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Ho letto che Joseph Ratzinger vivrà nascosto al mondo in un piccolo convento di clausura nei giardini vaticani. Con sé non potrà portare le sue carte private, né il frutto degli studi e del lavoro di una vita. Sarà come se fosse morto, vagherà in un limbo, parlerà con gli uccelli e coi pesciolini d’argento, penserà ogni tanto di essere l’unica persona al mondo che può dire a se stessa con voce ancora calda: “Sono stato papa”. E mi accorgo che tutto questo non interessa alla gente, la gente pensa già al prossimo papa, prova a immaginare chi e come sarà, alla gente piace il clamore. Dire che il papa è il “vicario di Cristo” significa che gli è dato lo stesso potere e la stessa autorità che Cristo ha sulla Chiesa, significa che il papa si sostituisce a Cristo fra gli uomini. E così Joseph Ratzinger non solo potrà dire a se stesso “Sono stato papa”, ma a buon diritto potrà dire a se stesso “Sono stato Cristo”. E quindi mi sembra impossibili che alla gente non interessi la sorte di un uomo che il primo marzo diventa un ex Cristo.

Siccome da ieri non si parla d’altro – ed è naturale che non si parli d’altro, visto che quando si passa tutti insieme, noi umani, una giornata storica così, bisogna farsene una ragione e non poter stare lì a fare tanto gli snob e non parlarne – dico pure io la mia su Ratzinger, sul suo pontificato, su quello che mi lascia come cittadino non cattolico di questo vasto mondo sciagurato. E quello che ho da dire è legato a una cosa sola, un aspetto che qualcuno potrà trovare riduttivo rispetto al tanto o al tantissimo di un papato, ma che mi coinvolge in primo grado. E poiché in fin dei conti noi giudichiamo le persone e i fatti in base a quanto ci toccano da vicino, io giudicherò Joseph Ratzinger per la frase pronunciata il 25 febbraio 2012. La frase è questa: “L’unione dell’uomo e della donna in quella comunità di amore e di vita che è il matrimonio, costituisce l’unico luogo degno per la chiamata all’esistenza di un nuovo essere umano”. Io, che insieme alla mia compagna, ho contribuito a mettere al mondo un figlio fuori dal matrimonio non mi sento una persona indegna, e prima ancora di questo non posso sopportare che qualsiasi altro essere umano, sia pure il papa della chiesa cattolica, arrivi a definire indegna la vita di mio figlio, o indegno il contesto di unione in cui essa è nata. Perciò, per quanto mi riguarda, per il valore microscopico che può avere il mio giudizio, Joseph Ratzinger resterà un dogmatico, un reazionario, un oscurantista, un personaggio fuori dalla storia e fuori dal mondo che non ha mai saputo niente di quella “comunità di amore e di vita”, e le sue dimissioni dal pontificato valgono come la rinuncia di un uomo, lui sì, indegno, indegno di rappresentare le leggi fondamentali dell’amore cristiano, e perciò di occupare la più alta carica religiosa riconosciuta nella religione cattolica.

Dunque, secondo il Papa l’educazione sessuale e civile impartita nelle scuole di alcuni paesi europei costituisce una minaccia alla libertà religiosa. Questo è quanto riferito da Benedetto XVI nel discorso d’inizio anno al corpo diplomatico. C’è qualcosa di fortemente inedito nelle parole del Papa, è la prima volta nella storia, credo, che un capo di Stato (in questo caso, il sovrano di uno stato monarchico, perché tale può essere considerata la Città del Vaticano) esprime senza mezzi termini un concetto secondo cui il buio dell’ignoranza in una determinata materia è funzionale all’esercizio di una pratica di governo, nello specifico il governo della fede e delle anime. Dice un antico precetto che un popolo che ignora è un popolo malleabile. Si tratta di una regola attuata a ogni latitudine del globo e in ogni epoca storica, tuttavia, mai si era sentita enunciata in maniera così programmatica e con tanto candore. Il Papa auspica, dunque, che gli esseri umani ignorino il funzionamento del loro corpo, o quantomeno di una parte di esso, quella preposta alla riproduzione della specie. All’inizio del secondo decennio del ventunesimo secolo, il corpo umano resta il grande Babau del Cattolicesimo.

Nel tempo in cui vivo è accaduto qualcosa di cui non si vede traccia in nessuna delle cosiddette democrazie occidentali moderne. La crisi del cattolicesimo ha lasciato campo aperto all’incalzare di un potere politico che si è dapprima propagato attraverso un consenso popolare basato sulla soddisfazione degli istinti e poi ha cercato la legittimazione ponendo una questione discriminatoria di fede. Così, credere o meno alla missione salvifica dell’uomo che incarna questo potere è diventato il crinale fra giusti e peccatori. Qualcuno obietterà che non c’è niente di nuovo in tutto questo, dopotutto le grandi religioni politiche sono state alla base dei più feroci sistemi totalitari del Novecento e il culto della personalità che ha caratterizzato i singoli capi, elevati allo status di “divino” e via via appellati come liberatori o salvatori del popolo, è stato di fatto lo strumento più efficace per il controllo delle masse. Il potere che governa da queste parti però è di un genere diverso. È un potere basato sull’ambizione, come il potere religioso promette ricompense a chi si sottomette e mostra a dito come amici del demonio tutti coloro che non lo fanno. E al contrario dei sistemi totalitari non cerca il consenso della Chiesa, né tenta di sottometterla. Semplicemente la supplisce, la svuota di ogni autorità, a tratti la ridicolizza e la schernisce fino ad annientarne ogni forza di persuasione. La sostituzione di Dio avvenuta in questo paese è passata attraverso l’edificazione di una personalità politica  che ha fatto leva su uno dei temi più forti nei casi di culto della persona, ossia il tema dell’immortalità. Il guru è diventato l’incarnazione di un essere immortale. Non a caso, lo sfoggio di una giovinezza eterna è stato fino ad oggi uno dei cardini sui quali questo potere ha basato la sua capacità di creare consenso. Assistiamo proprio in questi giorni all’ultimo passaggio nel percorso di deificazione del potere politico: il martirio. Il cosiddetto “martirio rosso”, come riportato in un’omelia irlandese del settimo secolo, consiste nel “sopportare la croce o la morte a causa di Cristo”. Questo genere di martirio in passato è stato considerato il vero battesimo, purificatore di ogni peccato, subendo il quale la santità era assicurata. Nel nostro caso fortunatamente non stiamo parlando di un caso di morte, ma di una piccola croce piovuta sulle spalle del “martire rosso” (definizione, a dire il vero, non priva di paradossi). Perfino il linguaggio si è immediatamente adeguato al nuovo status, “l’amore vince sempre sull’odio” si è sentito pronunciare in un dispaccio dal capezzale. Omnia vincit amor – “l’amore vince tutto” – (dalle Bucoliche di Virgilio) è proprio un passaggio citato da Papa Benedetto XVI  nella prima lettera enciclica dal titolo Deus caritas est pubblicata nel 2006. Ma questo, forse, è solo un pensar male.

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