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Berlusconi ha detto che Mussolini fece cose buone. L’ha detto nel giorno della Memoria. Un paio di cose ho pensato. La prima è che sbaglia chi gli dà del fascista. Berlusconi non è fascista, per essere fascisti bisogna avere una convinzione politica, bisogna avere il coraggio di sostenere un’idea, per essere fascisti bisogna anche studiare. Berlusconi è peggio che fascista, è un becero qualunquista, un uomo che non pone limiti etici al perseguimento del proprio interesse per il quale è disposto a rinnegare perfino se stesso. La seconda è che di fronte a questo rigurgito stomachevole c’è stata una levata di scudi furente, il segno che nonostante anni di politiche buffonesche, di demolizione dei principi su cui si fonda la Repubblica Italiana (su tutti, appunto, l’antifascismo e il valore umano del lavoro) questo paese possiede ancora anticorpi vivi e vigili. E questo è qualcosa di cui dobbiamo ogni volta rallegrarci, perché non può essere mai dato per scontato.

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La pioggia sgocciola nel cortile interno, dal rumore che fa sembra che ci sia qualcuno dietro la finestra che pronuncia incessantemente la parola “luppolo”. Sono le cinque del mattino, stringo i denti e mi rendo improvvisamente conto che riesco a pensare con inusuale chiarezza. Ho appena finito di sognare. I sogni che faccio negli ultimi tempi hanno ambientazioni metafisiche, lunghe piazze avvolte nel silenzio, popolate dai resti di architetture classiche. In queste piazze dei miei sogni aleggia sempre la figura di Mussolini, è un Mussolini in versione moderna. In uno degli ultimi sogni c’era una tribuna su cui erano allineate le facce di uomini politici italiani degli ultimi quarant’anni: Andreotti, Craxi, Forlani, Zanone, Spadolini. C’era perfino Berlinguer. Erano tutti in fila, con le facce tetre, grigie, come nella tela di Guttuso con i funerali di Togliatti. Mussolini parlava e loro ascoltavano in silenzio. In sottofondo si sovrapponeva la voce di Paolo VI. Mussolini parlava di Aldo Moro. Anche Paolo VI parlava di Aldo Moro. In quella cupa, deserta e mostruosa città degli immortali io ero seduto in disparte. Dev’esserci una specie di inconscio politico collettivo, labirinti e specchi, metafore dell’infinito. Borges diceva che scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio. E i sogni sono indefinibili, forse, perché infiniti.

Oggi festeggiano tutti. Oggi è una specie di giorno della liberazione. Leggo il sollievo sulla faccia della gente, perché sentono che un’epoca è finita. Ieri sera si parlava delle elezioni, come tutti. I più danno la fine del berlusconismo come cosa fatta. Io tentavo di opporre un ragionamento più cauto. Mi hanno risposto usando una metafora storica: “è prigioniero a Campo Imperatore”. Ecco, è proprio di questo che adesso ho paura. Ho paura che sulla coda di questa brutta storia italiana ci sia spazio per altre nefandezze, per altri bagni di sangue, del tutto incomprensibili ma dettati dalla disperazione dell’animale politico che fiuta l’odore della fine. Altre volte, è vero, si è festeggiato, si è vinto, lo si è battuto, ma mai come questa volta la sensazione di una svolta reale e definitiva è stata così palpabile. Ieri, mentre cominciavano ad arrivare le prime proiezioni, da qualche parte ho scritto: “Qui si fa l’Italia o si muore”. La leggenda vuole che la celebre frase sia stata pronunciata da Garibaldi in opposizione all’ordine di ritirata dettato dal generale Nino Bixio durante la battaglia di Calatafimi. Io mi auguro che da questo momento in poi ci si lasci alle spalle la perversione di questi quasi vent’anni di politica becera e selvaggia, che, una volta liberi dal giogo dell’anomalia berlusconiana, ci sia finalmente modo di veder sorgere in Italia una destra e una sinistra finalmente moderne, libere, democratiche, europee. Oggi non è il giorno della liberazione. Oggi è un crocevia per il futuro, un’occasione storica. O si fa l’Italia. O si muore berlusconiani.

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