMUNQUE

Sopravviviamo comunque
e non appassisce, frustrata, la tenerezza.

Fasci luminosi indagano
come rastrelli i nostri nudi contorni inermi
accigliato ci sovrasta il Decalogo monolitico
di divieti fascisti
e vacilla verso la catastrofica caduta;
lo stivale s’accanisce contro la porta sbrindellata.

Ma sopravviviamo comunque
agli strappi, alla deprivazione e alle perdite

Le pattuglie si srotolano lungo il buio dell’asfalto
sibilando minacce contro le nostre vite,

e somma crudeltà, in ogni angolo la nostra terra sfregiata dal terrore,
resa sgraziata e inamabile;
lacerati tutti noi e l’abbandono della passione

ma sopravvive comunque la tenerezza.

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