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Guardo un film, a un certo punto c’è una scena in cui riconosco una comparsa, è una donna che incontro tutti i giorni a lavoro, so che spesso fa questo per arrotondare, cioè fa la comparsa nei film, il problema è che se, all’interno di un film, mi imbatto in qualcuno che conosco personalmente, mi viene subito da pensare che la visione del film è compromessa, e non perché la persona che conosco non sappia fare bene il suo mestiere di comparsa, ma perché in me viene meno la sospensione dell’incredulità, allora penso che andare al cinema dev’essere molto faticoso per chi conosce un sacco di attori, o per gli attori stessi, e poi penso che per non correre di questi rischi dovrei guardare solo film birmani, o neozelandesi, o tuvalesi.

Domenica mattina, facendomi la barba, mi sono guardato allo specchio e ho scoperto di avere un po’ l’aria di Claudio Lolli nella copertina di Aspettando Godot, quella con le finte cinquemila lire, e con la faccia di Lolli, e con quella canzone che fa: “Quando l’ombra di una donna leggerà nel tuo viso la paura, e il suo corpo ti dirà che è notte”.

Sabato pomeriggio, cammino a via del Corso, passa una donna, è mezza nuda, è grassoccia, parla da sola, ammicca a ogni uomo che incrocia per la strada, i ragazzi gli urlano dietro delle oscenità, uno si ferma, è solo, ha l’aria di chi cerca qualcosa che poi non avrà voglia di raccontare, tira una boccata di fumo dalla sigaretta, ci pensa un attimo e torna indietro, insegue la donna non curandosi della gente, mira a non lasciarsi scappare un’occasione.

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