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Guardo un documentario su Jack Kerouac e la Beat Generation. Tra gli intervistati c’è Gregory Corso. A un certo punto, criticando l’aspirazione di certe star della musica – come Jim Morrison e Bob Dylan – a essere definiti “poeti” anziché semplici cantanti, senza volerlo Corso mi dà una spiegazione lucidissima e folgorante di un fenomeno editoriale che in Italia si è fatto ormai dilagante: quello dei cantanti colti da epifanie letterarie. “In fondo li capisco”, dice. “Un poeta siede accanto ai re e agli imperatori. Un menestrello invece gli sta ai piedi”.

Il mio amico è seduto sul divano del soggiorno. Gli domando: “Hai letto Il sogno del Celta di Vargas Llosa?”. Lui scuote la testa. “Sai”, mi fa, “c’è tutta una letteratura che forse leggerò in un’altra vita. Parlo di quei sudamericani, Cortázar, Amado, Guimarães Rosa”. Io sorrido: “Quelli li leggi a vent’anni, o non li leggi più”. Lui annuisce. “Esatto”, dice. “Io a vent’anni non li ho letti, per cui credo di aver perso il giro”. Non so quanto ci sia di vero in questa teoria, però credo che ci siano effettivamente degli autori che vanno affrontati al momento giusto, e spesso capita che quel momento coincida con un’età della nostra vita irrimediabilmente sorpassata. Così penso che se non avessi letto i beat in quella particolare età in cui vanno letti i beat (ossia nella prima feconda giovinezza) con tutta probabilità me li sarei persi per sempre. Vale lo stesso per i classici russi, e per i vittoriani, per gli esistenzialisti francesi, o per singoli autori come Kundera, Hesse, Kafka. Naturalmente è tutto molto opinabile e ciascuno ordina a suo modo gli autori nel proprio speciale catalogo delle età e delle letture. Per cui mi sono messo a riflettere su quali saranno i libri che leggerò in un’altra vita. La conclusione che ne ho tratto è avvilente. Mi sono sentito come un cittadino sconsolato che sfoglia l’elenco telefonico della repubblica internazionale delle lettere sapendo già che non potrà chiamare che una parte infinitesima di quei nomi.

Henry Miller lo puoi leggere a vent’anni e ritrovarci dentro tutta la brama giovanile che ti arde nelle vene, se lo rileggi a quaranta i suoi diluvi di riflessioni sulla critica sociale, sull’erotismo, sul misticismo, tutte le sue infinite accumulazioni, ti mostrano un aspetto della vita che avevi trascurato. Henry Miller è stato uno dei miei più grandi amori letterari. I suoi libri, pubblicati dapprima in Francia da Obelisk Press e poi introdotti di contrabbando negli Stati Uniti, ebbero un’influenza decisiva sui nascenti autori Beat. Ed essendo io stato un fanatico della letteratura Beat, arrivai a Miller seguendone le tracce a ritroso, come capita spesso negli infiniti vagabondaggi a cui sottostiamo noi lettori di libri. Al principio fu Tropico del Cancro, che ricordo tenni sulla mia scrivania per qualche anno, estraendone di tanto in tanto lunghi brani deliziosi. Poi Tropico del Capricorno, e ancora Primavera nera (uno dei romanzi che ho amato di più in assoluto) e Opus pistorum. Poi dissi basta, perché nel frattempo andavo confrontandomi con la vita. Stamattina, a causa di uno dei miei sempre più frequenti risvegli aurorali, ho ripreso in mano i suoi romanzi che conservo scrupolosamente nella mia libreria. Ed essendo non più un ventenne carico di aspettative e di rabbia e di passionalità, bensì un uomo ben avviato ai quaranta e con tante incrinature, crepe e fratture nella personalità e nel temperamento, ho stentato quasi a riconoscere quell’autore che tanto amavo in gioventù. Così mi sono domandato, più di quanto faccia normalmente, se siamo noi a rileggere i libri o se sono loro, piuttosto, a ripassare continuamente sulle nostre vite, in tempi diversi e con esiti disparati.

Stamattina sfogliavo un classico della poesia del Novecento, l’antologia del ’64 curata da Fernanda Pivano famosa come Poesia degli ultimi americani recentemente ripubblicata da Feltrinelli. Mi sono soffermato in particolare sui versi di Robert Creeley. C’è un passaggio in una poesia dal titolo I postini disonesti in cui si legge: “La poesia suprema, indirizzata al / vuoto – questo è il coraggio”. La cosa coincide perfettamente con una serata a cui ho partecipato ieri; l’occasione, la presentazione del disco di due amici jazzisti con il vizio della poesia e l’impegno per l’arte, Marco Colonna e Ivano Nardi. Durante la serata mi sono seduto in disparte su un divano ad ascoltare la musica e a scrutare le facce delle persone presenti in sala. Ho lasciato andare i miei occhi fra le ombre, mentre la musica accendeva bagliori, lucciole, fari di tragitti, e le immagini proiettate sullo sfondo del palco (il profilo di Victor Jara, il volto di Pasolini incorniciato tra le conchiglie, gli occhi lucenti di Billie Holiday) legavano il tempo e la storia. Nei volti dei miei amici c’era scolpita la passione che non chiede nulla in cambio, niente più che una piega della bocca, un sorriso minuscolo, una stretta delle palpebre a cadere nel buio della musica. E ho pensato che – sì – la loro è davvero poesia suprema indirizzata al vuoto, coraggio e bellezza. Ma l’ho pensato solo stamattina, perché ieri non c’era verso di trovare la giusta definizione. Avevo bisogno di consultare un libro di poesie per farmi suggerire le parole buone. Vorrei possedere la leggerezza dei miei amici quando penso al mio lavoro, quando mi chiudo per ore dentro me stesso per cavare pagine piene di spettri, vorrei avere anch’io quel coraggio e indirizzarmi al vuoto, senza fare calcoli, senza castigare commozioni né avere timore delle parole. Va bene, allora è questo che voglio fare oggi, mettermi seduto al tavolo e aspettare un postino disonesto, qualcuno che mi rubi le lettere, le getti nel fuoco e mi faccia dire, “non me ne importa, etc.”.

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Robert Creeley, I POSTINI DISONESTI

Mi stanno rubando tutte le lettere, e
le buttano nel fuoco.
 
 
Vedo le fiamme, etc.
Ma non me ne importa, etc.
 
 
Bruciano tutto quello che ho, o quel poco
che ho. Non me ne importa, etc.
 
 
La poesia suprema, indirizzata al
vuoto – questo è il coraggio
 
 
necessario. Questo è qualcosa
completamente diverso.
 
 

La forza della parola poetica è nell’evocazione, l’isolamento di una musica nel mezzo di una tempesta. I versi di Benedizione, di Bob Kaufman, si chiudono con un epitaffio dolce e dolente rivolto all’America, “Viva / saresti stata magnifica”. Non credo che sia possibile sintetizzare meglio di così la storia recente della nazione più potente del mondo. Questo perché Kaufman è stato un poeta unico, uno di quegli uomini costantemente animati da un desiderio di fuga, da una passione che rovina e distrugge ma che contribuisce a renderti vivo e che ti offre in cambio il dono della veggenza sui misteri dell’uomo, delle società e del mondo. Era un nero d’America Kaufman, la sua biografia ci dice che fu figlio di New Orleans, la città in cui nacque nel ’25, che a tredici anni scappò di casa per arruolarsi nella marina mercantile, e che sopravvisse a quattro naufragi. Durante la sua attività di poeta non tenne diari né agende, non pubblicò saggi letterari, non scrisse recensioni, e non tenne alcuna corrispondenza. La maggior parte delle poesie che ci rimangono di lui sono frutto delle trascrizioni della moglie, Eileen. Kaufman infatti recitava i suoi versi dove e a chi capitava, per strada, nei bar, nei locali jazz, senza preoccuparsi di scrivere niente. La sua poesia così diventava una disgregazione continua di forme, una memoria non verificabile. Anche le sue prese di posizione nei confronti della politica americana furono clamorose. Nel ’63, alla notizia dell’assassinio di John Kennedy, pronunciò un voto di silenzio che durò dodici anni. Allora si ritirò dalla società e non parlò fino al 1975, il giorno in cui ebbe fine la guerra del Vietnam. Quel giorno entrò in un bar e recitò All Those Ships that Never Sailed. Morì a San Francisco nel 1986. Otto anni prima aveva dichiarato al suo editore: “Voglio essere anonimo… la mia ambizione è essere completamente dimenticato”.

Bob Kaufman, BENEDIZIONE

Mosè di un bruno pallido scese alla terra d’Egitto
Per far passare il popolo di qualcuno.
Tenetelo fuori dalla Florida, là non c’è ONU:
Il povero governatore è tutto solo,
Con seicentomila analfabeti.

America, ti perdono… perdono il fatto
Che inchiodi Gesù nero su una croce importata
Ogni sei settimane a Dawson, Georgia.
America, ti perdono… perdono il fatto
Che mangi bambini neri, so la tua fame.
America, ti perdono… perdono il fatto
Che bruci bambini giapponesi per difesa –
Capisco quanto sia necessario.
Il tuo antenato aveva la testa piena di bei pensieri.
I suoi discendenti sono esperti in proprietà immobiliari.
I tuoi generali hanno visioni fungiformi.
Il tuo popolo ha ogni giorno più
Macchine, televisioni, malattie, sogni di morte.
Viva
Saresti stata magnifica.

Nel tempo in cui scoprivo i poeti della beat generation e mi perdevo nelle sere di primavera a correre con la mente dietro le avventure dei vagabondi americani a tempo di be-bop, sapevo che c’era una donna, qui da noi, che quei poeti aveva conosciuto e frequentato. In realtà quella donna aveva fatto di più, aveva tradotto quegli autori leggendari, ne era stata ambasciatrice e complice, e se io in quei giorni azzurri tenevo in mano i libri che parlavano di vagabondi beati alla ricerca della salvezza ascetica, e immaginavo una giovinezza epica sulle coste d’America, io lo dovevo a lei. Il solo pensiero di lei, della sua esistenza in vita, tracciava per me un filo invisibile che mi portava nel vivo di quella stagione irripetibile della letteratura del novecento. Era come se, al solo pronunciarne il nome, immediatamente si mettesse in moto una macchina del tempo che mi scaraventasse dritto nel Village della “trinità beat”, Kerouac – Ginsberg – Borroughs, e dei poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti in fuga dalla società conformista, o nella Frisco del santone Henry Miller e della scuola di San Francisco, o nella Detroit dove Jack e Neal Cassady passavano sbronzi durante tutti i loro viaggi guidando una macchina vecchia e piena di giornali, libri e vestiti sporchi. Oggi lei non c’è più, è volata via con quel suo sorriso dolce e gli occhi stipati di vita, e forse senza di lei dovrò proteggermi un po’ di più dal freddo di questo inverno culturale, dovrò incominciare a credere che alla fine di un continente non c’è l’oceano e subito un altro pazzo autobus su cui saltare per tornare di nuovo indietro, dall’altra parte. Con lei svanisce un pezzo dei miei vent’anni, dei viaggi da vagabondo fatti per imitazione dei suoi poeti, delle notti insonni a guardare le stelle di Scozia, delle stazioni e delle maree che ci svegliavano a metà sonno costringendoci a fuggire sotto un ponte o una pensilina. Non l’ho mai conosciuta di persona, avrei avuto voglia di farle troppe domande, di correre con gli occhi dentro le sue belle rughe da ragazzina come se fossero state strade d’America. Arrivederci Nanda, nella prossima vita saremo beati per davvero.

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John Wieners, CAMMINO SOTTO LE STELLE LONTANE

 
 
 
Cammino sotto le stelle lontane
come facevo da piccolo con mio fratello, come facevo
in quelle lunghe, fredde
notti di S. Francisco, che sembravano non avere limiti –
solo viali
di colonne e sempreverdi,
senza muri.
E guardo in alto e vedo gli spazi tra le stelle
penso alle nebbie e alle miglia che le separano,
cosa attraverseremmo per essere insieme:
Così mi ritrovo a Churchill Street
tornando a casa dal negozio
gli occhi rivolti ai densi gruppi
che crepitano nella notte,
 
E sento di nuovo la domanda che dimora
nelle nostre menti
sull’idea che è dietro all’uomo
il suo posto nell’universo
e l’universo,
il suo posto nell’uomo.
 
E resto come quando avevo otto anni
con lo stupore di cos’è a creare tutto,
l’infinità tra ciascuna luce
e l’eternità di una.
E sono muto con la domanda

I poeti della beat generation hanno accompagnato le primavere dei miei vent’anni, quando seduto in giardino, sottovento il profumo delle prime rose di maggio che sbocciavano, mi lasciavo scorrere dentro agli occhi la vita degli hipster, di quegli innocenti e dal cuore aperto che correvano da un bar all’altro, da una città all’altra, da una donna all’altra, alla ricerca della beatitudine perfetta. Immaginavo i loro mondi d’America come deve aver fatto Salgari senza uscire mai di casa con quei luoghi remoti del mondo descritti nei suoi romanzi. E con loro accadeva qualcosa che non ho più provato con altri scrittori o poeti, con loro si annullava la distanza fra autore e lettore, era come se il poeta mi invitasse al bancone del bar e con la scusa di bere mi raccontasse di lui, di sua moglie, del padre mai conosciuto, della prigione, dei campi e delle banchine sui fiumi d’America. E trovavo così assurdo che arrivasse quell’ora della sera, quando il sole si abbassava al tramonto e l’arrivo delle zanzare mi convinceva a deporre nella libreria l’atlante su cui scarabocchiavo le rotte descritte su “On the Road”, trovavo assurdo che Jack Kerouac, o Jack Duluoz, o Ti Jean, non fosse lì ad aspettarmi, oltre lo steccato, con una valigia logora e una croce al collo. Ora so, per esempio, che Gregory Corso sta a Roma, che le sue ceneri sono sepolte nel Cimitero acattolico di Testaccio, vicino alla tomba di Shelley. Sulla lapide è incisa la frase “Lo Spirito / è Vita / Attraversa / la mia morte / all’infinito / come un fiume / che non ha paura / di diventare / mare”. Non ho più vent’anni, non ho più un giardino in cui sbocciano le rose di maggio, e tra me e loro ho messo chilometri di libri e di poeti, ma se salto in macchina posso andare a parlare con l’uomo che scrisse The Bomb in forma di fungo atomico, che alla fine è balzato fuori dal mio atlante come una tigre di Mompracem per venire a riposare qui, per venire a Roma. Buon vecchio amico.

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Gregory Corso, CIAO

È disastroso essere un cervo ferito.
Sono il più ferito, lupi incalzano,
e ho anche i miei difetti.
La mia carne è artigliata dall’Inevitabile Uncino!
Da bambino vedevo molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona-che-parla-da-sola?
La persona-presa-in-giro-dai-vicini?
Sono colui che, sui gradini di un museo, dorme coricato sul fianco?
Porto l’abito di un fallito?
Sono lo svitato?
Nella grandiosa serenata delle cose
sono il brano più cancellato?

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