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Obama, durante un discorso all’università dell’Illinois, ha detto: “Dobbiamo ribellarci alla discriminazione, e di sicuro dobbiamo ribellarci chiaramente e inequivocabilmente ai simpatizzanti nazisti. È tanto difficile dire che i nazisti sono male?”. Ecco, a me sembra che la domanda di Obama sia centrale e per niente banale. Nel senso che tocca il punto molle del cuore marcio di questa epoca. Dalla fine della seconda guerra mondiale dire che i nazisti sono il male è considerata un’ovvietà. L’errore che abbiamo commesso è stato probabilmente questo. Poiché nella storia dell’umanità niente è ovvio, e se l’inaudito accade o è accaduto è perché esso non era tale, ma era semplicemente il frutto di una sottovalutazione collettiva. Oggi fermando delle persone a caso in mezzo alla strada e ponendo loro semplicemente la domanda “secondo lei, i nazisti sono male?”, non riceveremmo risposte tanto univoche quanto immaginiamo. Anzi, credo che lo sdoganamento di qualsiasi oscenità politica abbia reso inefficace il sillogismo “tutti i nazisti sono cattivi”. Il che spiega le insensatezze della storia e l’assurdità di avere un presidente degli Stati Uniti in carica (ma anche svariati ministri e capi di governo in parecchie nazioni del mondo, compresa la nostra) che non è capace di pronunciare la frase “I nazisti sono male”, poiché semplicemente egli (loro) non reputa (reputano) che i nazisti siano male. La quantità di terreno che ci è franato sotto i piedi negli ultimi dieci anni è spaventosa. Lo sviluppo della rete e l’inconcretezza delle relazioni umane al tempo dei social network ha avuto la sua parte nell’espulsione pubblica dei peggiori istinti, istinti che poi si sono tramutati in concretissimi voti. Per Simon Wiesenthal il connubio di odio e di tecnologia è il massimo pericolo che sovrasta l’umanità. Si riferiva alla televisione, senza forse immaginare fino in fondo quanto quel pericolo potesse diventare, in un futuro a lui prossimo, tanto più reale. Wiesenthal diceva anche che “solo di rado all’uomo si legge l’anima in faccia”. Figuriamoci oggi che l’uomo non ha più una faccia.

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Pare che Obama, ieri, entrando al Colosseo, abbia commentato: “Eccezionale, incredibile! È più grande di uno stadio da baseball!” che è pressappoco come ricevere la comunione dal papa e esclamare: “Wow, è meglio della fontina del Wisconsin!”

Sette paragrafi in cui spiego Obama il messianico e la farsa della guerra in Siria. Pubblicato ieri su IlFattoQuotidiano.it. Qui.

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Le nazioni per proliferare hanno continuamente bisogno di nemici. Ogni nemico deve essere identificato attraverso un simbolo, e poco importa se il simbolo rappresenta qualcosa di concreto o se resta una pura effigie, un’incarnazione. Non si fa una guerra senza avere un nemico. Dire che i nemici sono il primo requisito che serve per attivare e giustificare una macchina bellica può suonare come una banalità. Non lo è se uno Stato ha le necessità di muovere una guerra ma non ha a disposizione un nemico. Il nemico deve rappresentare una minaccia. Più è terribile la minaccia, maggiori saranno le possibilità che la guerra sarà percepita come giusta. Minore è la portata della minaccia e minore sarà l’interesse dell’opinione pubblica a concepire una guerra. La realtà della maggior parte delle guerre è che l’individuazione di un nemico, e quindi della minaccia, non precede la decisione di ricorrere alla guerra, ma la segue.

Le ragioni sostanziali per cui – soprattutto in occidente – si fa una guerra non sono mai legate a un rischio diretto di aggressione. Le ragioni sono di natura economica. Da oltre un secolo è l’economia che controlla la politica, e non più la politica che controlla l’economia. L’economia, rispetto alla politica, ha un vantaggio di posizione: non ha bisogno di convincere un elettorato, e perciò ha campo libero rispetto a cose come l’etica, la conciliazione, il benessere materiale dei popoli. L’economia indica alla politica che a un certo punto della storia occorre muovere una guerra. La politica deve agire su tre livelli: scovare la guerra da combattere, indicarne le motivazioni (inventarle, se necessario), individuare i simboli capaci di colpire l’immaginario pubblico. Il mandato per una guerra si costruisce scalando questi tre livelli. La politica si rende serva dell’economia, sale sul palcoscenico del mondo e mette in scena una farsa generale. Le reazioni dell’opinione pubblica a questa farsa diventeranno a loro volta farsa. Perché le reazioni dell’opinione pubblica tenderanno ad accogliere o rigettare le tesi che la politica ha indicato (inventato, se necessario), il dibattito si fonderà cioè su un’abile mistificazione e non sulle ragioni reali che muovono alla guerra, la disputa tenderà a ignorare il mandante economico, l’opinione pubblica si troverà a replicare a una realtà distorta, contribuendo suo malgrado a distorcerla ancora di più, e quindi a nutrirla, a ingrassarla, in una parola a legittimarla.

È quello che accade puntualmente oggi con la Siria. Che è accaduto ieri con la Libia, e l’altro ieri con l’Afghanistan e l’Iraq. C’è una crisi economica, c’è un uomo politico dal fascino messianico il cui mandato è risolvere questa crisi. L’uomo dal fascino messianico, una volta giunto al giro di boa del suo mandato, si rende conto di non possedere le forze né la capacità necessaria per compiere la sua missione. Il potere economico, che non sottostà al giudizio popolare ma che tutela il proprio interesse sopra a ogni cosa, gli indica allora il rimedio spiccio: una guerra, che – da che mondo è mondo – agisce come un vaccino, inocula il germe per stimolare il corpo ricevente alla produzione di anticorpi capaci di neutralizzare la malattia di cui quello stesso germe è portatore. Ma l’uomo dal fascino messianico ha tre problemi da risolvere, i quali, a loro volta, corrispondono ai tre livelli di cui si diceva sopra: scovare la guerra, indicarne le motivazioni (inventarle, se necessario), individuare i simboli capaci di colpire l’immaginario pubblico. Ergo: Siria – strage di civili / minaccia terroristica mondiale – armi chimiche. Questa la farsa.

La reazione pubblica alla farsa è diretta a rendere ancora più concreta la farsa stessa. La reazione è rivolta cioè a confermare o confutare le tesi su cui si fonda la farsa, e non a demolirla, per esempio, indicando la grande questione che ne è all’origine, e cioè che un’escalation bellica in Siria rappresenterebbe la scorciatoia per risolvere la grande recessione e riattivare l’economia. Una crisi economica che, è bene ricordarlo, è una crisi di sovrapproduzione, che deriva cioè da un blocco intervenuto nei meccanismi di accumulazione. Un blocco che, come già accaduto nel 1914, nel ’29 e all’inizio degli anni Settanta, la politica, asservita all’economia, riesce a sbrogliare solo attraverso il ricorso alle armi.

Se il dibattito pubblico non si reggesse sull’asse “farsa-controfarsa”, si porrebbe in primo piano, per esempio, la questione del simbolo, che nel nostro caso è l’uso, da parte di Bashar Al-Assad, di armi chimiche sui civili. Porre in primo piano la questione del simbolo significa interrogarsi sui produttori di armi chimiche, significa chiedersi, per esempio, perché, se il modo per legittimare una guerra alla Siria è accertarsi che ci sia stato il superamento della linea rossa data dall’uso di armi chimiche, non si debba allora – ragionando per paradossi – intervenire all’origine, muovendo guerra, per dire, ai paesi che producono ed esportano armi chimiche.

Confutare il simbolo significa svelare i lordi meccanismi che muovono il mondo, rigettare in toto la farsa dei tre livelli di persuasione, scartare le menzogne della politica asservita ai pattumi dell’economia, rifiutare la piattaforma del ragionamento su cui si fonda il dibattito internazionale sulla guerra in Siria e su tutte le guerre in generale, domandarsi perché non si scovano mai simboli buoni a legittimare guerre contro i produttori di disuguaglianze sociali (il divario tra i ricchi e i poveri è la prima causa di malessere dell’individuo; è quindi – in teoria – il primo problema delle nazioni), mentre se ne scovano sempre di buone per motivare conflitti utili ad aumentare la forbice della disuguaglianza, a mantenere al caldo le terga di chi detiene il potere economico.

All’uomo dal fascino messianico oggi regalerei i versi che un grande poeta siriano, Adonis, ha scritto in Siggil (Interlinea, traduzione di Fawzi Al Delmi): “Ma com’è facile mettere il cappello di un profeta sulla testa di un impostore, com’è facile mettere il cappello di un impostore sulla testa della storia”.

 

A proposito della Siria, dell’intervento in Siria, degli Stati Uniti, del presidente degli Stati Uniti, a proposito del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, del nobel per la pace Barack Obama, del Consiglio di Sicurezza Onu, del papa, a proposito del papa che sabato ha detto: “Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là è davvero una guerra o è una guerra commerciale per vendere queste armi, o è per incrementarne il commercio illegale”, a proposito del commercio illegale di armi, a proposito del commercio di armi (che per come la vedo io è sempre illegale), a proposito di tutto questo, ho letto una cosa di Adonis, che è tratta da Siggil (Interlinea, traduzione di Fawzi Al Delmi), una cosa in cui Adonis, che è il più grande poeta siriano vivente, dice: “Ma com’è facile mettere il cappello di un profeta / sulla testa di un impostore, / com’è facile mettere il cappello di un impostore / sulla testa della storia”.


Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

E così – ho saputo – due signori si sono incontrati nel castello di Praga. La Tv ha detto che l’appuntamento era fissato per una firma su un foglio di carta. Ma chissà, ho pensato io, che razza di carta useranno per firmare questo genere di cose, carta preziosa senz’altro, da usarsi con parsimonia e solo nelle occasioni importanti. Sicuro come il mondo, questa era tra le occasioni più importanti. Sempre la Tv ha detto che i due signori con quella firma hanno deciso di gettare al fiume circa 500 testate atomiche inizialmente progettate per la guerra fra indiani e cowboy. Ne restano 1550 e 800 vettori di lancio, il minimo indispensabile per sopravvivere, certo. Riconosciamo che è senza meno cosa buona e giusta mettere firme nel castello di Praga su carta preziosa allo scopo di smaltire con due giri di penna tante testate atomiche. Così i lupi si incontrano nella foresta, i branchi si fronteggiano, minacciosi brillano i loro occhi nella notte. I due capibranco avanzano di un passo l’uno verso l’altro. «Da oggi faremo a meno di 500 ululati per notte» dice il primo. «D’accordo, ne rimangono 1550» risponde il secondo. «Sono un numero sufficiente per spaventare gli animali del bosco» entrambi convengono. I branchi tornano ciascuno dalla propria parte, si rintanano nella foresta e ricominciano a ululare.

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Paul Polansky, LE REGOLE DEL CAMPO

È vietato sedere all’ombra.

È vietato ridere, cantare, ballare. È vietato
fumare, mangiare, bere. È vietato
cucinare, lavare, farsi belli.

È vietato sputare, cacare, scopare. È vietato
lamentarsi, piangere, urlare. È vietato
pregare, chiedere l’elemosina, rubare.

È vietato correre dall’altra parte del confine.

Cercare la libertà è assolutamente proibito.

Venerdì scorso ho incontrato Abraham Yehoshua in un albergo nel centro di Roma. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato a Cagliari, due anni fa, quando ebbi il compito di accompagnare lui e sua moglie Ika per tre giorni in visita alla città. Allora (si trovava lì per un incontro col pubblico cagliaritano organizzato nell’ambito del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie) ebbi con lui delle lunghe conversazioni che presto imparai a riconoscere come lezioni fondamentali sull’arte del romanzo. Da quel momento in poi posso dire che i suoi insegnamenti sono diventati per me imprescindibili nell’esercizio della scrittura e più in generale nell’approccio alla letteratura. L’appuntamento di venerdì era stato fissato a margine della sua conferenza all’auditorium di Roma, gli avevo chiesto un’intervista per l’Unione Sarda, giornale con cui collaboro saltuariamente da qualche tempo. Abraham e Ika mi hanno accolto con gentilezza e garbo immutati, confessandomi del loro entusiasmo per Roma ed esibendo una forma e una serenità invidiabili (la letteratura mantiene giovani, è stata la battuta con cui ci siamo salutati). L’indomani sono andato ad ascoltare la sua conferenza nella sala Sinopoli dell’Auditorium. Una volta terminato l’incontro sono sceso in platea, Abraham mi ha chiamato con un cenno mentre usciva dal palco. Nei corridoi dietro le quinte mi ha detto, “ho una cosa per te”. Non dirò in che consistesse questa “cosa”, essa fa parte dei cerchi concentrici che racchiudono le nostre vite e che in qualche modo le conferiscono senso. Dirò che la grandezza di uno scrittore e di un uomo non si riconoscono dal numero di copie vendute né dalla qualità del proprio lavoro, ma dalla densità di certi piccoli gesti e dalla capacità di saper incidere nella nostra corteccia di uomini.

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Abraham Yehoshua, la letteratura come morale – Incontro a Roma con lo scrittore israeliano: la politica di Tel Aviv, il nuovo libro, il senso dell’etica

Unione Sarda. 28 Marzo 2010, Pag. 56 – Abraham Yehoshua, classe 1936, tra i più importanti narratori viventi, è in questi giorni a Roma, ospite della kermesse Libri Come, la festa del libro e della lettura che si chiude oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il nuovissimo appuntamento romano, ideato da Marino Sinibaldi (direttore di Radio 3 e conduttore della fortunata trasmissione radiofonica Fahrenheit) e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, rappresenta per lo scrittore israeliano l’occasione di un nuovo incontro con il pubblico italiano.

Con un romanzo appena concluso e che vedrà la luce in Israele in questo 2010 – tre anni dopo il suo ultimo Fuoco Amico (Einaudi) – Yehoshua ci appare in una forma smagliante. Il sorriso caloroso, i modi gentili, la vigoria e l’entusiasmo che traspaiono dalla sua voce davanti ai temi legati ai libri e alla letteratura, e che lasciano il posto alla risolutezza e al fervore quando si parla dell’argomento politico del giorno, ossia il piano di costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme est voluto dal governo di Tel Aviv.

«Io sono felice che gli Stati Uniti abbiano assunto una posizione così ferma e decisa» – ribadisce Yehoshua riferendosi alle critiche al piano mosse dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. «La posizione dell’amministrazione Obama, oltreché un esempio di grande fermezza morale, è un atto di amicizia e di amore verso lo Stato Ebraico, e non di ostilità». E replica al premier israeliano, il quale nei giorni scorsi aveva dichiarato che il progetto di costruzione delle nuove colonie non impedisce comunque la possibilità di una soluzione a due Stati. «Può darsi che abbia ragione Netanyahu. Ma in ogni caso perché costruire nuove colonie a Gerusalemme est? Quale sarebbe lo scopo?».

Riguardo all’ipotesi, rilanciata da Berlusconi in una recente visita a Gerusalemme, che Israele possa entrare un giorno nell’Unione Europea: «Si tratta di una proposta valida, purché comprenda anche la Palestina. Se si raggiungesse la pace sarebbe bello che ci unissimo alla Comunità Europea. Immagino anche per ragioni pratiche, come avere subito l’euro e non dover cambiare i soldi quando si va all’estero».

Tornando al motivo della sua presenza a Roma e al titolo, Come scrivo i miei libri, della sua conferenza all’Auditorium, Yehoshua chiarisce: «Non si può spiegare come si scrive un libro, ogni libro è diverso da un altro. Posso raccontare del mio metodo personale, di come pianifico il mio lavoro, di cosa significhi per me scrivere e da dove derivi l’impulso originale che mi spinge a farlo. Siamo abituati a sentir dire che la scrittura è una specie di fuga dal mondo. Non per me. Io non scappo dal mondo».

Poi ci anticipa che il suo nuovo romanzo, ambientato in Spagna, avrà per protagonista un regista di cinema. «Per il mio personaggio ho scelto questa professione perché penso che fra un regista e uno scrittore ci siano molte affinità. Uno scrittore è allo stesso tempo uno sceneggiatore, un fotografo, un narratore. Quindi lo scrittore racconta la storia in una situazione speciale, sotto tutti gli aspetti, incarnando vari punti di vista in un’unica persona».

Su quest’opera, attesissima, non aggiunge altro, perché «è difficile parlare di un bambino non ancora nato».

Allora la conversazione si sposta su un argomento presente in tutta la sua produzione letteraria: il rapporto tra etica e letteratura. Lo spunto è un saggio di qualche anno fa, Il potere terribile di una piccola colpa (Einaudi), in cui Yehoshua raccoglieva alcune riflessioni sui compiti della letteratura e sul senso morale dei lettori. «Stiamo perdendo la capacità di far sì che la letteratura sia un laboratorio per le questioni morali dell’umanità. È molto importante in letteratura porre in primo piano i dilemmi morali. Non dico risolverli, questo è un compito che spetta ad altre discipline. Nel secolo scorso, fino a un certo punto, abbiamo avuto una letteratura marcatamente ideologica, adesso, al contrario, gli scrittori sono terrorizzati dall’idea che le loro opere vengano giudicate tali. È per questa ragione che non osano più affrontare temi di carattere morale».

Discorso valido anche nella sua Israele, dove tuttavia negli ultimi tempi si è assistito a una vera e propria fioritura delle arti. «La situazione è complessa ed intensa in questo momento» confida. «Ci sono molti stimoli che provengono dalla società».

Per uno come lui, nato a Gerusalemme e trasferitosi da tempo ad Haifa, la complessità della società israeliana è da sempre oggetto di osservazione. «Ho lasciato Gerusalemme nel ’67 e ho scelto di vivere ad Haifa». Il carattere multietnico e multireligioso di questa città, in prevalenza ebraica, ma con presenza musulmana, cristiana e drusa, ricorda in parte quello di molti dei suoi personaggi. «In realtà Haifa non è molto lontana, ma è diversa, sia da Gerusalemme che da Tel Aviv, che è la città di mia moglie, e direi che riunisce il meglio di queste due città. Oggi posso dire che tutto ciò che cercavamo l’abbiamo trovato ad Haifa».

Al contrario di Amos Oz (l’altro vertice della cosiddetta «triade» dei grandi scrittori israeliani: Yehoshua, Oz, Grossman) che da bambino sognava di crescere e di diventare un libro, Yehoshua è categorico: «Non voglio essere un libro! Io sono un essere umano, non un libro. I libri non fanno l’amore, non mangiano, non ridono, non si godono la vita. Del resto nella mia scala dei valori io non pongo la scrittura in una posizione così elevata. L’arte è importante ma c’è anche altro nella vita. L’arte non è una religione o un oggetto di culto, è solo una fra le tante attività importanti dell’uomo».

ANDREA POMELLA

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